TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Dal 28 al 31 ottobre nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli di Roma – con la direzione di Michele Mariotti – è in scena un nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma (in coproduzione con Grand Théâtre de Genève, Opera Ballet Vlaanderen e De Nationale Opera): Stabat Mater, con musiche di Giovanni Battista Pergolesi (dal testo del poema latino attribuito a Jacopone da Todi ) e di Giacinto Scelsi. Romeo Castellucci ne propone una rinnovata versione scenica. Lo Stabat Mater di Pergolesi composto nel 1736 poco prima della morte del compositore, scomparso a 26 anni, rappresenta un punto di riferimento nel repertorio religioso del Settecento, evocando il dolore di Maria ai piedi della croce, letteralmente “stava la madre”. A scandire il percorso tragico anche le sonorità di Giacinto Scelsi.
Il risultato è una preghiera scenica – totale – in cui dialogano epoche e stili, sacro e sperimentazione sonora
«Stabat Mater –precisa Romeo Castellucci – stava la Madre, nel dolore, ai piedi della croce. Così comincia il poema di Jacopone da Todi. Bastano queste due parole ora: un predicato verbale e un soggetto. L’assenza di complemento di luogo significa ovunque, ma anche adesso. La musica di Pergolesi ha dato forma, una volta per tutte, a questo stare universale e muto davanti alla perdita. Non ci sono spiegazioni, né le parole possono dire. Anche la presentazione nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli di questo oratorio non fornisce risposte. Dopo essere stato creato nella Cattedrale di Ginevra, la “Roma protestante” di Calvino, questo Stabat Mater si presenta ora nel centro della Roma cattolica, nella chiesa stretta tra le forme del potere militare e civile, presa, si direbbe, nella morsa temporale costituita dall’Altare della Patria da una parte e dal Campidoglio dall’altra. Una madre senza figlio, gettata a terra, tra le statue equestri del potere».
“E’ un dolore viscerale – sottolinea Michele Mariotti – quello descritto attraverso la scrittura limpida e sorprendentemente moderna dello Stabat Mater di Pergolesi. Cromatismi, appoggiature, dissonanze e una poetica degli affetti essenziale ma intensa costruiscono un clima tagliente, quasi rarefatto, reso ancor più evidente da un’orchestra d’archi ridotta al minimo, dal suono volutamente asciutto e senza anima. In questo senso, un luogo come la Basilica di Santa Maria in Ara Coeli amplifica la percezione di sospensione e fragilità che la partitura vuole trasmettere».
In scena il soprano ungherese Emőke Baráth e il mezzosoprano Sara Mingardo.
Un evento straordinario per celebrare uno dei capolavori più amati della storia dell’opera: Sabato 1° novembre, alle 20.50 in diretta in mondovisione su Rai3, Tosca, nella ricostruzione dell’allestimento originale del 1900 riproposto al Teatro dell’Opera di Roma, dove nacque il capolavoro di Giacomo Puccini.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con il Ministero della Cultura e RaiCultura, anticipa l’apertura della stagione 2025/2026 dell’Opera di Roma e celebra il 125esimo anniversario dell’opera.
A introdurre e commentare la serata su Rai3, saranno Cristiana Capotondi e Alessandro Preziosi, protagonisti del progetto televisivo.
Le due istituzioni lirico-sinfoniche romane per la prima volta collaborano, portando Wagner a Roma con opere, mostre e promozioni speciali per il pubblico.
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e il Teatro dell’Opera di Roma apriranno, infatti, le rispettive stagioni con le rappresentazioni delle opere La Valchiria a Santa Cecilia, diretta da Daniel Harding (23 ottobre), e Lohengrin al Teatro dell’Opera, diretto da Michele Mariotti (27 novembre).
“Questa iniziativa – sottolinea Massimo Biscardi, Presidente-Sovrintendente di Santa Cecilia -segna l’inizio di un dialogo concreto tra due Istituzioni che condividono la stessa missione e una visione comune: promuovere la musica e la cultura nella nostra città, valorizzandone il ruolo a livello locale e nazionale”
«È un grande piacere – precisa Francesco Giambrone, Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma – condividere con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia un progetto che celebra uno dei più grandi compositori della storia. Aprire la nostra stagione con Lohengrin mentre Santa Cecilia propone La Valchiria significa celebrare non soltanto la potenza del teatro e della musica wagneriana, ma anche riaffermare il valore della cultura come spazio d’incontro e di dialogo. È il primo passo di un cammino comune che costruiamo nell’interesse del nostro pubblico e della città di Roma».
Tra le ulteriori proposte, due mostre dedicate al rapporto tra Wagner e Roma allestite presso le due fondazioni, in cui saranno esposti bozzetti, foto, lettere, e documenti d’epoca. Fra i vari appuntamenti, l’Accademia di Santa Cecilia organizza mercoledì 15 ottobre – a partire dalle ore 14 – una giornata di studi interamente dedicata alla figura di Richard Wagner, in collaborazione con l’Accademia Tedesca Roma – Villa Massimo.
Nell’anno del Giubileo, il Teatro dell’Opera di Roma affida il suo Festival estivo a Damiano Michieletto che sottolinea: «I temi della spiritualità e della riconciliazione mi stanno molto a cuore, per questo ho creato un percorso che abbiamo intitolato “Tra sacro e umano”, con lavori artistici attinenti questi aspetti così peculiari della nostra esistenza”.
Tante le novità in programma, a partire dalle sedi del Festival: alle tradizionali Terme di Caracalla infatti, per la prima volta viene affiancata la Basilica di Massenzio. Caracalla Festival 2025, intitolato “Tra sacro e umano” comprende opera, musica sacra, musical, danza, concerti e incontri.
“LA GIOIA INTERIORE” (29 giugno) – Il Festival si apre domenica 29 giugno, giorno dei SS. Pietro e Paolo, festa patronale della Città di Roma. La serata inaugurale, in programma alla Basilica di Massenzio e intitolata “La gioia interiore”, vede protagonista il teologo e comunicatore Vito Mancuso, che propone una riflessione sul tema della riconciliazione e sull’importanza di riuscire a coltivare una forma di spiritualità. A questa si affianca l’esecuzione del ciclo di madrigali per sette voci Lagrime di San Pietro di Orlando di Lasso, testamento del compositore che lo terminò nel 1594, poche settimane prima della sua morte, dedicandolo a Papa Clemente VIII. Un appuntamento che alterna riflessione spirituale e musica, e vuol essere un segno di accoglienza e dialogo nei confronti dei pellegrini e del Giubileo. Interventi in live electronics del compositore Vittorio Montalti.
Opera – Quattro le nuove produzioni: tutte affidate a nomi della “nuovelle vague” della regia operistica internazionale come Ilaria Lanzino, Sláva Daubnerová, Vasily Barkhatov e lo stesso Damiano Michieletto:
La Resurrezione di Händel (1° –2, 4 e 5 luglio alla Basilica di Massenzio) con regia di Ilaria Lanzino.L’azione si svolge tra il Venerdì Santo e la Pasqua, e alterna gli scontri tra Lucifero e l’Angelo con le profonde meditazioni di Maria Maddalena, Maria di Cleofe e San Giovanni Evangelista. Una lotta tra la fede e la sua assenza, tra l’entusiasmo e il cinismo nell’esistenza di oggi. La regia è di. Nata a Pisa, è al suo debutto in Italia. Protagonisti sul palco sono Sara Blanch (Angelo), Ana Maria Labin (Maddalena), Teresa Iervolino (Cleofe), Charles Workman (San Giovanni) e Giorgio Caoduro (Lucifero.
La traviata di Verdi (19, 23, 27 luglio e l’1, 2 e 3 agosto luglio a Caracalla )affidata alla regista slovacca Sláva Daubnerová, in programma a Caracalla da sabato 19 luglio. Sul podio è impegnato Francesco Lanzillotta. La coreografia di Ermanno Sbezzo è affidata al Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato.
Don Giovanni di Mozart ( 20, 22, 24 e 25 luglio nella cornice della Basilica di Massenzio) affidato allo sguardo innovativo e “incendiario” di Vasily Barkhatov – che trova l’ideale complice nel baritono Roberto Frontali – e propone un libertino maturo, impenitente e irredimibile fino alla fine dei suoi giorni. Sul podio è impegnato Alessandro Cadario. Grandi protagonisti nel resto del cast, con Vito Priante come Leporello, Nadja Mchantaf nei panni di Donna Anna, Carmela Remigio in quelli di Donna Elvira e Anthony León come Don Ottavio. Il Coro del Teatro è diretto da Ciro Visco.
WEST SIDE STORY di Bernstein firmato da Michietetto e diretto da Mariotti (5,9, 10, 13 e 17 luglio alle terme di Caracalla) – Scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti,e luci di Alessandro Carletti e coreografie di Sasha Riva e Simone Repele. Protagonista un cast internazionale che mescola artisti americani con eccellenze del musical italiano: Marek Zurowski (Tony), Sofia Caselli (Maria), Sam Brown (Riff), Sergio Giacomelli (Bernardo), Natascia Fonzetti (Anita). Lo spettacolo esalta gli aspetti più umani della vicenda, come l’impulsività e l’irrazionalità, e sottolinea il contrasto tra il sogno della tolleranza e dell’inclusività con la povertà e l’impossibilità di realizzare i propri desideri, compresi quelli sentimentali.
Danza – Vede il Corpo di Ballo del Teatro, diretto da Eleonora Abbagnato, impegnato con due grandi classici contemporanei:
– il Bolero di Ravel nella versione realizzata nel 1961 da Maurice Béjart, che si rifà all’idea originale del pezzo
– Le Sacre du printemps di Stravinskij (30-31 luglio a Caracalla) con la celeberrima coreografia di Pina Bausch, per la prima volta realizzata da una compagnia di balletto italiana
– Within the Golden Hour di Christopher Wheeldon. Balletto in un atto, considerato una delle migliori creazioni del coreografo britannico, è una poesia per quattordici danzatori sulla partitura per archi composta da Ezio Bosso
Roberto Bolle and Friends (15, 16 luglio alle terme). La serata è, come sempre, un viaggio nel repertorio classico e contemporaneo del balletto, in cui Bolle è accompagnato da grandi stelle internazionali.
Carmina Burana (7 agosto) – Il Caracalla Festival 2025 si chiude con i Carmina Burana del compositore tedesco Carl Orff. La serata è una sintesi dei temi toccati nei vari appuntamenti in cartellone: sacro e umano, superamento del dualismo tra cultura “alta” e popolare. A dar corpo allo spirito di questa musica è chiamato il venezuelano Diego Matheuz, a capo delle masse artistiche dell’Opera di Roma, con il Coro diretto da Ciro Visco. Solisti: Giuliana Gianfaldoni (soprano), Levy Sekgapane (tenore), Vito Priante (baritono).
20-25 maggio 2025: al Teatro dell’Opera di Roma, voluto dalla direttrice Eleonora Abbagnato, tre favolosi balletti – vero viaggio attraverso la danza contemporanea – con protagoniste le coreografie di quattro grandi nomi del panorama internazionale ( David Dawson, Sol León, Paul Lightfoot e Alexander Ekman) – e con il debutto di Alice Mariani all’Opera di Roma.
Il Trittico unisce ironia, poesia e intensità emotiva in un’unica serata.
Apre la serata Cacti di Alexander Ekman, un’allegra e sagace parodia su musiche di Haydn, Beethoven e Schubert.
Si prosegue con Subject to Change, intensa e visionaria creazione di Sol León e Paul Lightfoot del 2003, sulla musica di Der Tod und das Mädchen di Schubert, nell’arrangiamento di Mahler.
Chiude Four Last Songs creato dall’inglese David Dawson. Il balletto prende il titolo dalla musica che lo ha ispirato, il ciclo di lieder di Richard Strauss (Vier letzte Lieder).
Protagoniste le étoiles Rebecca Bianchi, Susanna Salvi e Alessio Rezza, i primi ballerini Federica Maine, Marianna Suriano e Michele Satriano, i solisti e il Corpo di Ballo dell’Opera di Roma. In Four Last Songs, dove la parte vocale è interpretata dal soprano Madeleine Pierard, è attesa l’ospite Alice Mariani, prima ballerina del Teatro alla Scala di Milano. In scena in Cacti anche il Quartetto Sincronie. Sul podio Thomas Herzog dirige per la prima volta l’Orchestra dell’Opera di Roma.
Il 14 gennaio 2025, con regia di Alessandro Talevi e con Michele Mariotti sul podio – in occasione del 125º anniversario della prima assoluta di Tosca – il capolavoro di Puccini torna in scena al teatro Costanzi/teatro dell’Opera di Roma, nella versione che ricostruisce il suo debutto, e primo allestimento, del 1900. Le vedute dell’alba romana dalla terrazza di Castel Sant’Angelo, gli interni dorati di Sant’Andrea della Valle, i rintocchi del Mattutino che Giacomo Puccini aspettava di cogliere all’alba per annotare l’intonazione corretta da inserire in partitura: seguendo le originali volontà pucciniane, l’allestimento punta a far rivivere al pubblico l’opera così come Puccini la vide per la prima volta.
“Non ho mai smesso – precisa Alessandro Talevi – di ammirare la sottigliezza e la cura dei particolari con cui Puccini crea i suoi scenari e il modo in cui richiedono costantemente un’indagine psicologica profonda da parte di cantanti e regista”.
Inoltre una mostra – Tosca 125: oltre la scena – con preziosi documenti, bozzetti, fotografie, manufatti e costumi provenienti dall’Archivio Storico Ricordi esplora la genesi (l’omonimo dramma di Victorien Sardou ammirato da Puccin) del capolavoro di Puccini. Racconta aspetti poco noti del lavoro del compositore, del suo editore e dei suoi librettisti. E narra – attraverso contributi audiovisivi – in che modo il Teatro dell’Opera di Roma abbia ridato vita, nei propri laboratori e sul proprio palcoscenico, alla prima Tosca. La mostra sarà fruibile gratuitamente prima e durante gli intervalli degli spettacoli, e nel corso delle visite guidate, nella sala-museo al terzo piano del Teatro Costanzi, per l’occasione rinnovata in uno spazio moderno, immersivo e dinamico, che in futuro ospiterà altre esposizioni in dialogo con la programmazione artistica del Teatro.
Nel giorno del suo 125esimo compleanno, Tosca sarà ripresa e diffusa via streaming al Policlinico Gemelli, in diverse realtà legate alla Caritas di Roma – dalla mensa all’ostello “Don Luigi di Liegro”, passando per la casa di accoglienza Santa Giacinta – all’Istituto Romano San Michele, al Teatro Patologico e in altri luoghi; cui si aggiunge l’Istituto Italiano di Cultura di Londra. Lo spettacolo è anche trasmesso in diretta su Radio3 e in streaming in diversi luoghi del territorio che si occupano delle fasce sociali più deboli.
Il capolavoro di Puccini sarà ripreso nella versione della prima assoluta anche in altri due periodi della Stagione in corso.
Dal 1° al 6 marzo 2025 il titolo è proposto con la direzione di Daniel Oren, e altri prestigiosi interpreti.
Simon Boccanegra è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave che – andata per la prima volta in scena al Teatro La Fenice di Venezia il 12 marzo 1857 – fu poi da Verdi profondamente rimaneggiata oltre vent’anni dopo: si racconta che il musicista ha confidato al nipote Carrara di aver voluto bene al Simon Boccanegra «come si vuol bene al figlio gobbo». A contribuire al sostanziale insuccesso della prima versione di Simon Boccanegra furono l’intreccio eccessivamente complicato e la tinta eccessivamente uniforme della partitura musicale, appesantita dall’impiego massiccio del canto declamato. Le modifiche al libretto furono poi effettuate da Arrigo Boito, il futuro librettista di Otello e Falstaff. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 al Teatro La Scala di Milano. Opera avara di grandi arie, Simon Boccanegra si fa apprezzare per una straordinaria aderenza della musica al dramma. Ma, nonostante l’iniziale successo, il cammino del rinnovato Simon Boccanegra non è stato facile. Alla fine dell’Ottocento, l’opera era nuovamente uscita di repertorio. Solo da 1929 è poi stata inserita nei cartelloni dei maggiori teatri tedeschi, di Vienna, del Metropolitan di New York e – sull’onda del trionfo americano – dell’ Italia e del Regno Unito. Il suo soggetto non ruota intorno ad una grande storia d’amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà. Ma sulla crisi di un sistema di potere e di affetti familiari. Il protagonista è un plebeo dall’animo nobile provato – in gioventù – da un gran dolore. Il suo nemico, è l’inesorabile patrizio Jacopo Fieschi, una figura di padre-padrone ricorrente spesso nel teatro verdiano. Sullo che la limpida storia d’amore tra Amelia e Gabriele che creare un contrasto con le torbide passioni che tormentano gli animi dei due antagonisti. L’opera – cupa e triste – si conclude con un lutto compensato dalla promessa di un tempo migliore e con un messaggio di pace e d’amore: la morte di Simone coincide con la promessa di nozze degli innamorati e con l’elezione a Doge di Gabriele. Il momento della riconciliazione nasce catarticamente da quello della sofferenza. Simon Boccanegra a Roma – È il pluripremiato regista britannico Richard Jones a firmare lo spettacolo che – diretto dal maestro Michele Mariotti, direttore musicale della Fondazione Capitolina – il 27 novembre inaugura la Stagione 2024/25 dell’Opera di Roma. Intrighi politici e scontri di classe, passioni irrisolte e bramosie di potere. La storia del primo doge di Genova, Simon Boccanegra, è per Verdi un dramma sulla crisi di un sistema politico, e sul tormento di un uomo diviso tra l’amore per la figlia e il compimento dei propri doveri istituzionali. Una tragedia in cui il mare, cornice onnipresente nell’opera, è sia sfondo di una Genova in tumulto, sia riflesso dell’animo inquieto dei protagonisti. «Nel Simon Boccanegra di Verdi, amore e potere si trovano crudelmente schierati l’uno contro l’altro – sottolinea Mariotti – Da una parte la musica esprime un’atmosfera liquida, scura e inafferrabile proprio come gli intrighi del potere, dall’altra, per mezzo del canto isolato di un fagotto o delle oscillazioni cromatiche degli archi, ci commuove. Nel finale del primo atto, ad esempio, Verdi delinea un quadro di inaudita violenza: uno scontro tra patrizi e plebei che sarà interrotto solamente dal pianto del doge che va gridando ‘pace’ e ‘amore’. Ma in un mondo così bieco non c’è posto né per l’amore né per la pace, se non quella che Simon Boccanegra troverà nell’ultimo abbraccio con il mare, che diventerà così la sua tomba». I protagonisti dello spettacolo romano sono: Luca Salsi nel ruolo del titolo, Eleonora Buratto come Maria Boccanegra, Michele Pertusi nella parte del nobile Jacopo Fiesco, Stefan Pop nelle vesti di Gabriele Adorno, Gevorg Hakobyan come Paolo Albiani. A firmare scene e costumi è Antony McDonald, mentre le luci sono di Adam Silverman. Coreografa per i movimenti mimici è Sarah Kate Fahie e maestro d’armi è Renzo Musumeci Greco. Nelle repliche del 29 novembre, 1 e 4 dicembre, Simon Boccanegra è invece interpretato dal baritono Claudio Sgura; Maria Boccanegra da Maria Motolygina, soprano al suo debutto con la Fondazione Capitolina; Jacopo Fiesco da Dmitri Ulyanov; Gabriele Adorno da Anthony Ciaramitaro.Questa la sua trama – Siamo a i Genova, verso la metà del ’300. Fervono le lotte fra patrizi e plebei per l’elezione del nuovo Doge. Un ambizioso plebeo, il filatore Paolo Albiani, confida al popolano Pietro di voler sostenere la candidatura di Simon Boccanegra (un corsaro al servizio della repubblica genovese ) nella speranza di poter ottenere da questi poteri e ricchezza. Simon è dal popolo acclamato nuovo Doge, mentre scopre che la donna amata – dalla quale ha avuto una figlia, e che il padre Jacopo Fiesco tiene prigioniera nel suo palazzo per impedirle di sposarlo – è morta. Passati 25 anni, una giovane donna, Amelia Grimaldi, ama il nobile Gabriele Adorno coinvolto – assieme al nobile Andrea Grimaldi, e Lorenzino, un plebeo segretamente vendutosi ai patrizi – in una congiura guelfa contro il Doge. Intanto Simon scopre di aver ritrovato – con Amelia Grimaldi – la figlia perduta. La rassicura che non verrà data in sposa contro la sua volontà. E ordina a Paolo di rinunciare a lei. Paolo – cui inizialmente era stata destinata – furente per l’ingiunzione del Doge, decide di rapire Amelia con l’aiuto di Pietro e di Lorenzino, che tiene in suo potere essendo a conoscenza del suo tradimento a favore dei patrizi. Mentre Simon chiede il parere dei consiglieri circa la guerra con Venezia che vorrebbe evitare (scontrandosi con la violenta opposizione di Paolo) dalla piazza giungono i clamori di un tumulto. Simone scorge Gabriele Adorno che si difende dalla folla inferocita, per il suo assassinio di Lorenzino. Interrogato dal Doge, Gabriele dichiara di averlo ucciso perché aveva tentato di rapire Amelia, su istigazione di «un uom possente»: a differenza di quanto da lui pensato (il doge) questi è Paolo in cui Amelia riconosce il mandante del suo rapimento. Scoppia un tumulto, plebei e patrizi si accusano a vicenda. Simone chiede pace e concordia per il suo popolo. Gabriele si consegna al Doge. Paolo – prima di fuggire da Genova – vuole vendicarsi dell’uomo che un tempo ha fatto salire al trono. Dopo aver versato un veleno nella tazza di Simone, introduce nella stanza Gabriele e Andrea. Rivela di conoscere la vera identità di Andrea Grimaldi (sotto il cui nome di si cela Jacopo Fiesco) l’odio profondo per il Boccanegra (da tempo). E insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi nelle stanze del Doge, vittima delle sue turpi attenzioni. Amelia tenta invano di convincere Gabriele della purezza dei sentimenti che la legano a Simone, senza rivelargli però di esserne figlia. E implora il padre di concedere a Gabriele, legato alla congiura guelfa, il suo perdono. Simone, chiede di rimanere solo. Versa dell’acqua nella tazza, la beve e si assopisce. Gabriele gli si avvicina per ucciderlo, ma ne è impedito dal ritorno di Amelia. Al suo risveglio, Simone gli concede la mano della figlia. Intanto si odono voci concitate: i congiurati guelfi stanno assalendo il palazzo. Il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace. Commosso, il giovane parte, deciso a tornare, se non verrà ascoltato, per combattere al fianco di Boccanegra. La rivolta fallisce. I congiurati patrizi (ai quali si è unito, per sete di vendetta, Paolo) sono stati sconfitti. Prima di essere condotto al patibolo, Paolo rivela a Fiesco che un veleno sta per uccidere Simone. In preda a un misterioso affanno, Simone cerca refrigerio respirando sul balcone l’aria del mare. All’improvviso gli si avvicina la sinistra figura di Fiesco, che si fa riconoscere come il suo antico rivale. Ma il Doge risponde ai suoi propositi di vendetta rivelandogli che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra: figlia sua e di Maria Fiesco. La commozione invade il vecchio patrizio che, troppo tardi, comprende l’inutilità del suo lungo odio, cede all’abbraccio di Simone e con voce spezzata gli rivela che un traditore lo ha avvelenato. Entrano Amelia e Gabriele, seguiti dalla corte dogale. Simone invita la figlia a riconoscere in Fiesco il nonno materno. Benedice i due innamorati e muore, dopo aver indicato in Gabriele il nuovo doge di Genova. In occasione dello spettacolo inaugurale esce anche il quinto numero di “Calibano” – E’ la rivista di attualità culturale dell’Opera di Roma – realizzata in collaborazione con effequ -che, pubblicata ogni quattro mesi, trae ispirazione dalle opere in cartellone per riflettere sul mondo di oggi. Il nuovo numero collega Simon Boccanegra al tema del potere e si interroga (con contributi che spaziano dalla nonviolenza politica all’antispecismo, agli algoritmi e la seduzione dell’immagine televisiva) sulle molteplici forme che oggi questo assume. Tra le firme di questo numero: Giancarlo De Cataldo, autore di una testimonianza sul potere visto dall’esperienza di un magistrato, e Andrea Tarabbia (Premio Campiello 2019), presente con un racconto inedito.
I. La prima dello spettacolo sarà preceduto da un ciclo di incontri di approfondimento. Si comincia sabato 5 ottobre (ore 17.00, Sala Grigia del Teatro Costanzi) con la “Lezione di opera”di Giovanni Bietti. Lunedì 7 ottobre, invece, al Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza Università di Roma, ore 17.30, Michele Mariotti è ospite dell’incontro “L’opera in Sapienza: Peter Grimes”. Giovedì 10 ottobre, alle ore 18.00, in Sala Grigia al Teatro Costanzi con ingresso libero, è in programma una presentazione dell’opera e del quarto numero della rivista “Calibano” dedicata a Peter Grimes e al tema dell’outsider. Il ciclo di incontri si conclude venerdì 11 ottobre alle ore 18.00, sempre in Sala Grigia al Teatro Costanzi e a ingresso libero, con la presentazione di Benjamin Britten. L’uomo, il compositore, l’interprete (EDT, 2024), la prima monografia italiana dedicata al compositore inglese. Interviene Alessandro Macchia, autore del volume.
II – Dramma sull’esclusione sociale, il pregiudizio e la crudeltà della folla, il Peter Grimes (opera in un prologo e tre atti, musica diBenjamin Britten,Libretto di Montagu Slater dal poema The Borough di George Crabbe ) – in scena al Teatro Costanzi, Opera di Roma – è uno spettacolo da profondi risvolti psicologici.
Peter Grimes – sottolinea la regista Deborah, Warner – è “un uomo perseguitato dall’orrore di un terribile incidente, spaventato dai pettegolezzi e che forse, prima ancora della disgrazia, ha sempre agito in modo diverso da chi lo circonda”. Non a caso, quindi, la sua regia ha scelto di ambientare la vicendain una decadente cittadina costiera della Gran Bretagna contemporanea – descritta come una comunità impoverita, arrabbiata e sofferente – in cui il pescatore diventa vittima della ricerca di un capro espiatorio. “La durezza dell’esistenza di coloro che si guadagnano da vivere sul tratto di costa del sud est inglese è tema centrale sia dell’opera di Britten sia del poema di Crabbe, The Borough, da cui è tratto il libretto – prosegue Deborah Warner – con similitudini che permangono sino a oggi. Nonostante le innovazioni tecnologiche, quella del pescatore solitario è ancora un’esistenza faticosa. Volevamo far rivivere questa storia in una cornice contemporanea, senza però cadere in un pericoloso sentimentalismo verso la povertà del passato. Non volevamo che questa realtà venisse ammorbidita trasferendo la storia in un altro periodo: Peter Grimes viene rifiutato da una comunità feroce e stressata, e volevamo rendere questa percezione immediata”.
Maestro del Coro, cui la partitura richiede un grande impegno, è Ciro Visco.
Sul podio il maestro Michele Mariotti.“Per Grimes – enfatizza Mariotti – il mare è fonte di vita e di riscatto, ma diventerà la sua tomba, poiché verrà spinto a morire da una società miope e giudicante verso tutto ciò che, non conformandosi ad essa, diventa inevitabilmente diverso e pericoloso. Peter Grimes è senza dubbio uno dei grandi capolavori del Novecento, un magistero di orchestrazioni e suoni, e in cui molto presente, appunto, è l’elemento liquido e inafferrabile del mare”
Peter Grimes vede protagonisti Allan Claytonnel ruolo del titolo, Sophie Bevan nei panni di Ellen Orford e Simon Keenlyside in quelli di Balstrode,. Le scene sono di Michael Levine, i costumi di Luis F. Carvalho, le luci diPeter Mumford, i video di Justin Nardella e le coreografie di Kim Brandstrup
Dopo la pausa estiva, il Costanzi, teatro dell’Opera di Roma, riprende gli spettacoli completando con La bella addormentata la trilogia (con Lo schiaccianoci e Il lago dei cigni) di Čajkovskij voluta nel cartellone dalla direttrice Eleonora Abbagnato.
Il balletto(un prologo e tre atti) – firmato dal coreografo francese Jean- Guillaume Bart – vede protagonisti, la georgiana Maia Makhateli e il coreano Young Gyu Choi (che sostituisce Victor Caixeta indisposto) e stelle della Compagnia capitolina, quali Alessandra Amato e Alessio Rezza, i primi ballerini Marianna Suriano e Claudio Cocino e i solisti Flavia Stocchi e Mattia Tortora. La malvagia, vendicativa ma, in questa versione, anche seducente fata Carabosse è interpretata dall’étoile Alessandra Amato, e poi da Roberta Paparella e Annalisa Cianci. Scene e costumi sono di Aldo Buti, luci di Vinicio Cheli.
«Ho lavorato al balletto in un allestimento storico molto bello – ha dichiarato il coreografo Bart – Le scene e i costumi di Aldo Buti si adattano perfettamente alla natura della favola tradizionale che deve far sognare. La bella addormentata è soprattutto una storia danzata dove la pantomima è essenziale per dare vita allo spettacolo. La narrazione deve essere fluida, fruibile a tutte le persone che devono poter seguire la storia come se fossero al cinema».
Bart ha utilizzato la partitura di Čajkovskij nella sua interezza, per una maggiore teatralità e un maggior spessore dei personaggi. Non acaso quindi – nella sua versione – il Corpo di Ballo diventa parte integrante della storia.
Splendido spettacolo: bravi tutte e tutti, belle le coreografie, belli i colori.
Capolavoro del realismo musicale di primo Novecento, Jenůfa (scritta tra il 1894 e il 1903 – l’opera teatrale più nota del compositore ceco Leoš Janáčekù – arriva al teatro dell’opera di Roma nella messa in scena del pluripremiato regista Claus Guth, che ha optato per unallestimento simbolico (altissime mura di legno che delimitano la scena e il rumore costante della ruota di un mulino). “Jenůfa – sttolinea Guth – è la storia di una donna che lotta per un mondo più libero “. Il rumore della ruota del mulino non cambia mai. “La società – aggiunge Guth – è questa macchina rituale che ripete i suoi movimenti all’infinito e che distrugge tutto ciò che incontra. L’opera mostra come un’enorme pressione sociale verso il conformismo possa portare alla completa caduta di un outsider, di qualcuno che sta fuori dalla norma”.
In effetti – l’opera ritrae una vicenda in cui si intrecciano onore, amore e violenza, e in cui i destini di una giovane e della sua matrigna sono destinati a ripetersi (come in una maledizione). La sua trama ruota su Jenůfa – figlia adottiva di Kostelnička, sagrestana della chiesa di un paesino della Slovacchia morava – che, rimasta incinta dell’amante Števa, viene sfregiata da Laca, innamorato di lei e geloso della sua relazione. Costretta a nascondersi in casa di Kostelnička per la maternità illegittima e rifiutata da Števa per la ferita che ora porta sul volto, viene po.i ingiustamente accusata di infanticidio dopo che Kostelnička, a sua insaputa, uccide il bambino per paura che questo possa impedirle di sposarsi con Laca, pentito e ancora innamorato di lei. Alla scoperta del cadavere, la matrigna confessa il crimine. Jenůfa – accettando le nozze con Laca – la perdona
Sul podio romano sale il direttore slovacco Juraj Valčuha. Il ruolo di Jenůfa vede impegnata Cornelia Beskow. Accanto a lei, nel ruolo della sagrestana Kostelnička, la grande Karita Mattila,. Il tenore Robert Watson è invece Števa Buryja. Nella parte di Laca Klemeň canta Charles Workman. Il mezzosoprano italiano Manuela Custer è invece la vecchia Buryjovka. Completano il castSofia Koberidze (Karolka), David Stout (Il capomastro del mulino),Lukáš Zeman e Anna Viktorova(Il sindaco e sua moglie) e, dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma, Ekaterine Buachidze(La pastora), Valentina Gargano (Barena), Mariam Suleiman (Jana).