Allestita in collaborazione con il Museo Picasso di Parigi e con il Museo Nazionale di Storia dell’Immigrazione, con una selezione di dipinti, disegni, sculture e incisioni (provenienti da musei di tutto il mondo) la mostra “Picasso lo straniero” – al Museo del Corso, Polo Museale, Palazzo Cipolla di Roma, – propone un viaggio in oltre 50 anni dell’attività creativa del grande Pablo Picasso.

Picasso è un artista visionario (espressione della libertà dell’artista moderno) – straniero in Francia ma anche rispetto a qualsiasi etichetta precostituita – e entrato in contatto con ambienti, luoghi, persone e usanze tra loro differenti. Tra radici iberiche e sperimentazione cosmopolita, ha rivoluzionato le regole pittoriche del Novecento, creando nuove sintesi tra colore e forma, e tra segno e strutture spaziali.

E, senza rinunciare al suo essere spagnolo, Picasso “cittadino di Parigi” – è anche diventato un emblema della condizione moderna in cui identità e “alterità” possono convivere in modo proficuo. La Francia, in cui Picasso ha quasi sempre vissuto, ha dimostrato più volte una aperta ostilità nei confronti di questo artista “spagnolo” definito “straniero” “anarchico” e esponente di un’”arte incomprensibile”. Sospettato di essere anarchico, e rifiutato dall’accademia di Belle Arti per la sua arte troppo avanguardistica e trasgressiva, Picasso – non avendo mai ottenuto la cittadinanza francese, fino al riconoscimento del 1948 – per diversi decenni ha percepito se stesso come quasi un esule o uno straniero. Non a caso, quindi, questa bella mostra romana invita a chiedersi: in che misura le sperimentazioni di Picasso sono state ispirate dal suo senso di estraneità, oltre che dalla sua libertà intellettuale?
Nato a Málaga, l’artista entrò, giovanissimo, in contatto con i fermenti culturali di Barcellona. Ma sarà il suo trasferimento definitivo nella Parigi di Amedeo Modigliani, Chaim Soutine e Marc Chagall – in cui assorbì le suggestioni di Cézanne, Gauguin, Van Gogh e Matisse – il momento cruciale per la formazione del suo personale linguaggio: espressione di un dialogo continuo fra passato e futuro, tra linguaggi/e tecniche diversi/e (dalla pittura alla scultura, dalla ceramica all’incisione ) e da un rapporto con l’“alterità”, di certo, non solo geografico.

Già agli esordi – con la fase blu e la fase rosa – Picasso ha mostrato la sua capacità di fondere narrazione intima ed empatia sociale: l’artista ha scelto di stare dalla parte del debole, del malato, del «degenerato» (l’ebreo, lo zingaro, lo storpio, l’omosessuale, il massone, il bolscevico). Con Georges Braque, Picasso ha dato vita al Cubismo (1907-1914): caratterizzato dalla scomposizione degli oggetti, dalla rinuncia alla prospettiva rinascimentale, e da un’attenzione particolare per la forma e la percezione visiva (piuttosto che per una copia della realtà). Dopo la Grande Guerra, l’artista ha riscoperto i modelli classici, e l’arte Africana, oceanica, e non solo. Critico delle derive belliche e totalitarie, Picasso ha anche affrontato questioni politiche e sociali.

E – durante la Guerra civile spagnola – ha realizzato il suo capolavoro: “Guernica” (1937) di cui la mostra rende visibili interessanti bozzetti. L’esposizione si sofferma anche sui cicli pittorici – ispirati da relazioni sentimentali – in cui l’artista celebra le sue muse, ma contemporaneamente le trasfigura, in un’ampia gamma di emozioni, tra passione, turbamento e fascinazione.
Come si sarà capito, chi varca le soglie di “Picasso lo straniero” intraprende un viaggio nelle avanguardie del XX secolo, ma anche in una riflessione sulla capacità dell’arte di unire persone e culture diverse.
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