TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Dal 6 maggio all’8 giugno 2025 Palazzo Esposizioni Roma ospita le foto finaliste di World Press Photo Exhibition 2025: importante Concorso internazionale di fotogiornalismo che – ogni anno – premia i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale, e testimonianze della storia contemporanea in tutta la sua realta’.
La rassegna – promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e dall’Azienda Speciale Palaexpo – è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography.
Lo scatto vincitore della World Press Photo 2025 ritrae gli orrori di Gaza – con un bambino (Mahmoud Ajjour) senza braccia perché coinvolto in un’esplosione mentre cercava di fuggire con la sua famiglia da un attacco israeliano a Gaza (marzo 2024): Foto del palestinese Samar Abu Elouf, per il New York Times.
Due foto finaliste riprendono:
migranti cinesi che si riscaldano vicino a un fuoco, dopo aver attraversato il confine tra Messico e Usa – Foto dello statunitense John Moore
e le conseguenze dei cambiamenti climatici in Amazzonia, con un bambino di 9 anni che porta del cibo alla madre nel villaggio di Manacapuru,oggi raggiungibile, non più tramite imbarcazioni, ma solo a piedi lungo il letto secco di un fiume – Foto del messicano Musuk Nolte.
In mostra anche i lavori dell’unica fotografa italiana premiata quest’anno – Cinzia Canneri – che in Africa ha seguito la vita di donne in fuga dal regime repressivo n Eritrea e dal conflitto in Etiopia.
Nella Rassegna 2025, i temi più’ ricorrenti sono questi: guerre e conflitti (a Gaza, in Siria, Libano ecc.) e i loro disumani e orrendi effetti modalità e conseguenze; gli effetti disastrosi (inondazioni, incendi, siccità e trasformazione dei luoghi, ecc.) dei cambiamenti climatici; rivolte (di giovani in Kenya, ecc.) e violenza fra gang; l’Iran che non è un paese per le donne; frodi nelle adozioni internazionali di bambini; condizioni di aborigeni; vita e morte in Paesi senza diritti costituzionali (v. Salvador), ecc.
Qui di seguito, il mio Video della presentazione della mostra, e alcune mie foto.
L’8 e il 9 marzo 2025 un ricco programma di eventi animerà gli spazi di Palazzo Esposizioni Roma, con visite guidate alle mostre in corso in lingua madre (amazigh, arabo, giapponese, italiano, lingua dei segni italiana, malayalam, persiano, russo e ucraino), la Biblioteca Vivente con i rifugiati del Centro Astalli, libri e proiezioni cinematografiche.
A Roma torna Punti di vista: il Festival promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo, interamente dedicato all’accessibilità e all’inclusione.
Un Festival che continua a costruire ponti tra le comunità e i luoghi della cultura, per abbattere le barriere linguistiche e culturali con l’arte e i libri, ispirato anche dal messaggio delle due mostre in corso Elogio della diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani e Francesco Clemente. Anima nomade che racchiudono già nel loro titolo un messaggio importante, le opportunità e le ricchezze date dalla diversità in tutte le sue forme.
Tutte le attività del Festival sono gratuite. Per l’occasione il biglietto d’ingresso alle mostre è di 8 € (gratuito per gli aventi diritto).
Elogio della diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani è un grande progetto espositivo dedicato al tema della biodiversità e della salute unica – che affronta la fragilità degli equilibri tra gli ecosistemi e l’interdipendenza tra le diverse forme di vita del nostro pianeta – che mira ad attivare forme di responsabilità (individuale e collettiva) in grandi e piccoli. La mostra – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo – è curata da Sapienza Università di Roma con Università di Padova e con il National Biodiversity Future Center (NBFC), istituito dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), uno dei cinque centri nazionali dedicati alla ricerca di frontiera che svolge un’attività di importanza strategica nell’ottica di contribuire a raggiungere i traguardi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.
Curato da Isabella Saggio e Fabrizio Rufo – con il contributo degli oltre duemila ricercatori del NBFC – il percorso espositivo consente un’immersione nella ricchezza degli ambienti terrestri e marini come in una fiaba, circondato dalla “meravigliosa prepotenza” della natura con animali e piante enormi, coralli e stelle marine gigantesche.
Filmati immersivi realizzati da Punto rec Studios – con musiche composte per la mostra – offrono un ulteriore senso di meraviglia.
Bella e intrigante la mostra personale, di Francesco Clemente che – napoletano di nascita ma nomade per vocazione – dopo un lungo periodo in India, vive ora a New York. La mostra – promossa dall’Assessorato alla cultura di Roma capitale e Azienda speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da quest’ultima – è a cura di Bartolomeo Pietromarchi.
Non la si guarda. Vi si entra, entrando in una serie di grandi Tende, colorate e dipinte dentro e fuori, di cui ciascuna – dalla Tenda degli angeli alla Tenda del pepe – è un mondo interiore, ricco di simboli, memorie e riflessioni stratificate nel tempo. Ispirate alla filosofia upanishadica e buddista, le Tende rappresentano “rifugi per nomadi” . Sono il simbolo di una vita itinerante. Evocano mondi immaginari – e luoghi sacri (quali le Grotte dei Mille Budda a Dunhuang in Cina o le grotte di Ajanta ed Ellora in India)- che hanno lasciato tracce profonde nella memoria dell’artista.
La Mostra si snoda in tre gruppi di opere:
sei Tende, con pareti – per lo più multicolore – dipinte con tempere luminose
dodici Bandiere, dipinte con figure simboliche, da un lato, riconoscibili, e dall’altro, enigmatici
dei dipinti murali, realizzate (sul posto) per questa mostra: Oceano di storie che rispecchia l’essenza di un’anima nomade in perenne movimento
La Tenda della verità intreccia immagini (reti e ragnatele, cuori, ragni sospesi, coppie abbracciate ecc,) di quotidianità con richiami mitologici e memorie visive profonde. Il nome è ispirato da Kabir, mistico indiano del ‘400, che descriveva il corpo come veicolo di connessione con l’assoluto. Non più quindi solo come un’entità fisica e condizionata, ma come eco di desideri dimenticati, un riflesso delle aspirazioni inconsce in cui “spiritualizzare la materia e materializzare lo spirito”.
La Tenda del pepe è ispirata e all’idea del viaggio, e alla regione del Kerala, storico crocevia commerciale, legato a civiltà antiche attraverso rotte marittime. I dipinti interni evocano il verde e l’azzurro delle sue terre tropicali, intrise di memorie storiche di un’archeologia marina nascosta, con immagini i di grani di pepe su una grande mano, barche che fluttuano nell’oceano, un veliero naufragato contenuto nel grembo di una figura femminile. Le pareti esterne sono decorate con onde e mani con palmi adornati da simboli (un occhio fluttuante, un cuore trafitto, grani di pepe cadenti). Perdute le certezze del viaggio resta il riposo sulla riva.
La Tenda del diavolo esplora il potere e la corruzione con immagini diaboliche che uniscono simboli medievali e contemporanei. Le rappresentazioni cariche di simbolismo sessuale e di potere mostrano una realtà distorta. L’opera invita a riconoscere che la nostra idea di controllo è illusoria e che solo accettando l’influenza di queste forze inconsce possiamo giungere a una nuova consapevolezza della nostra essenza più autentica .
Nella Tenda Rifugio – quasi monocromatica – domina un’atmosfera di quiete e sacralità, tramite figure di esseri con teste di animali feroci e corpi di santi, con in grembo animali più deboli, evocando l’armonia tra predatore e preda che, reciprocamente, trovano rifugio nel Budda. L’esterno della tenda è ricoperto di frammenti di un testo buddista fondamentale. Ma come riconciliare la nostra natura compassionevole con la ferocia dei predatori e dei lupi?
Tenda Museo – In questa tendaClemente esplora l’autoritratto – con dipinti di se stesso in cornici sontuose, ma anche di fronte a tigri, pesci ecc. – esplorando un’identità in continua trasformazione, che si muove tra mondi diversi. Le pareti esterni rievocano i musei amati da Clemente.
Tenda degli angeli – Qui regna un’atmosfera serena, dove le figure celesti si rivelano secondo l’immaginario dell’artista. All’esterno – su uno sfondo cangiante che si anima grazie a una rete chimerica – delle figure (cuori, fiori e picche) si fondono e si trasformano in sensuali intrecci di foreste popolate da uccelli scheletri e coppie. Sulle pareti esterne compaiono 12 immagin – colorate – di arcangeli incastonati in fessure a forma di serratura: il paradiso non è accessibile, ma si può sbirciare al suo interno grazie a un angelo custode.
I dipinti murali, monumentali ma effimeri (saranno cancellati alla fine della mostra) – in un ciclo di cerazione e dissoluzione – riflettono la caducità della memoria, la natura transitoria dell’arte, e di tutto.
Al Palazzo Esposizioni Roma, oggi c’è stato il vernissage della più grande mostra personale dell’architetto, e artista, Pietro Ruffo – intitolata L’ultimo meraviglioso minuto – curata da Sébastien Delot (direttore della collezione del Museo Nazionale Picasso di Parigi).
“Per capire l’infanzia del nostro pianeta – scrive Delot -dobbiamo guardare in profondità sotto la sua pelle. Per quanto possa sembrare strano, la Terra è molto viva. Il volto della terra cambia nel tempo. Riscoprire questa infanzia significa capire cosa è successo in profondità”.
Attraverso la meraviglia, Ruffo – con la potenza delle sue opere – offre un’inedita e coinvolgente esperienza visiva.
Questa bella esposizione raccoglie oltre 50 lavori che – pure se tra loro diversi – formano un lungo e articolato viaggio nello spazio e nel tempo, che termina con un grande omaggio alla città di Roma. E invita a riflettere sulle origini del mondo, sulla stratificazione di terra storia e cultura, inviando un messaggio che si vuole ottimista sul rapporto uomo e pianeta.
Tutto inizia dalle sue letture (cui è dedicata una parte del catalogo), da una sua visita di un sito paleoantropologico (non distante da Johannesburg) in Sudafrica, e dalla sua amiczia con Lee Berger antropologo e paleontologo di fama mondiale.
La mostra parte dalla Prima Sala -“Le monde avant la création de l’homme” – in cui i visitatori si trovano circondati da una immensa foresta primordiale, da Ruffo disegnata con una penna bic. La sala è tagliata da una grande struttura autoportante che raffigura una porzione del Gran Canyon. E fa addentrare – poi – nell’antropocene: l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre è condizionato dall’azione umana.
Le opere della Seconda Sala ripercorrono le tappe dell’evoluzione dei nostri antenati (con teschi, e statuette votive primo emblema di pensiero astratto).
Nella Terza Sala il video “The planetary garden” restituisce in forma tridimensionale il movimento, lo slittamento e il cambiamento del paesaggio nel tempo.
L’Ultima Sala – intitolata “Antropocene attraverso le stratificazioni di Roma” – raccoglie opere dedicate alla storia e preistoria del territorio romano.
L’esposizione è promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo.
Attraverso un programma di mostre, la World Press Photo Foundation racconta il mondo, a milioni di persone, attraverso foto di fotografi professionisti, creativi e coraggiosi, di cui – in questi ultimi anni caratterizzati da guerre e conflitti – molti sono morti sul campo. La mostra World Press Photo 2024 – promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e dall’Azienda Speciale Palaexpo e ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam – è state organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography.
In anteprima nazionale, presenta le foto vincitrici del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti. contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale. Questi i temi dominanti del 2024: gli effetti devastanti (ritratti con estrema compostezza) di guerre (conflitti) e dei cambiamenti climatici, attraverso la sopravvivenza di farfalle la resistenza di madre natura, la situazione drammatica di migranti, la demenza in paesi che non prevedono cure per questa patologia ecc.
A vincere il World Press Photo of the year è stato il palestinese Mohammed Salemcon la foto Una donna palestinese stringe il corpo di sua nipote.
Il premio World Press Photo Story of the Year è stato assegnato alla fotografa Lee-Ann Olwage di Geo per il progetto Valim-babena ambientato in Madagascar. Gli scatti documentano la vita di Paul Rakotozandriny, “Dada Paul” (91 anni) che convive con la demenza da 11 anni ed è assistito da sua figlia Fara Rafaraniriana (41 anni).
Il venezuelano Alejandro Cegarra, The New York Times/Bloomberg, si è aggiudicato il premio World Press Photo Long-Term Project con il lavoro I due muri che rievoca la terribile situazione dei migranti ai confini del Messico.
. Il World Press Photo Open Format Awardè andato a Julia Kochetova fotografa ucraina che ha realizzato un sito web che unisce il fotogiornalismo con lo stile documentaristico di un diario personale per mostrare al mondo l’esperienza di vivere con la guerra come realtà quotidiana.
Nel corso dei prossimi mesi, al Palazzo Esposizioni Roma, ci sarà la mostra “MACCHINE DEL TEMPO” – dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF): perfetto connubio tra divulgazione scientifica, gioco e cultura. La mostra (promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e daAzienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, ideata e realizzata da INAF in collaborazione con Pleiadi e prodotta con il contributo di Azienda Speciale Palaexpo) parla di astrofisica e astronomia a grandi e piccoli, neofiti e appassionati.
I visitatori, guardando il cielo, intraprenderanno un vero e proprio “viaggio nel tempo” il cui tema centrale è la luce che – con la sua velocità – ci permette di vedere il passato. Più distante osserviamo, più indietro nel tempo riusciamo a vedere.
Le macchine del tempo (dal cannocchiale – inventato nei Paesi Bassi, ma per la prima volta indirizzato verso il cielo da Galileo che lo ha anche perfezionato – a Osservatori imponenti e complessi sistemi di telescopi e satelliti artificiali) sono state create dall’uomo per osservare il cosmo e l’inizio di tutto (i telescopi sono in grado di trasportarci all’origine dell’universo – quando le prime galassie e le stelle hanno preso forma – ma anche di sviscerare la storia del nostro pianeta e del sistema solare).
Il percorso espositivo si snoda su tre sale.
Si parte con l’invito a ripetere l’esperienza che Galileo fece oltre 400 anni fa, puntando per la prima volta il verso il cielo. Il viaggio prosegue tra pianeti, stelle, galassie e giganteschi ammassi di galassie, abbracciando le immense scale cosmiche che le “macchine del tempo” dell’astrofisica contemporanea cercano di afferrare, fino agli albori dell’Universo.
La Mostra – che incentiva interattività e immersione (attraverso una combinazione di immagini iconiche, exhibit interattivi e tecnologie innovative come la realtà virtuale) – prevede anche conferenze, spettacoli, laboratori didattici e aperti scientifici.
E divulga ciò che gli scienziati italiani e l’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) fanno, dando un grosso contributo anche a livello internazionale