TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Neri Marcorè torna a confrontarsi con Fabrizio De André in un nuovo spettacolo di teatro canzone che fa rivivere “La Buona Novella” (album pubblicato nel 1970) che dà voce a molti personaggi: Maria, Giuseppe, Tito il ladrone, il coro delle madri, un falegname, il popolo.
“Questo spettacolo – scrive il regista e drammaturgo Giorgio Gallione – è pensato come una sorta di Sacra Rappresentazione contemporanea che alterna e intreccia le canzoni di De André con brani narrativi tratti dai Vangeli apocrifi cui lo stesso autore si è ispirato: dal protovangelo di Giacomo al Vangelo dell’Infanzia Armeno a frammenti dello Pseudo-Matteo. Prosa e musica sono montati in una partitura coerente al percorso tracciato dall’autore nel disco. I brani parlati, come in un racconto arcaico, sottolineano la forza evocativa e il valore delle canzoni originali, svelandone la fonte mitica e letteraria. La valenza “rivoluzionaria” della riscrittura di De André sta nella decisione di un laico di affrontare un tema così anomalo per questi tempi”.
Pensaci Agostino è una commedia scritta dal grande Pirandello nel 1916.
Questa la sua trama. Un anziano insegnante, Toti – profondamente amareggiato nei confronti della società e dello Stato – decide di prendere per moglie la giovanissima Lillina: potrà così mantenerla e assicurarle, anche dopo la sua morte, la propria pensione. Benchè Lillina sia incinta del giovane Giacomino, Toti la sposa, mantenendo lei e il nascituro e permettendo a Giacomino di venirli a trovare.. La gente del paese è scandalizzata da questa incresciosa situazione. Il preside invita, quindi, Toti ad andare in pensione. Toti rifiuta con sdegno, poiché è deciso a ribellarsi alle convenzioni. Per mettere a tacere una volta per tutte le dicerie, Don Landolina – per conto della sorella di Giacomino – gli chiede di firmare un documento in cui si dichiara che Ninì è figlio di Toti e che nessuno dei due coniugi è venuto meno agli obblighi nuziali. Toti si reca da Rosalia con il bambino e chiede di parlare con Giacomino. Giacomino arriva sconvolto e rattristato: le dicerie e le malignità della gente lo hanno distrutto, pertanto rivela a Toti di essersi risoluto a sposare un’altra donna. Toti lo mette di fronte alle sue responsabilità.
Come ben sottolinea il regista Guglielmo Ferro: “Toti non appare come un vinto, né una figura triste o malinconica, di vecchio ingrigito dai propri pensieri. È anzi l’unico che esce vincitore in una guerra dalla quale tutti escono sconfitti; il più intelligente, in fondo, quello che sente di poter scegliere, di essere padrone della propria vita, delle proprie certezze, dei propri errori, pronto a pagare, a sentire tutto sulla pelle con coraggio. Non è il candore senile a impegnare il personaggio, ma l’acutezza mentale, il profondo rigore etico, la coerenza tagliente, quello che infastidisce; perché fa pensare, perché mette di fronte ognuno di noi alla nostra ridicola apparenza di fantocci impegnati in rituali spogli di ogni significato, decisi da qualcun’altro e accettati per comodità”.
Bel testo, eccellenti interpretazioni – con lo strepitoso Enrico Guarnieri e la brava Nadia De Luca – belle scenografie: uno spettacolo da vedere Storia di una capinera in scena al Quirino di Roma!
“E’ sul drammatico rapporto padre figlia – sottolinea Guglielmo Ferro, regista dello spettacolo in scena al Quirino di Roma – sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera del Verga. La stanza del convento è il centro della scena. Maria non esce da quella prigione, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici. Ogni evento che deflagra nella mente di Maria, ogni personaggio altro che scardina il viaggio del noviziato di Maria, sono gli elementi drammaturgici per sviscerare il dramma interiore di un padre che finisce per uccidere la figlia. È il racconto di legami infelici, di dinamiche familiari per noi oggi impossibili da immaginare ma che Verga racconta con l’inesorabilità di una condanna. Non c’è redenzione per Maria, non c’è redenzione per il padre Giuseppe, e nemmeno per noi. Perché la redenzione non appartiene alla Sicilia di Giovanni Verga”.
Ma qual è la trama di “Storia di un capinera” celebre romanzo epistolare di Verga?
La sua protagonista è Maria, una diciannovenne rimasta orfana di madre in tenera età e rinchiusa all’età di sette anni in un convento di Catania, costretta a diventare monaca di clausura per indigenza economica famigliare.
A causa dell’epidemia di colera del 1854, Maria ha l’occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilicedo, dove vivono padre, matrigna, la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. A Monte Ilice incomincia un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, come lei tornata a casa dai genitori a causa del colera. Allo straordinario senso di libertà – fino ad allora sconosciuto – si aggiunge la felicità di vivere in mezzo a quell’amore che solo una famiglia può dare (anche se il suo bisogno di essere amata le fa scambiare per sincero affetto sia l’atteggiamento severo della matrigna – che la tratta non al pari dei suoi figli naturali, ma piuttosto come un’ospite sgradita – che quello freddo e distaccato della sorellastra Giuditta). Maria vorrebbe quindi “esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere codeste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà!». Invidia, perciò, l’amica Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento.
A poca distanza dalla casa di Maria, abita la famiglia Valentini. Tra Nino e Maria nasce un amore. Nino la invita a lasciare il convento. La matrigna ribadisce la necessità di diventare suora e le proibisce qualunque contatto esterno, soprattutto con Nino. Maria si ammala. Cessato l’allarme dell’epidemia la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte precedente la partenza, la giovane educanda, non ancora del tutto guarita, acconsente al rientro con la morte nel cuore. L’isolamento del luogo conventuale non fa che acuire la sua sofferenza. Punendosi Maria digiuna e mortifica la propria carne per giungere ad uno sfinimento del corpo e dello spirito. Gli esercizi spirituali si intensificano ancor più quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e la sorellastra Giuditta.
Il 6 aprile 1856, Maria prende finalmente i voti. Alla cerimonia (che lei paragona ad un funerale) assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino che la guarda «cogli occhi spalancati».
L’essere diventata suora non l’aiuta. Più cerca di reprimere i suoi sentimenti, più questi la tormentano, Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta. Il bisogno di vedere Nino le fa tentare di fuggire dal convento, ma viene trattenuta dalle converse. Mentre si dibatte è trascinata all’interno della cella di suor Agata, la suora pazza, ma a quel punto sviene. Viene portata quindi in infermeria dove, dopo tre giorni, muore. Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, la suora laica, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire – dietro espresso desiderio di Maria – gli effetti personali della defunta, ivi incluso alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa che Nino le aveva appoggiato sul davanzale la notte prima della partenza da Monte Ilice, e che furono trovate sopra le labbra senza vita di Maria.
Otello è una celebre tragedia di – scritta agli inizi del XVII secolo – ispirata dai temi della gelosia e dell’inganno, in cui non mancano anche altri aspetti pure importanti (bianco vs nero ecc.). Lago è il manipolatore che pianta i semi della malvagità nelle menti dei personaggi. Otello – cui lascia credere che Desdemona lo tradisce – è tra le sue principali vittime.
E’ una corsa verso la distruzione di sé e degli altri, in un gioco che trasforma l’immaginazione in realtà̀ e la realtà in immaginazione.
Nell’adattamento in scena al teatro Quirino – sottolinea il regista Andrea Baracco – “Lago – scena dopo scena – trasforma una sua oscura volontà in una concreta e collettiva discesa agli inferi. Il suo agire è quello dell’autore che plasma i propri personaggi, è quello del regista che crea l’universo in cui farli vivere (e morire), è quello dell’attore che conosce l’altro da sé perché non teme di conoscere se stesso. Accanto a lui, Otello e Desdemona, complici involontari del suo disegno, e vittime di un caso che li mette crudelmente di fronte alla verità su se stessi”. Inoltre – precisa il regista – “confrontarsi con Otello nel contemporaneo, significa anche scegliere se fondare la propria riflessione sugli aspetti sociali e di dibattito pubblico che il testo genera nei nostri tempi, o affrontarlo cercandone i principi poetici più profondi, le domande più universali. Per l’amore che ho per questo testo, sento la responsabilità̀ di restituirlo al pubblico come squarcio sull’umano e sulle sue contraddizioni. Da queste considerazioni, ho immaginato a fondazione del progetto un principio di ribaltamento del canone shakespeariano: un cast esclusivamente femminile. Non si tratta di una scelta estetica. Ma poetica: è un inganno, per liberare lo sguardo del pubblico dai pregiudizi sulla storia e i suoi temi, e lasciarsi attraversare dalla terribile consapevolezza che chiunque di noi può, un giorno, trovarsi a giocare il ruolo della vittima o del carnefice, se volontà, fragilità e caso si trovano allineati come astri di una costellazione”.
Il lavoro – precisa Letizia Russo – inizia con una nuova traduzione dell’originale shakespeariano, per restituirne la possibilità di dialogare col presente. Poi, diventa ricerca di una lingua diversificata e specifica: bassa, insinuante, pericolosa quella di Iago; in precipitosa trasformazione e frammentazione quella di Otello; concreta e cristallina quella di Desdemona; vivida e sintetica quella di ognuno degli altri personaggi. Come fosse materia organica, la lingua sarà accadimento e spazio, universo in trasformazione. Un’isola in cui i destini degli esseri umani mostrano il volto terribile del Fato”.
Si rinnova (dopo i successi di Nero Cardinale e L’avaro) la collaborazione tra Ugo Chiti, Alessandro Benvenuti e gli attori di Arca Azzurra per un lavoro su Falstaff.
In questo adattamento, l’eroe e antieroe di Shakespeare “resuscita” a Windsor.
Esprimendo un’arroganza aristocratica con sangue plebeo – e disarmante perché privo della consapevolezza dell’età che “indossa” – questo Falstaff resta fedele al testo originale delle Comari di Windsor per gli appuntamenti farseschi. Si lascia beffare. Solo l’ultima beffa cambia struttura, e andamento narrativo. Questo grazie all’intervento di Semola, suo paggio (servizievole, irridente, mutevole, inquietante) che solo alla fine – allucinazione o sogno? – assume le vesti e le sembianze del principe Enrico, tornato a bandire Falstaff dal consorzio umano. Nell’ordine prestabilito del potere, non si trova posto dove collocare un corpo tanto grande quanto irrazionale e magico.
È la vigilia di Natale. I protagonisti, tra loro Ginger e Fred – scritturati come ospiti per lo show di Natale di una televisione privata – sono emozionati per la serata che li porterà sotto le luci dei riflettori. Ma e non sanno che in quanto derubricati alla voce “materiale di varia umanità” – a questa a televisione commerciale – sono necessari solo per riempire i buchi tra una pubblicità e l’altra.
Nell’attesa, in sala trucco – prima che il teatro diventi lo studio dello show e il Presentatore, come il Domatore di un circo, faccia entrare le bestie ammaestrate – questi personaggi si imporranno per la realtà delle loro vite, fatte di solitudine, basse aspirazioni, menzogne e confessioni improvvise, tutto comico e tragico allo stesso tempo, nell’esaltazione di un giorno “straordinario”. Per Amelia e Pippo, Ginger e Fred, è diverso: sotto le luci dei riflettori, erano loro a emanare luce. Sono qui per ritrovare quel filo nascosto che li aveva uniti nella coppia artistica e forse anche intima. E poi, sì, balleranno, e per un momento saranno di nuovo insieme… come nel ricordo, in quel tempo passato che non c’è più.
La morte in quinta dell’Ospite d’Onore, l’Ammiraglio/eroe, interrompe bruscamente lo show. Dopo la sua mesta commemorazione, Ginger e Fred si separeranno ancora. Perché? «Non lo so – risponde Ginger – Federico ha voluto così».
Perché il loro mondo fatto di incanto, non c’è più. Sono solo “materiale di varia umanità” usata per riempire il tempo tra una pubblicità e l’altra.
Come ben sottolineato da Monica Guerritore: “È nell’osservazione di questo piccolo popolo –- che emerge la pietas che spinge Fellini a scrivere e dirigere Ginger & Fred. Il mondo di Fellini è illusione e suggestione. La scena non descrive ma allude, indica uno spazio ‘altro’: le luci di una festa finita da tempo, le insegne di una discoteca riminese, l’Eden Rock. È quello il mondo che accoglie Ginger e Fred. E che ne racconta la fine”.
A causa di un infortunio Pietro Bontempo sarà sostituito da Max Vado. E la prima è slittata dal 9 al 16 gennaio 2024.
Anna Karenina è un romanzo di Tolstoj – pubblicato nel 1877 – considerato un capolavoro del realismo. Ambientato nelle più alte classi sociali russe, il romanzo approfondisce i temi dell’ipocrisia, della gelosia, della fede, della fedeltà, della famiglia, del matrimonio, della società, del progresso, del desiderio carnale e della passione, nonché il conflitto tra lo stile di vita agricolo e quello urbana.
Come raccontare a teatro questa bella storia?
“Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda in vari modi – sottolinea il regista Luca De Fusco – Innanzitutto con un cast di attrici di livello (Galatea Ranzi, per il ruolo di Anna) e di interpreti di altrettanto spessore ( Paolo Serra -per Karenin, Giacinto Palmarini- per Vronskji, Stefano Santospago- per Oblonskij, e poi Francesco Biscione, Debora Bernardi, Irene Tetto, Giovanna Mangiù e la giovani Mersila Sokoli”). Insieme col drammaturgo Gianni Garrera, abbiamo deciso di non nascondere l’origine letteraria del testo, ma anzi valorizzarla. Al di là dei dialoghi le parti più strettamente narrative o i commenti di Tolstoj saranno attribuiti agli stessi attori che interpretano i ruoli. I pensieri dei personaggi saranno invece detti dai personaggi stessi. A queste tecniche teatrali ho aggiunto un montaggio veloce, cinematografico, composto di molte brevi scene e contrassegnato dalla grammatica visivo-musicale. Le coreografie sono di Alessandra Panzavolta. Come nel romanzo tutto inizia e termina con un treno, emblema dell’opera”.
Lo spettacolo in scena al Quirino – testo di Lina Wertmuller, regia di Marcello Cotugno, con Giuseppe Zeno e Euridice Axen quali protagonisti – propone un adattamento contemporaneo ad oggi (di Marcello Cotugno e Irene Alison) dell’originale cinematografico, che risale alla prima metà degli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo, caratterizzati da attentati terroristici, lotta armata, brigate rosse, rapimenti, morti e scontri violenti. Il suo gran successo – come giustamente sottolineato dalla stessa Wertmuller – nacque dal suo aver colto lo spirito dell’epoca e le sue contrapposizioni sociali (nord industrializzato-sud povero e sfruttato; visione comunista e spirito capitalista; idea della donna nata per servire l’uomo, ironicamente affiancata a un’imprenditrice di successo; conflitti politici e di genere. Il tutto incarnato nei due protagonisti della storia).
Questa la sua trama.
Il marinaio siciliano Gennarino Carunchio e la bella milanese Raffaella Pavoni Lanzetti – per ironia della sorte – si trovano naufraghi su un’isola deserta. Lontani da stereotipi e barriere sociali, e in un luogo dove la natura impone le sue regole, i due dispersi trovano inaspettatamente l’amore l’uno per l’altro. Ma – tornati nel loro mondo dove ad attenderli ci sono famiglie, lavoro e ruoli sociali – la travolgente passione che li ha legati non può più esistere.
il contesto sociale e politico – dell’adattamento in scena al Quirino – corrisponde alle dinamiche vissute al giorno d’oggi. La miliardaria e il marinaio rappresentano due mondi lontani e sconosciuti. “L’ignoranza crea paura; la paura, violenza – sottolinea Lina Wertmuller – ma grazie a un luogo vergine come l’isola, che costringe alla convivenza forzata al di fuori dei ruoli sociali e del contesto geopolitico e religioso, Raffaella e Gennarino possono conoscersi e persino amarsi. La struttura della commedia non cambia rispetto all’originale cinematografico, così come la chiave grottesca che permette di raccontare la storia accentuando ironicamente le caratteristiche dei personaggi”.
Gran bello spettacolo al @TeatroQuirino di Roma. Bravissimi i protagonisti. Belli colori ,effetti di luce e scene, e scene, e le musiche. pic.twitter.com/11y5U0uhqB
Con regia di Leo Muscato, Rocco Papaleo è il protagonista di “L’ispettore generale”: uno dei più grandi capolavori della drammaturgia russa, una commedia satirica estremamente divertente (che si prende gioco delle piccolezze morali di chi detiene un potere e si ritiene intoccabile) espressione del tentativo di Gogoldidenunciare – attraverso riso e comicità – la burocrazia corrotta della Russia zarista.
Siamo nel 1836, Regno dello zar Nicola I che istituisce una sorta di inquisizione che persegue e ostacola tutti i liberi pensatori (fra cui Dostoevskij, Puškin e Gogol stesso). Rapidamente, questo sistema scatena un processo di burocratizzazione che aumenta il livello di corruzione fra i funzionari statali.
Nella commedia di Gogol, quell’élite di Pietroburgo diventa un manipolo di traffichini che si sentono intoccabili. Su tutti, spicca il Podestà che gestisce la “cosa pubblica” come fosse il proprio feudo e arrotonda con leggerezza lo stipendio statale, che a suo dire “è una miseria”. Ma la corruzione serpeggia in ogni settore della macchina amministrativa.
La trama, di per sé, è molto esile.
Si basa su un equivoco banale: un frivolo viaggiatore di passaggio viene scambiato per un alto funzionario dello Stato spedito dallo zar ad indagare sulla condotta dei funzionari cittadini. Per il malinteso, i “notabili” temono di venire smascherati e di finire ai lavori forzati. E’ necessario trovare il modo di corromperlo… Ma se non fosse così facile?
Per aggirare la censura, Gogol ambienta la sua storia in una piccola cittadina sperduta, senza nome.
“Questo nuovo allestimento – sottolinea il regista Leo Muscato – prende spunto proprio da questo isolamento, da questo essere in un altrove, lontano dai confini dell’impero, e forse da tutto il resto del mondo. Con lo scenografo Andrea Belli, si è immaginato un luogo straniante, metafisico: un piccolo villaggio, freddo, innevato, glaciale, con case cristallizzate dal ghiaccio e una parete girevole per evocare spazi diversi. È un mondo in cui vige la povertà, l’ignoranza e l’apoteosi del provincialismo. Tutti sognano la Capitale, immaginano che lì si possa vivere solo una vita felice e piena di lussi. Ma questa prospettiva è solo una chimera di chi ha un’esperienza di vita molto limitata e vive con molta ingenuità. La comicità nasce dal fatto che i personaggi vivono la truffa, l’arbitrio, la violenza e la sopraffazione come loro sacrosanti diritti. E all’improvviso subiscono una scossa talmente tanto forte che comincia a instillare dentro di loro il dubbio di non avere più alcuna certezza”.
Nello spettacolo – sottolinea ancora il regista – “il testo è presentato in una versione ridotta a un solo tempo. Sul linguaggio abbiamo operato con estrema prudenza, asciugandolo da un eccesso di riferimenti storicizzanti che oggi renderebbero appesantita la sua fruizione. Molti personaggi di contorno sono stato tagliati; quelli rimasti conferiscono alla vicenda una dimensione ancora più corale, arrivando a incarnare delle maschere continuamente in bilico fra il serio e il faceto, fra la tragica situazione in cui credono di essere e la comica situazione in cui realmente si trovano. E noi un pò li compatiamo e un pò ridiamo di loro, perché, come scriveva Rabelais,“meglio è di risa che di pianto scrivere, che rider soprattutto è cosa umana”.
L’ironia sottesa in tutto il testo è contrappuntata dalle musiche originali di Andrea Chenna, che evocano un tempo che non c’è più. Questi i Personaggi e attori, in scena al Quirino:
PODESTÀ Rocco Papaleo, CHLESTAKOV Daniele Marmi, OSIP Giulio Baraldi, MOGLIE Marta Dalla Via, FIGLIA Letizia Bravi, GIUDICE Marco Gobetti, SOVRINTENDENTE OPERE PIE Gennaro Di Biase, DOBČINSKIJ Michele Schiano di Cola, BOBČINSKIJ Michele Cipriani, DIRETTORE SCOLASTICO Marco Vergani, SOVRINTENDENTE OPERE PIE Gennaro Di Biase, UFFICIALE POSTALE Marco Brinzi, DOTTORESSA, VEDOVA, CAMERIERA Elena AimoneATTENDENTE, MERCANTESalvatore Cutrì
MUSICHE originale Andrea Chenna, SCENE Andrea Belli, COSTUMI Margherita Baldoni,LUCI Alessandro Verazzi, COREOGRAFIA Nicole Kehrberger
In una dimensione internazionale complessa – dominata da rigurgiti nazionalisti, intolleranza religiosa, razzismo, ecc. – questo dramma di /da Shakespeare è di drammatica attualità.
Cosa spinge le persone a cadere nelle mani di un tiranno? Perché non ci si sottrae collettivamente alla violenza e alla sopraffazione? Perché la sfrenatezza è affascinante?
“Il viaggio di Riccardo III, qui interpretato da Paolo Pierobon – sottolinea la regista unghereseKriszta Székely – dev’essere per tutti noi un esempio di quanto l’ardore e la ricerca sfrenata del potere non conosca limiti umani, e che chi pecca di prepotenza alla fine sarà prigioniero del proprio inferno. Si tratta di una parabola. Un esempio. Uno specchio insanguinato, una preghiera oscura con la speranza di un mondo migliore».
RiccardoIII e’messo in scena in una chiave, moderna e innovativa (anche per le scenografie multimediali): sorprendente, e anche scioccante per gli amanti della tradizione. Ne deriva uno spettacolo capace di catturare l’attenzione per la sua dimensione brillante, e da thriller che crea suspence, in una ben nota storia ( di sete di potere, corruzione violenza e spregiudicatezza, false promesse e tradimenti) del passato, con maestria, per certi aspetti aggiornata ad oggi. Interessante quindi l’immersione della (nota e pur atemporale) dinamica del potere, nei giorni nostri. Non mancano riferimenti alla Russia, all’Iran, alla Cina, alle fake news, alla difesa dei diritti umani, a armi e pace, all’apparizione sulla scena di tanti nuovi Riccardi III, e ad altri aspetti della nostra era. Bravissimi tutti e – ovviamente – il grande PaoloPierobon e la regista.