TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Elogio della diversità. Viaggio negli ecosistemi italiani è un grande progetto espositivo dedicato al tema della biodiversità e della salute unica – che affronta la fragilità degli equilibri tra gli ecosistemi e l’interdipendenza tra le diverse forme di vita del nostro pianeta – che mira ad attivare forme di responsabilità (individuale e collettiva) in grandi e piccoli. La mostra – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo – è curata da Sapienza Università di Roma con Università di Padova e con il National Biodiversity Future Center (NBFC), istituito dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), uno dei cinque centri nazionali dedicati alla ricerca di frontiera che svolge un’attività di importanza strategica nell’ottica di contribuire a raggiungere i traguardi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.
Curato da Isabella Saggio e Fabrizio Rufo – con il contributo degli oltre duemila ricercatori del NBFC – il percorso espositivo consente un’immersione nella ricchezza degli ambienti terrestri e marini come in una fiaba, circondato dalla “meravigliosa prepotenza” della natura con animali e piante enormi, coralli e stelle marine gigantesche.
Filmati immersivi realizzati da Punto rec Studios – con musiche composte per la mostra – offrono un ulteriore senso di meraviglia.
Per celebrare l’avvio del Giubileo, a Roma, dal 26 novembre 2024 – nelle prestigiose sale del Palazzo dei conservatori in Campidoglio – ci sarà la mostra “Tiziano Lotto Crivelli e Guercino – Capolavori della Pinacoteca di Ancona” che – organizzata in collaborazione con i Musei Capitolini di Roma – attraverso una selezione di 6 stupende opere sacre realizzate tra Rinascimento e età barocca, racconta la storia dell’arte nella città dorica: così ben rappresentata nelle raccolte civiche, e testimonianza dell’importanza delle sue committenze sacre. I capolavori in mostra descrivono un percorso di importanti contaminazioni tra correnti artistiche che hanno reso la città depositaria di assoluti capolavori tra XV e XVII secolo. Con 5 pale d’altare di grandi dimensioni – e una piccola ma lussuosa tempera su tavola – questo spaccato del meglio della produzione pittorica marchigiana (e in particolare di quella veneta nella regione) racconta l’importanza della collezione della Pinacoteca Podesti di Ancona e – oltre a testimoniare la sacralità e l’importanza che assunse l’arte adriatica del ‘500 – anticipa gli eventi culturali previsti per il prossimo Giubileo. Nel corso della sua presentazione , “la mostra – ha sottolineato Massimiliano Smeriglio Assessore alla cultura di Roma Capitale nel corso – è un esempio virtuoso di scambi culturali tra amministrazioni. I musei civici italiani costituiscono una realtà importantissima”.
LE OPERE IN ESPOSIZIONE
Tiziano Vecellio: Madonna con il Bambino in gloria, i santi Francesco e Biagio e il donatore Luigi Gozzi (Pala Gozzi), 1520 – Uscendo dai tipici schemi architettonici e prospettici del Quattrocento, la tavola è esempio della “inversione di rotta” di Leonardo – e poi di Raffaello e dello stesso Tiziano: protagonista è la composizione naturale del soggetto che coglie l’attimo, la vita. Sul retro della tavola, sono visibili vari schizzi a pietra nera. Il dipinto (il primo firmato e datato) – di grande potenza espressiva e coloristica – segna l’ingresso del pittore nel ramo, più tradizionale e lucroso della produzione pittorica cinquecentesca. Il committente della tela (raffigurato inginocchiato in basso) è il mercante di Dubrovnik. Il soggetto della pala, dipinta con sferzante realismo, è di agevole lettura. San Biagio, protettore di Dubrovnik, indica al committente, l’apparizione della Vergine con il Bambino sulle nuvole, circondata da un coro di tre angeli (due, infanti e nudi, con coroncine di fiori, uno, più serio e maturo, vestito di una tunica bianca). Sulla sinistra, San Francesco si compiace della visione miracolosa. Un ramo di fico, simboleggia la salvezza cristiana,
Tiziano Vecellio: Cristo crocefisso, la Vergine e i santi Domenico e Giovanni Evangelista (Crocifissione, Pala Cornovi della Vecchia), 1558
Olivuccio di Ciccarello: Circoncisione di Gesù Bambino, 1430 – 1439 ca
Carlo Crivelli: Madonna col Bambino, 1480 – Vero piccolo gioiello!
Giovan Francesco Guerrieri detto Guercino: Immacolata concezione (1656)
Lorenzo Lotto: La Vergine con il Bambino incoronata da angeli e i santi Stefano, Giovanni Evangelista, Simone – Zelota e Lorenzo (Sacra conversazione, Palazzo delk’Alabatda) 1539 circa
Simon Boccanegra è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave che – andata per la prima volta in scena al Teatro La Fenice di Venezia il 12 marzo 1857 – fu poi da Verdi profondamente rimaneggiata oltre vent’anni dopo: si racconta che il musicista ha confidato al nipote Carrara di aver voluto bene al Simon Boccanegra «come si vuol bene al figlio gobbo». A contribuire al sostanziale insuccesso della prima versione di Simon Boccanegra furono l’intreccio eccessivamente complicato e la tinta eccessivamente uniforme della partitura musicale, appesantita dall’impiego massiccio del canto declamato. Le modifiche al libretto furono poi effettuate da Arrigo Boito, il futuro librettista di Otello e Falstaff. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 al Teatro La Scala di Milano. Opera avara di grandi arie, Simon Boccanegra si fa apprezzare per una straordinaria aderenza della musica al dramma. Ma, nonostante l’iniziale successo, il cammino del rinnovato Simon Boccanegra non è stato facile. Alla fine dell’Ottocento, l’opera era nuovamente uscita di repertorio. Solo da 1929 è poi stata inserita nei cartelloni dei maggiori teatri tedeschi, di Vienna, del Metropolitan di New York e – sull’onda del trionfo americano – dell’ Italia e del Regno Unito. Il suo soggetto non ruota intorno ad una grande storia d’amore o ad un infiammato dramma di popoli in lotta per la libertà. Ma sulla crisi di un sistema di potere e di affetti familiari. Il protagonista è un plebeo dall’animo nobile provato – in gioventù – da un gran dolore. Il suo nemico, è l’inesorabile patrizio Jacopo Fieschi, una figura di padre-padrone ricorrente spesso nel teatro verdiano. Sullo che la limpida storia d’amore tra Amelia e Gabriele che creare un contrasto con le torbide passioni che tormentano gli animi dei due antagonisti. L’opera – cupa e triste – si conclude con un lutto compensato dalla promessa di un tempo migliore e con un messaggio di pace e d’amore: la morte di Simone coincide con la promessa di nozze degli innamorati e con l’elezione a Doge di Gabriele. Il momento della riconciliazione nasce catarticamente da quello della sofferenza. Simon Boccanegra a Roma – È il pluripremiato regista britannico Richard Jones a firmare lo spettacolo che – diretto dal maestro Michele Mariotti, direttore musicale della Fondazione Capitolina – il 27 novembre inaugura la Stagione 2024/25 dell’Opera di Roma. Intrighi politici e scontri di classe, passioni irrisolte e bramosie di potere. La storia del primo doge di Genova, Simon Boccanegra, è per Verdi un dramma sulla crisi di un sistema politico, e sul tormento di un uomo diviso tra l’amore per la figlia e il compimento dei propri doveri istituzionali. Una tragedia in cui il mare, cornice onnipresente nell’opera, è sia sfondo di una Genova in tumulto, sia riflesso dell’animo inquieto dei protagonisti. «Nel Simon Boccanegra di Verdi, amore e potere si trovano crudelmente schierati l’uno contro l’altro – sottolinea Mariotti – Da una parte la musica esprime un’atmosfera liquida, scura e inafferrabile proprio come gli intrighi del potere, dall’altra, per mezzo del canto isolato di un fagotto o delle oscillazioni cromatiche degli archi, ci commuove. Nel finale del primo atto, ad esempio, Verdi delinea un quadro di inaudita violenza: uno scontro tra patrizi e plebei che sarà interrotto solamente dal pianto del doge che va gridando ‘pace’ e ‘amore’. Ma in un mondo così bieco non c’è posto né per l’amore né per la pace, se non quella che Simon Boccanegra troverà nell’ultimo abbraccio con il mare, che diventerà così la sua tomba». I protagonisti dello spettacolo romano sono: Luca Salsi nel ruolo del titolo, Eleonora Buratto come Maria Boccanegra, Michele Pertusi nella parte del nobile Jacopo Fiesco, Stefan Pop nelle vesti di Gabriele Adorno, Gevorg Hakobyan come Paolo Albiani. A firmare scene e costumi è Antony McDonald, mentre le luci sono di Adam Silverman. Coreografa per i movimenti mimici è Sarah Kate Fahie e maestro d’armi è Renzo Musumeci Greco. Nelle repliche del 29 novembre, 1 e 4 dicembre, Simon Boccanegra è invece interpretato dal baritono Claudio Sgura; Maria Boccanegra da Maria Motolygina, soprano al suo debutto con la Fondazione Capitolina; Jacopo Fiesco da Dmitri Ulyanov; Gabriele Adorno da Anthony Ciaramitaro.Questa la sua trama – Siamo a i Genova, verso la metà del ’300. Fervono le lotte fra patrizi e plebei per l’elezione del nuovo Doge. Un ambizioso plebeo, il filatore Paolo Albiani, confida al popolano Pietro di voler sostenere la candidatura di Simon Boccanegra (un corsaro al servizio della repubblica genovese ) nella speranza di poter ottenere da questi poteri e ricchezza. Simon è dal popolo acclamato nuovo Doge, mentre scopre che la donna amata – dalla quale ha avuto una figlia, e che il padre Jacopo Fiesco tiene prigioniera nel suo palazzo per impedirle di sposarlo – è morta. Passati 25 anni, una giovane donna, Amelia Grimaldi, ama il nobile Gabriele Adorno coinvolto – assieme al nobile Andrea Grimaldi, e Lorenzino, un plebeo segretamente vendutosi ai patrizi – in una congiura guelfa contro il Doge. Intanto Simon scopre di aver ritrovato – con Amelia Grimaldi – la figlia perduta. La rassicura che non verrà data in sposa contro la sua volontà. E ordina a Paolo di rinunciare a lei. Paolo – cui inizialmente era stata destinata – furente per l’ingiunzione del Doge, decide di rapire Amelia con l’aiuto di Pietro e di Lorenzino, che tiene in suo potere essendo a conoscenza del suo tradimento a favore dei patrizi. Mentre Simon chiede il parere dei consiglieri circa la guerra con Venezia che vorrebbe evitare (scontrandosi con la violenta opposizione di Paolo) dalla piazza giungono i clamori di un tumulto. Simone scorge Gabriele Adorno che si difende dalla folla inferocita, per il suo assassinio di Lorenzino. Interrogato dal Doge, Gabriele dichiara di averlo ucciso perché aveva tentato di rapire Amelia, su istigazione di «un uom possente»: a differenza di quanto da lui pensato (il doge) questi è Paolo in cui Amelia riconosce il mandante del suo rapimento. Scoppia un tumulto, plebei e patrizi si accusano a vicenda. Simone chiede pace e concordia per il suo popolo. Gabriele si consegna al Doge. Paolo – prima di fuggire da Genova – vuole vendicarsi dell’uomo che un tempo ha fatto salire al trono. Dopo aver versato un veleno nella tazza di Simone, introduce nella stanza Gabriele e Andrea. Rivela di conoscere la vera identità di Andrea Grimaldi (sotto il cui nome di si cela Jacopo Fiesco) l’odio profondo per il Boccanegra (da tempo). E insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi nelle stanze del Doge, vittima delle sue turpi attenzioni. Amelia tenta invano di convincere Gabriele della purezza dei sentimenti che la legano a Simone, senza rivelargli però di esserne figlia. E implora il padre di concedere a Gabriele, legato alla congiura guelfa, il suo perdono. Simone, chiede di rimanere solo. Versa dell’acqua nella tazza, la beve e si assopisce. Gabriele gli si avvicina per ucciderlo, ma ne è impedito dal ritorno di Amelia. Al suo risveglio, Simone gli concede la mano della figlia. Intanto si odono voci concitate: i congiurati guelfi stanno assalendo il palazzo. Il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace. Commosso, il giovane parte, deciso a tornare, se non verrà ascoltato, per combattere al fianco di Boccanegra. La rivolta fallisce. I congiurati patrizi (ai quali si è unito, per sete di vendetta, Paolo) sono stati sconfitti. Prima di essere condotto al patibolo, Paolo rivela a Fiesco che un veleno sta per uccidere Simone. In preda a un misterioso affanno, Simone cerca refrigerio respirando sul balcone l’aria del mare. All’improvviso gli si avvicina la sinistra figura di Fiesco, che si fa riconoscere come il suo antico rivale. Ma il Doge risponde ai suoi propositi di vendetta rivelandogli che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra: figlia sua e di Maria Fiesco. La commozione invade il vecchio patrizio che, troppo tardi, comprende l’inutilità del suo lungo odio, cede all’abbraccio di Simone e con voce spezzata gli rivela che un traditore lo ha avvelenato. Entrano Amelia e Gabriele, seguiti dalla corte dogale. Simone invita la figlia a riconoscere in Fiesco il nonno materno. Benedice i due innamorati e muore, dopo aver indicato in Gabriele il nuovo doge di Genova. In occasione dello spettacolo inaugurale esce anche il quinto numero di “Calibano” – E’ la rivista di attualità culturale dell’Opera di Roma – realizzata in collaborazione con effequ -che, pubblicata ogni quattro mesi, trae ispirazione dalle opere in cartellone per riflettere sul mondo di oggi. Il nuovo numero collega Simon Boccanegra al tema del potere e si interroga (con contributi che spaziano dalla nonviolenza politica all’antispecismo, agli algoritmi e la seduzione dell’immagine televisiva) sulle molteplici forme che oggi questo assume. Tra le firme di questo numero: Giancarlo De Cataldo, autore di una testimonianza sul potere visto dall’esperienza di un magistrato, e Andrea Tarabbia (Premio Campiello 2019), presente con un racconto inedito.
Al Palazzo Esposizioni Roma, oggi c’è stato il vernissage della più grande mostra personale dell’architetto, e artista, Pietro Ruffo – intitolata L’ultimo meraviglioso minuto – curata da Sébastien Delot (direttore della collezione del Museo Nazionale Picasso di Parigi).
“Per capire l’infanzia del nostro pianeta – scrive Delot -dobbiamo guardare in profondità sotto la sua pelle. Per quanto possa sembrare strano, la Terra è molto viva. Il volto della terra cambia nel tempo. Riscoprire questa infanzia significa capire cosa è successo in profondità”.
Attraverso la meraviglia, Ruffo – con la potenza delle sue opere – offre un’inedita e coinvolgente esperienza visiva.
Questa bella esposizione raccoglie oltre 50 lavori che – pure se tra loro diversi – formano un lungo e articolato viaggio nello spazio e nel tempo, che termina con un grande omaggio alla città di Roma. E invita a riflettere sulle origini del mondo, sulla stratificazione di terra storia e cultura, inviando un messaggio che si vuole ottimista sul rapporto uomo e pianeta.
Tutto inizia dalle sue letture (cui è dedicata una parte del catalogo), da una sua visita di un sito paleoantropologico (non distante da Johannesburg) in Sudafrica, e dalla sua amiczia con Lee Berger antropologo e paleontologo di fama mondiale.
La mostra parte dalla Prima Sala -“Le monde avant la création de l’homme” – in cui i visitatori si trovano circondati da una immensa foresta primordiale, da Ruffo disegnata con una penna bic. La sala è tagliata da una grande struttura autoportante che raffigura una porzione del Gran Canyon. E fa addentrare – poi – nell’antropocene: l’epoca geologica in cui l’ambiente terrestre è condizionato dall’azione umana.
Le opere della Seconda Sala ripercorrono le tappe dell’evoluzione dei nostri antenati (con teschi, e statuette votive primo emblema di pensiero astratto).
Nella Terza Sala il video “The planetary garden” restituisce in forma tridimensionale il movimento, lo slittamento e il cambiamento del paesaggio nel tempo.
L’Ultima Sala – intitolata “Antropocene attraverso le stratificazioni di Roma” – raccoglie opere dedicate alla storia e preistoria del territorio romano.
L’esposizione è promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo.
Ho trascorso un bel pomeriggio, alla Sala dei Lecci del Bioparco di Roma, in compagnia di Giacomo Puccini, cui il la voce recitante di Enrico Ottaviano ha ridato vita, leggendo parti di sue lettere (e altri documenti) in cui il grande musicista parlava di sé stesso – dalla sua infanzia e gioventù, a Turandot (sua splendida opera da lui mai conclusa) – delle sue idee e concezione dell’arte, della musica e della vita.
Belli anche i testi di E.M. Iannuzzi magnificamente cantati dal soprano Elvira Maria Iannuzzi, accompagnata dalla musica di Puccini suonata al piano da Alessandro d’Agostini,
Il tutto organizzato dalla Camera musicale romana, in collaborazione con altri partner.
Un adattamento – di Robert Icke e Ducan Macmillan – di questo celebre romanzo di George Orwell sarà in scena al teatro Quirino di Roma. “1984 – sottolinea il regista Giancarlo Nicoletti – è un romanzo straordinario, e probabilmente il capolavoro del Novecento più destinato a rinnovare di continuo la sua cifra di attualità nel tempo. ’Il Grande Fratello sei tu, che osservi’ fa dire Orwell dal personaggio di O’Brien all’antieroe protagonista Winston. In tempi di abbuffata voyeuristico-mediatica derivata dai canali di comunicazione e di auto-rappresentazione del sé sui social, sono parole che non potrebbero risultare più attuali. Il nostro Grande Fratello e l’Oceania orwelliana in scena, vivranno- non in una dittatura del secolo scorso – ma nelle odierne Silicon Valley, negli Apple Store, a Guantanamo o in Iraq, in una diretta streaming o nel mondo dell’intelligenza artificiale e fonderanno il proprio potere sull’invasione della sfera privata – autorizzata ovviamente dal consenso informato. Attenzione, però, che non si tratta di un’operazione di mera attualizzazione. Si può attualizzare un’opera ambientata in un passato definito, ma Orwell, quando scriveva nel 1948, immaginava il futuro!. Quindi ho immaginato il futuribile. E al pubblico ogni sera i verrà richiesto di farsi delle domande: “Cos’è il reale? Cos’è la verità e cos’è una bugia? Siamo veramente in grado di distinguerne il confine, e cosa ci aiuta a farlo?”. Non per una dimostrazione di forza muscolare del regista e dei creativi, ma perché siamo convinti che “1984” e la poetica di Orwell lo richieda. Da qui il nostro gigantesco sforzo produttivo – e sinergico fra i vari linguaggi teatrali (parole e corpi, scenografia, videoproiezioni, musiche, costumi, luci) – attraverso una forma di “narrazione onirica” – simile a un sogno o a un incubo – per restituire, sulla scena, quello stesso, sonorissimo schiaffo che Orwell dà al proprio lettore nelle pagine del suo gigantesco romanzo”.
Ma, ciò detto, di che tratta questo celebre romanzo di Georg Orwell?
1984 è un anno di un futuro qualsiasi, in cui il mondo è diviso in tre superstati in guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. L’Oceania è governata dal Grande Fratello, che tutto vede e tutto sa. Perfino i bambini sono diventati spie e – insieme alle videocamere – controllano tutti. Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, amare e divertirsi. Insomma: tranne vivere, se non secondo i dettami del Grande Fratello. Winston Smith – un uomo comune che lavora al Ministero della Verità – è solo un ingranaggio del sistema che tiene un diario clandestino.
Anche se non c’è “amore tranne quello per il Grande Fratello, e non c’è lealtà se non quella verso il Partito”, Winston si innamora di Julia, benchè potrebbe essere una spia, pronta a consegnarlo alle torture del Grande Fratello.
Nel tentativo di vivere una vita normale, Winston Smith dovrà scoprire di chi (e di cosa ) può fidarsi.
Attraverso un programma di mostre, la World Press Photo Foundation racconta il mondo, a milioni di persone, attraverso foto di fotografi professionisti, creativi e coraggiosi, di cui – in questi ultimi anni caratterizzati da guerre e conflitti – molti sono morti sul campo. La mostra World Press Photo 2024 – promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e dall’Azienda Speciale Palaexpo e ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam – è state organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography.
In anteprima nazionale, presenta le foto vincitrici del prestigioso contest di fotogiornalismo che dal 1955 premia ogni anno i migliori fotografi professionisti. contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale. Questi i temi dominanti del 2024: gli effetti devastanti (ritratti con estrema compostezza) di guerre (conflitti) e dei cambiamenti climatici, attraverso la sopravvivenza di farfalle la resistenza di madre natura, la situazione drammatica di migranti, la demenza in paesi che non prevedono cure per questa patologia ecc.
A vincere il World Press Photo of the year è stato il palestinese Mohammed Salemcon la foto Una donna palestinese stringe il corpo di sua nipote.
Il premio World Press Photo Story of the Year è stato assegnato alla fotografa Lee-Ann Olwage di Geo per il progetto Valim-babena ambientato in Madagascar. Gli scatti documentano la vita di Paul Rakotozandriny, “Dada Paul” (91 anni) che convive con la demenza da 11 anni ed è assistito da sua figlia Fara Rafaraniriana (41 anni).
Il venezuelano Alejandro Cegarra, The New York Times/Bloomberg, si è aggiudicato il premio World Press Photo Long-Term Project con il lavoro I due muri che rievoca la terribile situazione dei migranti ai confini del Messico.
. Il World Press Photo Open Format Awardè andato a Julia Kochetova fotografa ucraina che ha realizzato un sito web che unisce il fotogiornalismo con lo stile documentaristico di un diario personale per mostrare al mondo l’esperienza di vivere con la guerra come realtà quotidiana.
Dal 7 maggio 2024 – al 25 agosto – prende il viaEXPODEMIC: Festival delle Accademie e degli Istituti di Cultura stranieri a Roma, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’’Azienda Speciale Palaexpo. Tra gli artisti ospitati al Palazzo delle esposizioni – fulcro dell’evento – si ritrovano: Kamrooz Aram, Ane Rodriguez Armendariz, Séverine Ballon, Jacopo Belloni, Alix Boillot, Susanne Brorson, Fatma Bucak, Pedro Luis Cembranos, Zachary Fabri, Hamedine Kane, Kapwani Kiwanga, Bjørn Melhus, Marko Nikodijevic, Tura Oliveira, Estefania Puerta Grisales, Chloé Quenum, Marie Robert, Sarina Scheidegger. Per tutta la sua durata, con la collaborazione di 20 istituzioni culturali internazionali, il Festival proporrà nelle loro sedi mostre, incontri, eventi e dibattiti.
Otello è una celebre tragedia di – scritta agli inizi del XVII secolo – ispirata dai temi della gelosia e dell’inganno, in cui non mancano anche altri aspetti pure importanti (bianco vs nero ecc.). Lago è il manipolatore che pianta i semi della malvagità nelle menti dei personaggi. Otello – cui lascia credere che Desdemona lo tradisce – è tra le sue principali vittime.
E’ una corsa verso la distruzione di sé e degli altri, in un gioco che trasforma l’immaginazione in realtà̀ e la realtà in immaginazione.
Nell’adattamento in scena al teatro Quirino – sottolinea il regista Andrea Baracco – “Lago – scena dopo scena – trasforma una sua oscura volontà in una concreta e collettiva discesa agli inferi. Il suo agire è quello dell’autore che plasma i propri personaggi, è quello del regista che crea l’universo in cui farli vivere (e morire), è quello dell’attore che conosce l’altro da sé perché non teme di conoscere se stesso. Accanto a lui, Otello e Desdemona, complici involontari del suo disegno, e vittime di un caso che li mette crudelmente di fronte alla verità su se stessi”. Inoltre – precisa il regista – “confrontarsi con Otello nel contemporaneo, significa anche scegliere se fondare la propria riflessione sugli aspetti sociali e di dibattito pubblico che il testo genera nei nostri tempi, o affrontarlo cercandone i principi poetici più profondi, le domande più universali. Per l’amore che ho per questo testo, sento la responsabilità̀ di restituirlo al pubblico come squarcio sull’umano e sulle sue contraddizioni. Da queste considerazioni, ho immaginato a fondazione del progetto un principio di ribaltamento del canone shakespeariano: un cast esclusivamente femminile. Non si tratta di una scelta estetica. Ma poetica: è un inganno, per liberare lo sguardo del pubblico dai pregiudizi sulla storia e i suoi temi, e lasciarsi attraversare dalla terribile consapevolezza che chiunque di noi può, un giorno, trovarsi a giocare il ruolo della vittima o del carnefice, se volontà, fragilità e caso si trovano allineati come astri di una costellazione”.
Il lavoro – precisa Letizia Russo – inizia con una nuova traduzione dell’originale shakespeariano, per restituirne la possibilità di dialogare col presente. Poi, diventa ricerca di una lingua diversificata e specifica: bassa, insinuante, pericolosa quella di Iago; in precipitosa trasformazione e frammentazione quella di Otello; concreta e cristallina quella di Desdemona; vivida e sintetica quella di ognuno degli altri personaggi. Come fosse materia organica, la lingua sarà accadimento e spazio, universo in trasformazione. Un’isola in cui i destini degli esseri umani mostrano il volto terribile del Fato”.
Serata Giovani Coreografi è un nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma – i cui protagonisti sono Adriano Bolognino (classe 1995) Simone Repele e Sasha Riva (rispettivamente classe 1993 e 1991) – frutto del lavoro svolto dai tre giovani autori con le étoiles Alessandra Amato e Rebecca Bianchi, il solista Simone Agrò – premio Danza&Danza 2023 interprete emergente – e il Corpo di Ballo dell’Opera di Roma su commissione della direttrice Eleonora Abbagnato.
La serata inizia conYellow di Adriano Bolognino che ha sviluppato un linguaggio dalla gestualità pulsante. Da piccolo – racconta – “immaginavo un’anima gialla, splendente, che sprigionava tutta la sua forza per dare vita alle cose inanimate. Da qui Yellow (giallo): sarà per quei ricordi da bambino, sarà perché il giallo è il colore preferito di mia madre. Aspettavo l’opportunità di lavorare per un corpo di ballo per dare una chance a questa pièce che ho conservato nel cassetto fino ad oggi». E si conclude con I died for love di Simone Repele (1993) e Sasha Riva (1991): spettacolo radicato in un aspetto teatrale che si esprime attraverso un vocabolario neoclassico e contemporaneo. «Per questa creazione – spiegano i due coreografi – ci siamo ispirati alla figura della ragazza abbandonata più conosciuta nella tradizione americana e descritta nella canzone folk The Butcher Boy: racconta di un’amante che, lasciata dal suo uomo, decide di togliersi la vita e chiede di porre una tortora sul suo petto per mostrare al mondo che è morta per amore. Dalla frase che chiude la canzone è nata l’idea del titolo del nostro balletto».
«La serata – spiega Eleonora Abbagnato – è una novità della programmazione. Dal mio arrivo, nel 2015, ho fortemente voluto che nuovi grandi nomi della coreografia contemporanea entrassero nel repertorio della compagnia. E così è stato per esempio con Millepied, Forsythe, Preljocaj, Inger, Pastor, Wheeldon. Con questa nuova Serata ampliamo lo sguardo sul contemporaneo aprendo le porte del nostro Teatro ai giovani talenti e in particolare italiani.
“Un’occasione – sottolinea ancora Abbagnato – per loro di lavorare con un corpo di ballo ma anche per i ballerini dell’Opera di mettersi alla prova con linguaggi completamente nuovi. Ho danzato io stessa le creazioni degli autori che ho scelto di accostare. Sembrano simili ma hanno peculiarità completamente differenti: il linguaggio di Simone e Sasha è teatrale, Bolognino si distingue per precisione e dinamica. Vorrei diventasse anche questo un appuntamento abituale nella stagione, per fare dell’Opera di Roma un luogo di crescita e promozione del futuro della danza».
La Serata Giovani Coreografi vede le scene di Michele Della Cioppa, i costumi di Anna Biagiotti e le luci di Alessandro Caso. Musiche su base registrata di autori vari.
Poesia, amore, violenza: arriva in prima assoluta al Teatro Nazionale “I Died for Love”, la nuova creazione di Simone Repele e Sasha Riva. Sarà uno dei due pezzi che comporranno la “Serata Giovani Coreografi”, dal 31 gennaio al 2 febbraio.