Si rinnova (dopo i successi di Nero Cardinale e L’avaro) la collaborazione tra Ugo Chiti, Alessandro Benvenuti e gli attori di Arca Azzurra per un lavoro su Falstaff.
In questo adattamento, l’eroe e antieroe di Shakespeare “resuscita” a Windsor.
Esprimendo un’arroganza aristocratica con sangue plebeo – e disarmante perché privo della consapevolezza dell’età che “indossa” – questo Falstaff resta fedele al testo originale delle Comari di Windsor per gli appuntamenti farseschi. Si lascia beffare. Solo l’ultima beffa cambia struttura, e andamento narrativo. Questo grazie all’intervento di Semola, suo paggio (servizievole, irridente, mutevole, inquietante) che solo alla fine – allucinazione o sogno? – assume le vesti e le sembianze del principe Enrico, tornato a bandire Falstaff dal consorzio umano. Nell’ordine prestabilito del potere, non si trova posto dove collocare un corpo tanto grande quanto irrazionale e magico.