Posts Tagged ‘Quirino’

LA VITTORIA È LA BALIA DEI VINTI al teatro Quirino (Roma, 10-15 dicembre 2024)

dicembre 5, 2024

Scena bianca – e attrice vestita di bianco – formano uno schermo cinematografico gigante e tridimensionale sul quale apparirà la video chiamata della piccola figlia che chiede la storia della buona notte.

La mamma rievoca immagini (quasi sognate e non realistiche) del bombardamento di Firenze del ’43. Quella notte, Nonna Vittoria – che era nascosta nel rifugio improvvisato nelle cantine di Palazzo Pitti (dove risiedeva in quanto moglie del sovraintendente ai beni culturali di Firenze) – ha dovuto affrontare anche la vertigine di tabù sociale, allattare i due gemelli della sua balia che per lo shock aveva perso il latte. 

Quando siamo tutti sotto le bombe, non ci sono più vincitori né vinti.

Sotto le bombe la Signora può servire la serva. Sotto le bombe la Vittoria è la balia dei vinti: questo il messaggio di questo bello spettacolo. 

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“1984” al Teatro Quirino di Roma (22 ottobre-3 novembre 2024)

ottobre 18, 2024

Un adattamento – di Robert Icke e Ducan Macmillan – di questo celebre romanzo di George Orwell sarà in scena al teatro Quirino di Roma. “1984 – sottolinea il regista Giancarlo Nicoletti – è un romanzo straordinario, e probabilmente il  capolavoro del Novecento più destinato a rinnovare di continuo la sua cifra di attualità nel tempo. ’Il Grande Fratello sei tu, che osservi’ fa dire Orwell dal personaggio di O’Brien all’antieroe protagonista Winston.   In tempi di abbuffata voyeuristico-mediatica derivata dai canali di comunicazione e di auto-rappresentazione del sé sui social, sono parole che non potrebbero risultare più attuali.  Il nostro Grande Fratello e l’Oceania orwelliana in scena, vivranno- non in una dittatura del secolo scorso – ma nelle odierne Silicon Valley, negli Apple Store, a Guantanamo o in Iraq, in una diretta streaming o nel mondo dell’intelligenza artificiale e fonderanno il proprio potere sull’invasione della sfera privata – autorizzata ovviamente dal consenso informato.  Attenzione, però, che non si tratta di un’operazione di mera attualizzazione.   Si può attualizzare un’opera ambientata in un passato definito, ma Orwell, quando scriveva nel 1948, immaginava il futuro!.   Quindi ho immaginato il futuribile.   E al pubblico ogni sera i verrà richiesto di farsi delle domande: “Cos’è il reale? Cos’è la verità e cos’è una bugia? Siamo veramente in grado di distinguerne il confine, e cosa ci aiuta a farlo?”.  Non per una dimostrazione di forza muscolare del regista e dei creativi, ma perché siamo convinti che “1984” e la poetica di Orwell lo richieda.   Da qui il nostro gigantesco sforzo produttivo – e sinergico fra i vari linguaggi teatrali  (parole e corpi, scenografia, videoproiezioni, musiche, costumi, luci) – attraverso una forma di “narrazione onirica” – simile a un sogno o a un incubo – per restituire, sulla scena, quello stesso, sonorissimo schiaffo che Orwell dà al proprio lettore nelle pagine del suo gigantesco romanzo”.

Ma, ciò detto,  di che  tratta questo celebre romanzo di Georg Orwell?

1984 è un anno di un futuro qualsiasi, in cui il mondo è diviso in tre superstati in guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. L’Oceania è governata dal Grande Fratello, che tutto vede e tutto sa.  Perfino i bambini sono diventati spie e – insieme alle videocamere – controllano tutti.  Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, amare e divertirsi.   Insomma: tranne vivere, se non secondo i dettami del Grande Fratello.  Winston Smith – un uomo comune che lavora al Ministero della Verità – è solo un ingranaggio del sistema che tiene un diario clandestino.  

Anche se non c’è “amore tranne quello per il Grande Fratello, e non c’è lealtà se non quella verso il Partito”, Winston si innamora di Julia, benchè potrebbe essere una spia, pronta a consegnarlo alle torture del Grande Fratello.   

Nel tentativo di vivere una vita normale, Winston Smith dovrà scoprire di chi  (e di cosa ) può fidarsi.

Storia di una capinera al Teatro Quirino di Roma (20 febbraio-3 marzo 2024)

febbraio 18, 2024

Bel testo, eccellenti interpretazioni – con lo strepitoso Enrico Guarnieri e la brava Nadia De Luca – belle scenografie: uno spettacolo da vedere Storia di una capinera in scena al Quirino di Roma!

“E’ sul drammatico rapporto padre figlia – sottolinea Guglielmo Ferro, regista dello spettacolo in scena al Quirino di Roma – sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera del Verga.  La stanza del convento è il centro della scena. Maria non esce da quella prigione, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici.  Ogni evento che deflagra nella mente di Maria, ogni personaggio altro che scardina il viaggio del noviziato di Maria, sono gli elementi drammaturgici per sviscerare il dramma interiore di un padre che finisce per uccidere la figlia.   È il racconto di legami infelici, di dinamiche familiari per noi oggi impossibili da immaginare ma che Verga racconta con l’inesorabilità di una condanna. Non c’è redenzione per Maria, non c’è redenzione per il padre Giuseppe, e nemmeno per noi. Perché la redenzione non appartiene alla Sicilia di Giovanni Verga”.

Ma qual è la trama di “Storia di un capinera” celebre romanzo epistolare di Verga?

La sua protagonista è Maria, una diciannovenne rimasta orfana di madre in tenera età e rinchiusa all’età di sette anni in un convento di Catania, costretta a diventare monaca di clausura per indigenza economica famigliare.

 A causa dell’epidemia di colera del 1854, Maria ha l’occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilicedo, dove vivono padre, matrigna, la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. A Monte Ilice incomincia un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, come lei tornata a casa dai genitori a causa del colera.  Allo straordinario senso di libertà – fino ad allora sconosciuto – si aggiunge la felicità di vivere in mezzo a quell’amore che solo una famiglia può dare (anche se il suo bisogno di essere amata le fa scambiare per sincero affetto sia l’atteggiamento severo della matrigna – che la tratta non al pari dei suoi figli naturali, ma piuttosto come un’ospite sgradita – che quello freddo e distaccato della sorellastra Giuditta). Maria vorrebbe quindi “esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere codeste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà!». Invidia, perciò, l’amica Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento.

A poca distanza dalla casa di Maria, abita la famiglia Valentini. Tra Nino e Maria nasce un amore. Nino la invita a lasciare il convento. La matrigna ribadisce la necessità di diventare suora e le proibisce qualunque contatto esterno, soprattutto con Nino. Maria si ammala. Cessato l’allarme dell’epidemia la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte precedente la partenza, la giovane educanda, non ancora del tutto guarita, acconsente al rientro con la morte nel cuore. L’isolamento del luogo conventuale non fa che acuire la sua sofferenza. Punendosi Maria digiuna e mortifica la propria carne per giungere ad uno sfinimento del corpo e dello spirito.  Gli esercizi spirituali si intensificano ancor più quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e la sorellastra Giuditta.

Il 6 aprile 1856, Maria prende finalmente i voti.  Alla cerimonia (che lei paragona ad un funerale) assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino che la guarda «cogli occhi spalancati».  

L’essere diventata suora non l’aiuta. Più cerca di reprimere i suoi sentimenti, più questi la tormentano, Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta. Il bisogno di vedere Nino le fa tentare di fuggire dal convento, ma viene trattenuta  dalle converse. Mentre  si dibatte è trascinata all’interno della cella di suor Agata, la suora pazza, ma a quel punto sviene. Viene portata quindi in infermeria dove, dopo tre giorni, muore.  Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, la suora laica, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire – dietro espresso desiderio di Maria – gli effetti personali della defunta, ivi incluso  alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa che Nino le aveva appoggiato sul davanzale la notte prima della partenza da Monte Ilice, e che furono trovate sopra le labbra senza vita di Maria.

Otello è in scena al Teatro Quirino di Roma

febbraio 6, 2024

Otello è una celebre tragedia di –  scritta agli inizi del XVII secolo – ispirata dai temi della gelosia e dell’inganno, in cui non mancano anche altri aspetti pure importanti (bianco vs nero ecc.). Lago è il manipolatore che pianta i semi della malvagità nelle menti dei personaggi.  Otello – cui lascia credere che Desdemona lo tradisce – è tra le sue principali vittime. 

E’ una corsa verso la distruzione di sé e degli altri, in un gioco che trasforma l’immaginazione in realtà̀ e la realtà in immaginazione.

Nell’adattamento in scena al teatro Quirino –  sottolinea il regista Andrea Baracco – “Lago – scena dopo scena – trasforma una sua oscura volontà in una concreta e collettiva discesa agli inferi. Il suo agire è quello dell’autore che plasma i propri personaggi, è quello del regista che crea l’universo in cui farli vivere (e morire), è quello dell’attore che conosce l’altro da sé perché non teme di conoscere se stesso. Accanto a lui, Otello e Desdemona, complici involontari del suo disegno, e vittime di un caso che li mette crudelmente di fronte alla verità su se stessi”. Inoltre – precisa il regista – “confrontarsi con Otello nel contemporaneo, significa anche scegliere se fondare la propria riflessione sugli aspetti sociali e di dibattito pubblico che il testo genera nei nostri tempi, o affrontarlo cercandone i principi poetici più profondi, le domande più universali. Per l’amore che ho per questo testo, sento la responsabilità̀ di restituirlo al pubblico come squarcio sull’umano e sulle sue contraddizioni.  Da queste considerazioni, ho immaginato a fondazione del progetto un principio di ribaltamento del canone shakespeariano: un cast esclusivamente femminile. Non si tratta di una scelta estetica. Ma poetica: è un inganno, per liberare lo sguardo del pubblico dai pregiudizi sulla storia e i suoi temi, e lasciarsi attraversare dalla terribile consapevolezza che chiunque di noi può, un giorno, trovarsi a giocare il ruolo della vittima o del carnefice, se volontà, fragilità e caso si trovano allineati come astri di una costellazione”.

Il lavoro – precisa Letizia Russo – inizia con una nuova traduzione dell’originale shakespeariano, per restituirne la possibilità di dialogare col presente. Poi, diventa ricerca di una lingua diversificata e specifica: bassa, insinuante, pericolosa quella di Iago; in precipitosa trasformazione e frammentazione quella di Otello; concreta e cristallina quella di Desdemona; vivida e sintetica quella di ognuno degli altri personaggi.  Come fosse materia organica, la lingua sarà accadimento e spazio, universo in trasformazione.  Un’isola in cui i destini degli esseri umani mostrano il volto terribile del Fato”.

Ginger e Fred al Teatro Quirino (16-21 gennaio 2024)

gennaio 4, 2024

È la vigilia di Natale.  I protagonisti, tra loro Ginger e Fred – scritturati come ospiti per lo show di Natale di una televisione privata – sono emozionati per la serata che li porterà sotto le luci dei riflettori.  Ma e non sanno che in quanto derubricati alla voce “materiale di varia umanità” – a questa a televisione commerciale – sono necessari solo per riempire i buchi tra una pubblicità e l’altra.

Nell’attesa, in sala trucco – prima che il teatro diventi lo studio dello show e il Presentatore, come il Domatore di un circo, faccia entrare le bestie ammaestrate – questi personaggi si imporranno per la realtà delle loro vite, fatte di solitudine, basse aspirazioni, menzogne e confessioni improvvise, tutto comico e tragico allo stesso tempo, nell’esaltazione di un giorno “straordinario”.   Per Amelia e Pippo, Ginger e Fred, è diverso: sotto le luci dei riflettori, erano loro a emanare luce. Sono qui per ritrovare quel filo nascosto che li aveva uniti nella coppia artistica e forse anche intima. E poi, sì, balleranno, e per un momento saranno di nuovo insieme… come nel ricordo, in quel tempo passato che non c’è più.

La morte in quinta dell’Ospite d’Onore, l’Ammiraglio/eroe, interrompe bruscamente lo show. Dopo la sua mesta commemorazione, Ginger e Fred si separeranno ancora. Perché? «Non lo so – risponde Ginger – Federico ha voluto così».  

Perché il loro mondo fatto di incanto, non c’è più. Sono solo “materiale di varia umanità” usata per riempire il tempo tra una pubblicità e l’altra.

Come ben sottolineato da Monica Guerritore: “È nell’osservazione di questo piccolo popolo –- che emerge la pietas che spinge Fellini a scrivere e dirigere Ginger & Fred. Il mondo di Fellini è illusione e suggestione. La scena non descrive ma allude, indica uno spazio ‘altro’: le luci di una festa finita da tempo, le insegne di una discoteca riminese, l’Eden Rock. È quello il mondo che accoglie Ginger e Fred. E che ne racconta la fine”.

A causa di un infortunio Pietro Bontempo sarà sostituito da Max Vado. E la prima è slittata dal 9 al 16 gennaio 2024.

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (21 novembre-3 dicembre 2023) al teatro Quirino di Roma

novembre 20, 2023

Lo spettacolo in scena al Quirino – testo di Lina Wertmuller, regia di Marcello Cotugno, con Giuseppe Zeno e Euridice Axen quali protagonisti – propone un adattamento contemporaneo ad oggi (di Marcello Cotugno e Irene Alison) dell’originale cinematografico, che risale alla prima metà degli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo, caratterizzati da attentati terroristici, lotta armata, brigate rosse, rapimenti, morti e scontri violenti.  Il suo gran successo – come giustamente sottolineato dalla stessa Wertmuller – nacque dal suo aver colto lo spirito dell’epoca e le sue contrapposizioni sociali (nord industrializzato-sud povero e sfruttato; visione comunista e spirito capitalista; idea della donna nata per servire l’uomo, ironicamente affiancata a un’imprenditrice di successo; conflitti politici e di genere. Il tutto incarnato nei due protagonisti della storia).

Questa la sua trama.

Il marinaio siciliano Gennarino Carunchio e la bella milanese Raffaella Pavoni Lanzetti – per ironia della sorte – si trovano naufraghi su un’isola deserta. Lontani da stereotipi e barriere sociali, e in un luogo dove la natura impone le sue regole, i due dispersi trovano inaspettatamente l’amore l’uno per l’altro.  Ma – tornati nel loro mondo dove ad attenderli ci sono famiglie, lavoro e ruoli sociali – la travolgente passione che li ha legati non può più esistere.

il contesto sociale e politico – dell’adattamento in scena al Quirino – corrisponde alle dinamiche vissute al giorno d’oggi. La miliardaria e il marinaio rappresentano due mondi lontani e sconosciuti. “L’ignoranza crea paura; la paura, violenza – sottolinea Lina Wertmuller – ma grazie a un luogo vergine come l’isola, che costringe alla convivenza forzata al di fuori dei ruoli sociali e del contesto geopolitico e religioso, Raffaella e Gennarino possono conoscersi e persino amarsi. La struttura della commedia non cambia rispetto all’originale cinematografico, così come la chiave grottesca che permette di raccontare la storia accentuando ironicamente le caratteristiche dei personaggi”.

Riccardo III al teatro Quirino (Roma 16-21 maggio 2023)

Maggio 14, 2023

In una dimensione internazionale complessa – dominata da rigurgiti nazionalisti, intolleranza religiosa, razzismo, ecc. – questo dramma di /da Shakespeare è di drammatica attualità. 

Cosa spinge le persone a cadere nelle mani di un tiranno? Perché non ci si sottrae collettivamente alla violenza e alla sopraffazione? Perché la sfrenatezza è affascinante?

“Il viaggio di Riccardo III, qui interpretato da Paolo Pierobon – sottolinea la regista ungherese Kriszta Székely  dev’essere per tutti noi un esempio di quanto l’ardore e la ricerca sfrenata del potere non conosca limiti umani, e che chi pecca di prepotenza alla fine sarà prigioniero del proprio inferno. Si tratta di una parabola. Un esempio. Uno specchio insanguinato, una preghiera oscura con la speranza di un mondo migliore».

RiccardoIII e’messo in scena in una chiave, moderna e innovativa (anche per le scenografie multimediali): sorprendente, e anche scioccante per gli amanti della tradizione. Ne deriva uno spettacolo capace di catturare l’attenzione per la sua dimensione brillante, e da thriller che crea suspence, in una ben nota storia ( di sete di potere, corruzione violenza e spregiudicatezza, false promesse e tradimenti) del passato, con maestria, per certi aspetti aggiornata ad oggi. Interessante quindi l’immersione della (nota e pur atemporale) dinamica del potere, nei giorni nostri. Non mancano riferimenti alla Russia, all’Iran, alla Cina, alle fake news, alla difesa dei diritti umani, a armi e pace, all’apparizione sulla scena di tanti nuovi Riccardi III, e ad altri aspetti della nostra era. Bravissimi tutti e – ovviamente – il grande PaoloPierobon e la regista.

L’OMBRA DI TOTO’ Al TEATRO QUIRINO (Roma 11 -12 maggio 2023)

Maggio 11, 2023

A Napoli, 17 aprile 1967, giorno del funerale del grande Totò, nella folla – indicando una persona – una donna urla “O mio dio! Ma quello è… sì quello è proprio lui…”.  Un uomo esclama: “Guardate là! Totò è vivo! Totò non è morto! è resuscitato!”. Gli fa eco un’altra popolana…

Ma che sta succedendo?  Avvicinato da una giornalista del quotidiano Il Mattino di Napoli la persona che viene indicata rilascia un’intervista. E’ Dino Valdi (Osvaldo Natale) –sconosciuto ai più – che  per molti anni è stato a fianco del grande attore. Lo ha seguito, sostenuto e spesso sostituito, soprattutto da quando Totò divenne completamente cieco.

Lo spettacolo al Quirino è un’intervista immaginaria. Per una volta, l’umile Dino diventa protagonista assoluto di una storia che non è la sua.

 Attraverso i suoi ricordi, riemergono  fatti ei personaggi del percorso artistico e familiare, pubblico e privato, del celebre attore.

“Uno nessuno e centomila” al teatro Quirino (Roma 10-15 gennaio 2023)

gennaio 8, 2023

La visione del mondo di Luigi Pirandello affonda le sue radici nel più estremo spiritualismo, nemico giurata del materialismo, e di tutti i lacci sociali, che irretiscono la libera espressione spirituale dell’uomo. L’ultimo suo romanzo – UNO NESSUNO E CENTOMILA-  è, secondo lo stesso autore, il suo romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita”. 

Questa, in estrema sintesi, la sua trama.   Vitangelo Moscarda –  figlio di un banchiere con fama di usuraio dal quale ha ereditato una banca – accorgendosi casualmente che il suo naso pende verso destra, incomincia a percorrere un viaggio in cui scopre di non essere, per gli altri, quello che crede di essere. Cercherà quindi di distruggere le molte immagini che gli altri vedono di lui, fino a diventare aria, vento, puro spirito.   Per affrancarsi da “tutte le rabbie” del mondo (l’eros, la violenza, il denaro) distrugge lo sciocco Gengè (tanto desiderato dalla moglie Dida) e la società bancaria.  E alla fine si ritrova in un “ospizio di mendicità” edificato da lui stesso con il denaro ottenuto dalla liquidazione della banca, e offerto in beneficenza a tutti i poveri e agli sperduti come lui.  La sua nuova vita sembra davvero la vita pura di un angelo.  

Siamo dinanzi a un romanzo che – come sottolinea giustamente il regista Antonello Capodici – è “attualissimo nella descrizione della perdita di senso che l’Uomo contemporaneo subisce a fronte del sovrabbondare dei macro-sistemi sociali (dallo Stato alla Famiglia, dall’istituto del Matrimonio al Capitalismo, dalla Ragione alla Follia) che finiscono con l’annullarlo, inglobandolo. Oggi parleremmo di “disfunzionalità” e “disturbi del comportamento”.   Pirandello, infatti, anticipando di decenni le conclusioni della “Gestalt”, descrive, in realtà, dei sintomi.  Scopre una vasta rete di disturbi e nevrosi (personalità istrioniche, disturbi “borderline”, manie compulsive, ansie da controllo, disfunzionalità dell’umore, bipolarismo) epitome di un più ampio malessere, che contagia le società moderne come, tutt’oggi, le intendiamo”. 

Nella sua messa in scena a Roma, al teatro Quirino, Pippo Pattavina – furente doppio di sé stesso nelle vicende più dolorose – è lo spensierato narratore in “flash-back”.   Invece Marianella Bargilli interpreta, sia la moglie Dida, sia la “quasi amante” Maria Rosa, “provocantemente ingenua, in maniera speculare, costretta com’è nel suo disturbo evitante”.   “La scena – sottolinea il regista – è abbacinante. Di un bianco perfetto, luminoso, totale. Una scatola bianca. La mente del Protagonista, certo.  Ma anche una cella, una stanza d’ospedale o di manicomio. E’ un luogo “non-luogo”, che però si riempie subito di visioni.  E non tragga in inganno la struttura tradizionale del romanzo d’origine. Rimane la libertà del racconto. La forza redentrice del relativismo, il sollievo del ridicolo. Narrazione /interpretazione / esposizione: le atmosfere oniriche, le evocazioni. Lo smobilitamento finale del trauma, che rimanda alle moderne tecniche dell’MDR”.

I Vicere’ al Teatro Quirino (29 novembre-4 dicembre 2022)

novembre 28, 2022

Pubblicato nel 1894 a Catania, lI Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.

Quando uscì non ebbe fortuna perché il naturalismo stava ormai declinando (a favore della reazione spiritualistica di D’Annunzio, Fogazzaro, Pascoli) e il suo tono troppo pessimistico e la forma poco elegante non erano graditi in un momento in cui trionfavano nazionalismo e formalismo. Il suo clamoroso insuccesso (cui molto contribuì la critica negativa di Benedetto Croce) ha segnato tutta la carriera di De Roberto: come Tomasi di Lampedusa (e il suo Gattopardo) anche lui sarà glorificato post-mortem.

Sia nelle scene corali che in quelle più intime, la trasposizione scenica – ricca, viva, dinamica, kolossal – ne conserva la freschezza narrativa, l’umorismo nero, e lo stupore dell’intreccio narrativo.

L’Io narrante è affidato a Don Blasco (religioso per interesse, puttaniere, baro, straripante di vizi ma anche di intelligenza e ironia): un sorprendente anti-eroe.