
Dal 28 al 31 ottobre nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli di Roma – con la direzione di Michele Mariotti – è in scena un nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma (in coproduzione con Grand Théâtre de Genève, Opera Ballet Vlaanderen e De Nationale Opera): Stabat Mater, con musiche di Giovanni Battista Pergolesi (dal testo del poema latino attribuito a Jacopone da Todi ) e di Giacinto Scelsi. Romeo Castellucci ne propone una rinnovata versione scenica. Lo Stabat Mater di Pergolesi composto nel 1736 poco prima della morte del compositore, scomparso a 26 anni, rappresenta un punto di riferimento nel repertorio religioso del Settecento, evocando il dolore di Maria ai piedi della croce, letteralmente “stava la madre”. A scandire il percorso tragico anche le sonorità di Giacinto Scelsi.
Il risultato è una preghiera scenica – totale – in cui dialogano epoche e stili, sacro e sperimentazione sonora
«Stabat Mater –precisa Romeo Castellucci – stava la Madre, nel dolore, ai piedi della croce. Così comincia il poema di Jacopone da Todi. Bastano queste due parole ora: un predicato verbale e un soggetto. L’assenza di complemento di luogo significa ovunque, ma anche adesso. La musica di Pergolesi ha dato forma, una volta per tutte, a questo stare universale e muto davanti alla perdita. Non ci sono spiegazioni, né le parole possono dire. Anche la presentazione nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli di questo oratorio non fornisce risposte. Dopo essere stato creato nella Cattedrale di Ginevra, la “Roma protestante” di Calvino, questo Stabat Mater si presenta ora nel centro della Roma cattolica, nella chiesa stretta tra le forme del potere militare e civile, presa, si direbbe, nella morsa temporale costituita dall’Altare della Patria da una parte e dal Campidoglio dall’altra. Una madre senza figlio, gettata a terra, tra le statue equestri del potere».
“E’ un dolore viscerale – sottolinea Michele Mariotti – quello descritto attraverso la scrittura limpida e sorprendentemente moderna dello Stabat Mater di Pergolesi. Cromatismi, appoggiature, dissonanze e una poetica degli affetti essenziale ma intensa costruiscono un clima tagliente, quasi rarefatto, reso ancor più evidente da un’orchestra d’archi ridotta al minimo, dal suono volutamente asciutto e senza anima. In questo senso, un luogo come la Basilica di Santa Maria in Ara Coeli amplifica la percezione di sospensione e fragilità che la partitura vuole trasmettere».
In scena il soprano ungherese Emőke Baráth e il mezzosoprano Sara Mingardo.
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