Allargamento Ue: quali implicazioni istituzionali?  Il Parlamento europeo adotta il Rapporto Gozi

Il grande allargamento del 2004, con l’ingresso di dieci nuovi Stati membri, di cui otto dell’ex blocco sovietico, è stato un enorme successo politico, ma anche uno choc utilizzato dai populisti anti europei (di sinistra e destra) per indebolire l’Ue.   Nel 2005 il “no” nel referendum in Francia sul progetto di Trattato costituzionale dell’Ue era stato alimentato da una campagna populista contro “l’idraulico polacco” che avrebbe rubato il lavoro agli idraulici francesi (ovviamente non è accaduto).  Quel “no” – di venti anni fa – ha poi paralizzato ogni dibattito istituzionale. E pesa – tuttora – nelle scelte strategiche dei capi di Stato e di governo, sempre sulla difensiva rispetto ai nazionalisti e sovranisti, che – continuando a parlare dei rischi di una riforma dell’Ue – presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali.

Grazie a una serie di adesioni volontarie, nel corso degli anni, i paesi membri dell’Unione europea sono passati da 6 agli attuali 27 (28 prima della Brexit).   Attualmente, altri paesi sono candidati all’ingresso nell’Ue: Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina.   Il Montenegro – il più avanzato nelle indispensabili riforme interne – potrebbe entrare già nel 2027.  L’Albania, con le sue riforme in corso, vorrebbe farcela per il 2028.   Nei Balcani occidentali, la Serbia e la Macedonia del Nord restano i due candidati più problematici.   L’Ucraina e la Moldavia hanno fatto sufficienti riforme per aprire una serie di capitoli negoziali, ma il loro cammino è bloccato dal veto dell’Ungheria di Viktor Orban.   I tentativi di Antonio Costa di superarlo (passando dal voto all’unanimità a quello a maggioranza per aprire i capitoli negoziali, conservando l’unanimità per il via libera finale) sono falliti. Il processo di adesione è di fatto sospeso con la Turchia, e fermo con Bosnia-Erzegovina e Georgia (il governo filo russo a Tblisi sta allontanando il suo paese dall’Ue).  Dopo la guerra di aggressione della Russia e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, non è escluso che Norvegia e Islanda possano chiedere nuovamente di entrare. Due anni fa l’ex presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, aveva assicurato che entro il 2030 l’Unione europea sarebbe stata pronta ad accogliere nuovi Stati membri, tuttavia ad oggi, nonostante i progressi nei negoziati, questo orizzonte sembra davvero lontano.  Recentemente Moldova, Albania, Macedonia del Nord e Montenegro – in pole position nell’elenco dei Paesi candidati – sono entrati a far parte del circuito SEPA (Single Euro Payments Area) che permette loro di mandare e ricevere bonifici in Europa a basso costo, ma a parte questo aspetto ed alcuni capitoli negoziali che sono stati chiusi, dal punto di vista politico non sembrano esserci aperture significative da parte dei 27 dell’UE.

Per far fronte a un reale allargamento dell’Ue servono anche delle riforme interne dell’Unione, oltre a quanto richiesto ai paesi candidati?

Il 22 ottobre 2025 – con 310 voti a favore, 277 contrari e 53 astensioni – l’Assemblea Plenaria del Parlamento europeo ha approvato il rapporto di Sandro Gozi (eurodeputo di Renew Europe e Segretario generale del Partito democratico europeo) sulle conseguenze istituzionali dei negoziati sull’allargamento dell’Unione Europea. Di fatto, con questa risoluzione, il Parlamento ribadisce ancora una volta il proprio impegno per l’avvio di una riforma dei Trattati, richiesta che è sul tavolo del Consiglio europeo da più di un anno e che i capi di Stato e di governo dell’UE continuano ad ignorare. Al centro dell’iniziativa ci sono modifiche che riguardano la governance dell’Unione e delle sue competenze – attraverso l’estensione ad alcuni settori chiave come la difesa – utilizzando gli strumenti istituzionali già presenti nei Trattati, come le cooperazioni rafforzate, le clausole passerella, con l’opzione sempre presente di op-out. Il rapporto Gozi delinea una serie di misure: da un uso più esteso del voto a maggioranza qualificata, a una revisione del bilancio europeo oltre l’attuale tetto dell’1% del reddito nazionale lordo, a un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e un maggiore coinvolgimento dei Paesi candidati nel processo decisionale.  Secondo le stime citate nel rapporto, i precedenti allargamenti hanno aumentato in media del 30% il PIL pro capite dei Paesi entrati nel 2004, mentre nuove adesioni potrebbero aggiungere fino a 10.000 miliardi di dollari al PIL dell’UE entro il 2035, riducendo il divario con gli Stati Uniti.  “Dobbiamo – ha precisato Gozi – combinare ambizione e realismo per prepararci alle sfide di un’Unione a trentacinque, perché più saremo, più chiare dovranno essere le nostre regole per continuare a muoverci insieme in avanti.  L’unificazione del continente europeo e la riforma dell’UE – devono andare di pari passo, con tre priorità:

  • efficienza (estendendo il voto a maggioranza qualificata per superare la paralisi decisionali –  ossia superando il diritto di veto all’interno del Consiglio europeo preferendo – se già a 27 Stati è complesso prendere decisioni rilevanti con il consenso di tutti, in un’Unione europea a 30 e più Stati membri mantenere l’attuale status quo sarebbe di fatto impossibile e renderebbe ancora più lento il processo decisionale.
  • potere (riformando il bilancio dell’UE e andando oltre il superato tetto dell’1% del reddito nazionale lordo per dare all’Europa i mezzi per agire)
  • democrazia (rafforzando i poteri del Parlamento europeo. fra cui quello di iniziativa legislativa e di pieni poteri co-legislativi per quanto riguarda la spesa dell’UE e l’adozione del bilancio pluriennale dell’UE-QFP).

Per avviare un dibattito sule riforme istituzionali, basta la maggioranza semplice. Basta che 14 leader al Consiglio europeo decidano che è arrivato il momento di discutere di riforme istituzionale e il processo formale viene avviato. Solo per un accordo finale “ci vuole l’unanimità”. Ma “finché non si avvia un dibattito non si potrà mai sapere se c’è un accordo minimo su alcune riforme esistenziali, indispensabili e inevitabili”, avverte Gozi. Con il suo rapporto, Sandro Gozi indica diverse soluzioni

  •  le clausole passerella
  •  modifiche mirate ai trattati (per esempio per sanzionare le violazioni sistematiche allo stato di diritto),
  •  cooperazioni rafforzate nel settore della politica estera e di difesa per permettere a un gruppo di paesi di andare avanti, senza aspettare quelli più lenti o che non condividono le scelte.

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