TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Intitolato Visioni d’addio, il programma del concerto sinfonico del 28 maggio 2026 al teatro Costanzi di Roma – trasmesso in diretta su Radio3 – ha scelto di concentrarsi su una coppia di capolavori: da un lato le ultime composizioni vocali di Richard Strauss -: i Vier Letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder) – e dall’altro la Sinfonia n. 9 in Do maggiore, detta “La Grande”, di Franz Schubert. Il soprano di fama internazionale Marina Rebeka – vincitrice del Readers’ Award agli International Opera Awards 2025 – debutta in Europa nei Vier Letzte Lieder.
«Questo programma – sottolinea Michele Mariotti, Direttore Musicale dell’Opera di Roma – rappresenta una sorta di testamento spirituale. L’ultima sinfonia di Schubert è inquieta e agrodolce, e alterna momenti di tenera speranza ad altri più malinconici e irrequieti. Il secondo movimento, più degli altri, manifesta un senso di sconforto e paura, evocando atmosfere quasi mahleriane. Strauss, invece, ci accompagna verso l’ultima fase della vita: il misterioso viaggio dell’uomo verso una morte desiderata.»
La programmazione concertistica del Teatro Costanzi proseguirà a ottobre con le due Petite Messe solennelle di Gioachino Rossini, affidate alla direzione di Michele Mariotti. Il 17 ottobre al Costanzi verrà eseguita la seconda versione per soli Coro e Orchestra, mentre il 22 ottobre, nella Basilica di San Vitale, viene proposta la versione originale per soli, Coro, due pianoforti e harmonium.
«Ospitare nuovamente le cinquine e i protagonisti dei due premi letterari più prestigiosi d’Italia – Premio Campiello e Premio Strega – non è solo un grandissimo onore, ma è la testimonianza tangibile di come Jesolo sappia unire la sua vocazione turistica d’eccellenza a una proposta culturale di altissimo profilo. Vogliamo che Jesolo sia una città da vivere a 360 gradi. Accanto al mare, al divertimento e al relax, offriamo ai nostri cittadini e ai tantissimi turisti uno spazio di riflessione. Poter ascoltare le voci più autorevoli della narrativa italiana sotto le stelle della nostra costa arricchisce il tessuto sociale e valorizza l’immagine della nostra città. Il mio ringraziamento alla Fondazione Il Campiello e alla Fondazione Bellonci per aver creduto ancora una volta nella nostra città, e a tutti gli autori e autrici che ci onoreranno con la loro presenza» dichiara il sindaco Christofer De Zotti.
Tancredi – opera composta da Rossini nel 1813, a soli 21 anni – racconta il conflitto tra virtù e sentimento, in cui trova spazio la vicenda dell’eroe esiliato Tancredi, che torna in patria a Siracusa per difendere la città dagli invasori e riconquistare l’amata Amenaide, ingiustamente accusata di tradimento.
«Poco più che ventenne – sottolinea Mariotti alla guida dell’orchesta del Teatro dell’Opera di Roma – Rossini riesce a coniugare un sentimento puro e istintivo con un perfetto controllo classico, in un equilibrio continuo tra apollineo e dionisiaco. Sullo sfondo della guerra, Tancredi e Amenaide vivono il loro amore in modo assoluto, con una gelosia e una passione che però ostacolano il dialogo. Nonostante due lunghi duetti, infatti, i giovanissimi amanti non riescono mai a comprendersi davvero. Musicalmente disarmante è invece il finale tragico che abbiamo scelto di eseguire, che descrive con pagine rarefatte e stranianti l’allontanarsi progressivo del corpo e dell’anima di Tancredi».
Eros e Thanatos, lirismo e tensione drammatica – che attraversano la scrittura rossiniana – incontrano la forza visiva di Emma Dante in uno scontro fra umano e simbolico. «Quando entri nel mondo rossiniano – precisa la regista palermitana Emma Dante – entri in una specie di luogo fatato, in cui succede di tutto, ma in cui tutto ha un suo filo logico. C’è una logica schiacciante. Le trame rossiniane sono piene di suspense, di intrecci, di mistero. Tancredi in questo senso è pieno di stimoli, spunti, allegorie; è una grande favola che ho ambientato in questo luogo molto artificiale, con questi fondalini dipinti propri dell’opera dei pupi. È una storia che ha a che fare con qualcosa di universale, non prettamente collocato geograficamente; è molto vera, molto umana, molto contemporanea.»
Il ruolo del protagonista è affidato al controtenore Carlo Vistoli. Amenaide è il soprano in grande ascesa Martina Russomanno. Si alterna con Russomanno, il 26 maggio, Giuliana Gianfaldoni. Carmine Maringola firma le scene, Emma Dante e Chicca Ruocco i costumi, Luigi Biondi le luci, Manuela Lo Sicco i movimenti coreografici. Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma è diretto da Ciro Visco.
Veste i panni di Argirio Enea Scala . In alternanza con Scala, il 26 maggio, Antonino Siragusa. Luca Tittoto veste i panni di Orbazzano. Completano il cast Ekaterine Buachidze (Isaura) e Maria Elena Pepi (Roggiero) giovani artiste del progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma.
Al Teatro Nazionale, nel centenario della nascita di Hans Werner Henze (1926-2026), il Teatro dell’Opera di Roma con nuovo allestimento – regia di Kerstan e direzione di Roland Böer – rende omaggio al grande compositore, con due titoli profondamente legati a Cuba, e alla letteratura dello scrittore ed etnologo cubano, Miguel Barnet. Entrambi affrontano temi cruciali, quali responsabilità sociale dell’arte, il valore della libertà, il riconoscimento identitario, ma anche la combinazione fra tradizione strumentale europea e sonorità dell’area caraibico-africana. Entrambi in lingua tedesca, con sottotitoli in italiano e in inglese.
La piccola cubana è un vaudeville in cinque scene, tratto dal romanzo-testimonianza Canción de Rachel (pubblicato a Cuba nel 1969 d Miguel Barnet) : una biografia romanzata di Elsa Borges, nome d’arte “Rachel”.
El Cimarrón è un recital. Il libretto è basato sul testo originale Biografía de un cimarrón di Miguel Barnet. Montejo aveva vissuto la schiavitù, la Guerra d’Indipendenza cubana e poi la vita nella Repubblica. Il suo racconto in prima persona è considerato un classico della letteratura cubana del Novecento.
Il baritono Robert Koller partecipa ad entrambe le opere: El Cimarrón e La piccola cubana. Ne El Cimarrón anche Christina Schorn-Mancinelli alla chitarra, Ivan Mancinelli alle percussioni e Camilla Hoitenga al flauto. I musicisti formano insieme con Michael Kerstan El Cimarrón-Ensemble. Ne La piccola cubana protagoniste le attrici Jeannine Hirzel e Johanne Dähler rispettivamente nei ruoli di Rachel e Ofelia. Completano il cast il soprano Flávia Stricker, il mezzosoprano Julia Deit-Ferrand e il tenore Stuart Patterson. I costumi sono firmati da Christine Knoll.
Il 13 maggio 2026 ha avuto inizio l’interessante Festival di Politica Internazionale presso l’Orientale di Napoli: 13 Panel, spalmati su tre giorni divisi in dialoghi e confronti, fruibili non solo dai propri studenti ma anche dall’esterno . I lavori del 13 e del 14 maggio – visibili in diretta su YouTube, affrontano queste problematiche:
Dalla forza del diritto al diritto della forza?
Transizioni geopolitiche e gestione dei conflitti
Il mondo in frantumì? Ordini e disordini nell’età dell’incertezza
La corsa all’America Latina?
L’America Latina laboratorio delle crisi globali?
Le istituzioni internazionali tra continuità e cambiamenti
Ombre statunitensi: la presidenza Trump tra fratture interne e scosse globali
Il signor Bruschino, opera lirica di Gioachino Rossini – il cui libretto (tratto dalla commedia Le fils par hasard, ou ruse et folie, scritta da René de Chazet e Maurice Ourry e rappresentata a Parigi per la prima volta nel 1809) è di Giuseppe Maria Foppa – è una piccola opera d’arte comica. Parte di un gruppo di cinque farse – da Rossini scritte per il Tetro San Mosè di Venezia –l’opera rientra nel genere della farsa comico sentimentale. Spesso, tali farse presentavano una satira di costume, conflitti generazionali, e nuovi aspetti della moralità e dei mutati equilibri socio-economici.
Questa la trama del signor Bruschino.
Il giovane Florville è innamorato ricambiato di Sofia, pupilla del vecchio Gaudenzio, che l’ha però destinata in sposa al figlio di un tale signor Bruschino. Da qui, per far trionfare il proprio amore, il loro Piano – quella “follia organizzata e completa” espressa in musica di cui parlerà Stendhal – con uno scambio di persona e tutta una serie di equivoci e fraintendimenti che si succedono prima del lieto fine.
In effetti – venuto a sapere che il giovane Bruschino è tenuto sotto chiave in una locanda perché debitore inadempiente – fingendosi cugino del ragazzo, Florville paga il locandiere Filiberto per potersi sostituire al promesso sposo, di cui nessuno conosce il volto, nemmeno Gaudenzio. E – firmandosi Bruschino padre – fa recapitare a Gaudenzio una lettera di presentazione, in cui chiede di far arrestare Bruschino figlio per farlo redimere dalla sua condotta.
Gaudenzio rimane scandalizzato quando Bruschino padre (Ignaro dell’inganno) – giunto al castello – non riconosce il giovane come suo figlio.
Da parte sua, quando Bruschino padre comprende il tutto – per paura del debito da pagare – sta al gioco; e – per consentire il matrimonio tra il finto figlio e Sofia – continua a dissimulare. “Riconosce” il figlio. E l’unione con Sofia viene benedetta anche da Gaudenzio. Ma – proprio in quel momento torna il locandiere Filiberto con il vero Bruschino figlio. La verità viene a galla. E a Gaudenzio non resta che perdonare la coppia di amanti.
Dal 7 maggio al 29 giugno 2026 Palazzo Esposizioni Roma c’è la mostra World Press Photo 2026 – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo – ideata dalla World Press Photo Foundation e organizzata in collaborazione con 10b Photography. In mostra ci sono le foto vincitrici della 69° edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo. Le immagini premiate raccontano la complessità del mondo contemporaneo: l’escalation della crisi climatica, il costo umano dei conflitti, violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, genocidi e violenza sessuale, ma anche storie di ricostruzione e ripresa.
Il premio principale è andato alla fotografa americana Carol Guzy per l’immagine intitolata “Separati dall’Ice” (Separated from ICE) che documenta l’impatto delle politiche migratorie statunitensi. Lo scatto documenta il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano (unico sostegno economico di sua moglie e dei suoi 3 figli) viene fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo un’udienza presso il tribunale per l’immigrazione. Le figlie di Luis sconvolte si aggrappano al padre mentre viene arrestato.
Tra i vincitori di questa edizione anche Chantal Pinzi, unica fotografa italiana tra i premiati quest’anno, che ha conquistato il premio nella categoria Stories per la regione Africa. Il suo progetto, ‘Farīsāt: Gunpowder’s Daughters’, racconta di un gruppo di donne in Marocco che partecipano alla Tbourida, una storica tradizione equestre patriarcale. Oggi, sette gruppi interamente femminili si esibiscono su un totale di circa 300 partecipanti. Queste farīsāt (cavaliere) sostengono costi personali significativi, finanziando i propri cavalli, i costumi e i permessi per la polvere da sparo. La loro perseveranza è una potente affermazione del giusto posto delle donne nel patrimonio culturale marocchino.
Con oltre 200 opere provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, la bellissima mostra ora in corso a Palazzo Bonaparte, dedicata al grande maestro Kastushika Hokusai (1760-1849) ripercorre, in modo suggestivo, l’intero arco creativo ( dalle opere legate alla tradizione a quelle più rivoluzionarie) di questo grande artista, innovativo e dirompente, scelto per rappresentare l’evento culturale più rilevante del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.
La qualità del segno di Hokusai- capace di costruire lo spazio con pochi tratti e di chiarire la forma nel colore – spiega perché la sua arte abbia oltrepassato i confini del suo tempo e del suo paese, e abbia contribuito, nell’Europa di fine Ottocento, alla nascita del Giapponismo aprendo un dialogo tra Oriente e Occidente. In effetti, Hokusai è stato e continua a essere l’artista che più di ogni altro ha reso possibile un dialogo profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che ancora oggi continuano a incontrarsi e arricchirsi reciprocamente. Contribuendo alla nascita di nuove visioni della modernità, le sue opere hanno affascinato e ispirato pittori come Monet, Van Gogh e il movimento impressionista , e hanno suggestionato anche musicisti come Claude Debussy.
Alla mostra – passando da una sala all’altra ( dalle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō alla celeberrima La Grande Onda di Kanagawa, dalle Trentasei Vedute del Monte Fuji fino ai sorprendenti Manga, straordinari album di disegni di cultura visiva contemporanea) ci si muove tra capolavori senza tempo e invenzioni visive straordinarie, che coniugano la sensibilità per la natura (che – con o senza il monte Fuji- spesso fa anche da sfondo) a un’osservazione attenta delle persone e dei loro gesti (mercanti che misurano i tessuti, venditori che offrono pesce fresco, viandanti carichi, donne in varie situazioni ecc.) come del loro abbigliamento (dalla qualità del dettaglio, all’accordo dei colori, al ritmo dei motivi, alla sapienza con cui un tessuto cade sul corpo o una cintura ne definisce la figura).
Per i giapponesi il Fuji è più di una montagna: è una presenza sacra, un punto di riferimento costante, che orienta lo sguardo e dà proporzione allo spazi0. Nelle tavole in mostra “ il Fuji si mostra in ore e stagioni diverse, nei suoi “umori” più vari. Attraversa scenari cangianti, mare agitato e quiete, albe limpide, temporali, neve immobile, e cambia con la luce e con l’aria. Hokusai inventa punti di vista sorprendenti: la montagna appare incorniciata da ponti e cancelli, da alberi e banchine, visto oltre tetti, argini, risaie e canali. Ma la serie non è un inno astratto: in primo piano entra la vita dell’Edo quotidiana, fatta di lavoro, traffici, gesti, attese”.
Come ben emerge anche nella stupenda ed emozionante Sala immersiva (nell’acqua) della mostra, in cui lo spettatore non contempla da lontano, ma è dentro l’azione, accanto alla centralità della figura umana e di suggestive scene di vita quotidiana, il più delle volte immerse nella natura, nell’opera di Kokusaki c’è un altro grande protagonista l’acqua. E non solo nella celebre “Onda” ( che unisce potenza ed estrema disciplina formale, e in cui tempesta e quiete non solo si oppongono ma si richiamano, e i contorni in blu – e non in nero – ammorbidendo i profili rendono più sensibile il gioco della profondità) ma nelle infinite variazioni con cui l’artista la osserva, la studia e la reinventa: in vortici e spruzzi, in superfici silenziose, o in pura energia visiva (v. anche le cascate).
Né mancano disegni di ispirazioni letterarie ( Hokusai non si limita a illustrare i testi: li interpreta, e li trasforma in racconto visivo); i manga (che mostrano come il disegno possa essere insieme esercizio, conoscenza e libertà dell’immaginazione); e anche aspetti meno noti della personalità di Hokusai, come l’umorismo e la leggerezza (v. Autoritratto come pescatore). “…Tutto ciò che ho disegnato – scriveva l’artista – prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato… A novant’anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento anni sarò un artista meraviglioso. A centodieci anni tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima. A tutti voi che vivrete a lungo come me, prometto di mantenere la mia parola”. Queste parole raccontano l’idea che Hokusai aveva di sé stesso e dell’arte: un cammino infinito di studio, osservazione e perfezionamento, in cui l’artista non smette mai di imparare.
La mostra si arricchisce anche dello sguardo – sul Giappone dell’Ottocento – delle bellissime fotografie di Felice Beato (fotografo italiano) che ha introdotto l’Oriente in Europa. E – accanto ai capolavori di Hokusai – presenta un insieme di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi (laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali, kimono, giacche haori e fasce).