TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo,
Il 16 febbraio, nel foyer del Teatro Verdi di Salerno – nel corso del consueto e stimolante incontro “Giù la maschera” – il regista Arturo Cirillo e gli attori di Cyrano de Bergerac hanno parlato del loro spettacolo con pubblico e stampa.
L’incontro è stato condotto da Peppe Iannicelli.
L’accento è stato messo innanzitutto sulle contaminazioni riscontrabili nello spettacolo – in scena a Salerno fino al 17 febbraio – in primis con il Pinocchio di Carlo Collodi. Al di là dell’ovvia presenza di un naso rilevante in Cyrano e in Pinocchio, molti personaggi di questo adattamento – di Arturo Cirillo – si chiamano come i protagonisti del romanzo di Collodi: la fatina, il grillo parlante, la lumachina, gli assassini… E il regista ha anche evidenziato che è stata una frase di Edmond Rostand (autore di Cyrano) – in cui usa il termine fatina – a metterlo su questa strada.
A questo punto – come è stato da me precisato in sala – si potrebbe ipotizzare che Rostand nel suo Cyrano (1897) sia stato a sua volta influenzato dal Pinocchio (1881-83) di Collodi. Rostand potrebbe avere incontrato lo scrittore toscano che conosceva bene il francese – e frequentava gli ambienti parigini – e potrebbe averne parlato con lui. Inoltre la storia di amore tra Cyrano e Rossana sembra evocare la storia di amore di Geppetto e la fata che – nel film di Comencini su Pinocchio – è presente, in un quadro appeso ad una parete, nella povera casa di Geppetto.
Il regista ha anche sottolineato come lui non abbia voluto fare un Cyrano guascone ma un Cyrano poeta e fondamentalmente insicuro. Del resto la fragilità caratterizza molti personaggi del suo spettacolo. Solo due volte Cyrano/Cirillo si toglie il naso posticcio perché, solo in quei due momenti, Cyrano si mostra meno insicuro.
La pedana circolare presente sulla scena evoca il Circo. E l’invasione degli attori alla fine dello spettacolo – che non ha intervalli – quando scendono in mezzo al pubblico vuole evocare il film Otto e mezzo di Federico Fellini.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Il punto di partenza dello spettacolo in scena al teatro Verdi di Salerno è un musical, dal regista visto da ragazzino a Napoli. “Il musical in questione – precisa Arturo Cirillo – era il “Cyrano” tratto dalla celeberrima commedia di Rostand, a sua volta ispirata ad un personaggio storicamente vissuto, coetaneo del mio amato Molière. Lo spettacolo che almeno trentacinque anni dopo porto in scena non è ovviamente la riproposizione di quel musical (con le musiche di Domenico Modugno) ma una continua contaminazione della vicenda di Cyrano di Bergerac, accentuandone più il lato poetico e visionario e meno quello di uomo di spada ed eroe della retorica, con delle rielaborazioni di quelle musiche, ma anche con elaborazioni di altre musiche, da Èdith Piaf a Fiorenzo Carpi. Un teatro canzone, o un modo per raccontare comunque la famosa e triste vicenda d’amore tra Cyrano, Rossana e Cristiano attraverso non solo le parole ma anche le note, che a volte fanno ancora di più smuovere i cuori”,
Per chi non la conoscesse questa la trama di questa bella commedia/tragedia.
Scrittore e poeta in bolletta – dall’irresistibile vitalità – Cyrano de Bergerac è uno scontroso spadaccino dal lunghissimo naso, segretamente innammorato di Rossana, che gli confida il proprio amore per il giovane e bello cadetto, Cristiano de Neuvillette. Tra Cyrano e Cristiano – l’uno bello senza talento l’altro talentuoso ma brutto – nasce un sincera amicizia. Cyrano prova ad insegnargli dolci schermaglie verbali che tanto sarebbero gradite alla bella Rossana, ma questi non ne risulta assolutamente capace. Così – complice l’oscurità – Cyrano, inizialmente, si improvvisa come “suggeritore” dell’amico. Poi spacciandosi per l’amico parla lui stesso.
Scoppiata una guerra,,Cristiano e Cyrano finiscono poi – insieme – al fronte. Cyrano tutti i giorni scrive una lettera per l’amata e tutte le notti attraversa le linee nemiche per farla recapitare. Questo Cristiano non lo sa. Un giorno – al campo dei cadetti – giunge di Rossana che, travolta dalla passione, ha sfidato ogni pericolo per rivedere il suo amato, a cui dichiara che l’amore così divinamente espresso in tutte quelle lettere le ha conquistato il cuore al punto da convincerla che è la forza di quella poesia che lei ama veramente e che quindi lo avrebbe amato anche se lui fosse stato brutto.
Cristiano – che quelle lettere non le ha scritte – capisce. Chiede a Cyrano di dire la verità. Sarà poi ferito. Sul punto di morte Cyrano – mentendo – gli dice di aver detto la verità a Rossana, che ha comunque scelto lui.
Rossana decide di ritirarsi in convento. Ogni sabato – per anni – Cyrano le fa visita.. Per la prima –– una sera, ferito perché caduto in una vile imboscata – suo malgrado si tradisce. Invitato a leggere l’ultima lettera scritta come Cristiano, la dice a memoria . Rossana se ne avvede. E comincia a capire: è Cyrano, che ha dato vita ai suoi sentimenti. Ma Cyrano muore. Due sentimenti fondamentali come l’amore e l’amicizia trovano in questo dramma la loro estrema sublimazione sotto molteplici aspetti.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Aida – con regia del rinomato Plamen Kartaloff – il Concerto di Natale e il doppio concerto di capodanno, sono gli spettacoli per le feste del Teatro Verdi di Salerno. “Un gran finale – sottolinea il Sindaco Vincenzo Napoli – per la stagione lirica sinfonica e di balletto del Teatro Verdi che, per l’eccellenza della programmazione e degli interpreti, ha fatto registrare grande successo di pubblico e di critica”.
Aida è un’opera di Giuseppe verdi su libretto di Antonio Ghislanzoni basata su un soggetto originale dell’archeologo francese Auguste Mariette, primo direttore del Museo Egizio del Cairo. E’ “un dramma di straordinaria attualità – precisa il direttore Daniel Oren – con contenuti profondamente moderni (lo scontro di civiltà, le grandi passioni, il tradimento e la fedeltà). Il tutto con una potenza musicale che lascia ogni volta senza fiato. Con un allestimento magnifico che permetterà di apprezzare tutte le sfumature artistiche e culturali del capolavoro verdiano, anche questa Aida 2023 sarà un’emozione tutta da vivere”.
Storia avvincente di amore, tradimento e sacrificio ambientata nell’antico Egitto, Aida trasporta gli spettatori in un viaggio indimenticabile attraverso emozioni e passioni. Ricca di creazioni musicali, questa opera segna anche la linea di demarcazione tra gli schemi del vecchio melodramma e quello dell’ultimo ottocento: Verdi, riesce a fondervi stili eterogenei, talvolta contrastanti, con una abilità ed una leggerezza esemplari.
I quattro Atti dell’opera sono divisi (a eccezione del terzo) in due scene ed equilibratamente scanditi tra momenti di luce e di ombra. La storia narra, da un lato, l’amore invincibile di Aida per Radamès; dall’altro il giudizio inappellabile di Ramfis e dei sacerdoti. Al di sopra di loro, Iside, evocata fin dalle prime note. In questo groviglio di sentimenti e di ostilità, il compositore rileva slanci collettivi e tumulti individuali, colpi di scena e svolte tragiche. Di solito scelta per le grandi rappresentazioni all’aperto o per grandi teatri, come ha reso Aida rappresentabile in un piccolo teatro senza un’enorme quantità di comparse, cavalli, cammelli ecc.?
“La sfida – sottolinea il registaPlamen Kartaloff – rimane quella di visualizzare la musica. Aida è stata scritta da Verdi come un dramma intimo fra tre personaggi. Eppure il pubblico più spesso riconosce Aida nell’esibizione della spettacolarità del momento trionfale. Per me, in primo piano è la passione. La forza di uno spettacolo è sempre l’emozione e la capacità di cogliere messaggi profondi per emozionare lo spettatore, soprattutto oggi. La scena più emozionante è l’ultimo incontro di Amneris con Radamés. L’amore, il tradimento, la colpa, l’inconciliabilità, l’odio e il destino fatale si esprimeranno attraverso l’interpretazione e la potenza scenica della musica, che è lo strumento principale per il regista e gli artisti. L’obiettivo principale della regia è quello di rendere l’ascoltatore, uno spettatore attivamente coinvolto nell’azione ed emotivamente ossessionato da ciò che avviene sul palco. Fondamentale è l’importanza del modo di creare un’immagine scenica della musica. Anche se è auspicabile che regista e compositore siano in creatività produttiva e co-autorialità”.
Ma qual è la sua trama? – Durante una guerra, Aida, la figlia del re etiope, fatta schiava è portata in Egitto, dove però nessuno conosce la sua vera identità. Durante la schiavitù ella si innamora del comandante delle truppe egiziane Radames che ricambia il suo amore.
Ha però una pericolosa rivale, Amneris, la figlia del Faraone d’Egitto.
Il cuore di Aida è diviso tra l’amore per il padre e il suo paese e l’amore per Radamès. Suo padre sta marciando contro l’Egitto. Radamès è stato scelto da Iside come comandante dell’esercito che lo gli va incontro.
Con un inganno Amneris spinge Aida a rivelarle il suo amore segreto per Radames, che intanto torna vincitore. Il Re d’Egitto, a lui grato, lo proclama suo successore al trono concedendogli la mano della figlia Amneris.
Tra i prigionieri etiopi, c’è il padre di Aida che – meditando una rivincita – chiede alla figlia a farsi rivelare da Radamès la posizione dell’esercito egizio. Fidandosi di Aida, quest’ultimo le rivela le informazioni richieste dal padre. Successivamente, resosi contro del suo involontario tradimento, Radamès si consegna prigioniero al sommo sacerdote. Volendo salvare Radamès di cui conosce l’innocenza, Amneris lo supplica di discolparsi, ma egli rifiuta.
Radames viene condannato a morte per alto tradimento e sarà sepolto vivo, e Amneris maledice i sacerdoti mentre Radamès viene portato via. Radamès crede di essere solo, ma pochi attimi dopo si accorge che Aida si è nascosta nella cripta per morire con lui. I due amanti accettano il loro terribile destino, confermano l’amore l’un per l’altro, dicono addio al mondo e alle sue pene e aspettano l’alba, mentre Amneris piange e prega sopra la loro tomba durante le cerimonie religiose e la danza di gioia delle sacerdotesse.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Novità assoluta per il teatro Verdi di Salerno – nelle serate dell’8 e 10 dicembre 2023 – sarà in scena il dittico formato da Cavalleria rusticana di Mascagni e Suor Angelica di Puccini. Perché questa operazione di mettere insieme due capolavori che hanno segnato una nuova epoca per il melodramma? Sono – osserva il regista Riccardo Canessa “due racconti – che amo molto – entrambi struggenti e potentissimi… Da una parte, una storia di tragedie e amori e l’affresco di una Sicilia evocata di continuo. Dall’altra, una dolorosa storia di fede costretta che termina con una redenzione”.
Come sottolineato nel corso della Conferenza stampa del 6 – dal presidente del Conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno Luciano Provenza, e il suo direttore Fulvio Artiano, insieme al segretario artistico del Verdi Antonio Marzullo, al direttore d’orchestra Jacopo Sipari di Pescasseroli e al regista Riccardo Canessa – la collaborazione fra il Teatro Verdi e il Conservatorio di Salerno è molto importante. “Ri-incontrare tra note, quali quelle di questo dittico – ha affermato il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli – formato da Suor Angelica, titolo pucciniano al quale sono molto legato e Cavalleria Rusticana, opera iconica di un giovane Pietro Mascagni, i miei allievi, che ho visto e aiutato a crescere sia tecnicamente che psicologicamente, è qualcosa che mi emoziona e mi responsabilizza maggiormente”. L’allestimento dello spettacolo favorisce l’innesto dei giovani e la connessione tra studio e palcoscenico. E, nel centesimo anniversario di Puccini, è particolarmente apprezzabile la scelta di mettere in scena la sua Suor Angelica: opera molto bella ma poco rappresentata, e certamente la più verista delle opere di Puccini.
E’ stata Cavalleria rusticana tratta dall’omonima novella di Verga – atto unico di Pietro Mascagni, datata 1890, su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci– che ha segnato l’ingresso, nel melodramma italiano, del Verismo, con la sua propensione per storie violente di ceti sociali modesti! Il suo successo fu da subito enorme. La vicenda si svolge in un paesino della Sicilia, in una domenica di Pasqua. Protagonisti sono compare Alfio, un carrettiere, sua moglie Lola, Turiddu (figlio di Lucia proprietaria di un’osteria), Santuzza che sa che il suo fidanzato Turiddu la tradisce con Lola. Alfio – cui Santuzza rileva il tradimento di Turiddu – giura vendetta. Ne nasce un duello nel cui corso Turiddu muore. L’azione è tragica, con catastrofe finale, ed opposizioni di sacro e profano, amore-passione e gelosia-vendetta.
L’azione di Suor angelica – opera in un atto di Puccini, su libretto di Giovacchino Forzano (datata 1918) – si svolge, invece, verso la fine del Seicento, in un monastero dove suor Angelica, di famiglia aristocratica, è stata costretta ad abbracciare la vita monastica perché ha ceduto a un amore colpevole e ha avuto un bambino. Quando la Zia Principessa, dal cuore di pietra, dopo qualche anno, le dice che il bambino è morto, suor Angelica si prepara una bevanda mortale. Ma prima di morire chiede una grazia alla Vergine. E avviene un miracolo. La Madonna le va incontro, spinge il bambino verso di lei che si ricongiunge così con il bambino in punto di morte. Quest’opera è per sole voci femminili (soprani, mezzosoprani, un contralto). La vicenda è sceneggiata in sette episodi, come una Via Crucis. Un momento importante è la preghiera, un’antica filastrocca che il Coro fa sua. Siamo davanti a un dramma fatto di perfidie, di malinconia, molto commovente.
Gran bello spettacolo vedere questi due capolavori – entrambi emotivamente molto coinvolgenti – nel corso delle stesse serate.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Al teatro Verdi di Salerno, con regia di Alfonso Signorini e direzione del
maestro Daniel Oren – torna in scena Tosca, immortale opera lirica del
grande Giacomo Puccini (su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica) che –
sin dai primi accordi – regala intense emozioni.
Ricca di colpi di scena, Tosca tiene lo spettatore in costante
tensione. E il discorso musicale si evolve in modo altrettanto rapido,
passando (con tutta la sua ricchezza di continui cambiamenti di colori,
dinamiche e tempi) da brevi incisi tematici spesso costruiti su armonie
dissonanti, a melodie, e a sonorità che anticipano l’estetica
dell’espressionismo musicale tedesco.
La trama si svolge a Roma nell’atmosfera segnata dall’eco degli avvenimenti
rivoluzionari in Francia, e dalla caduta della prima Repubblica Romana, dopo la
battaglia di Marengo,
Angelotti, bonapartista ed ex console della Repubblica Romana, fuggito dalla
prigione trova rifugio nella Basilica di Sant’Andrea della Valle, dove la
marchesa Attavanti, sua sorella, gli ha fatto trovare le chiavi della sua
cappella. Vi incontra il cavalier Mario Cavaradossi che nel suo quadro –
nella figura di Maddalena – ha ritratto (a sua insaputa) la bella
marchese. Mentre preparano un piano di fuga, arriva Tosca, amante di
Cavaradossi, che – visto il ritratto – fa una scenata di gelosia a Mario che, a
fatica riesce a calmarla e congedarla.
Tosca allontanatasi, Angelotti esce dal nascondiglio e riprende il dialogo
con Mario che gli offre protezione, e decide di accompagnare Angelotti per
coprirlo nella fuga. Portano con loro il travestimento femminile, dimenticando
però il ventaglio nella cappella.
La falsa notizia della vittoria delle truppe austriache su Napoleone a
Marengo fa esplodere la gioia nel sagrestano. Ma improvvisamente sopraggiunge
con i suoi scagnozzi il barone Scarpia, capo della polizia papalina che, sulle
tracce di Angelotti, sospetta fortemente di Mario, anch’egli bonapartista.
Trovato il ventaglio dimenticato da Angelotti, Scarpia cerca di coinvolgere
Tosca, di cui è segretamente innamorato, ritornata in chiesa per informare
l’amante che il loro progetto amoroso per la serata, era sfumato, in quanto
chiamata a cantare a Palazzo Farnese per festeggiare l’avvenimento militare.
Usando il ventaglio dimenticato, Scarpia suscita la morbosa gelosia di
Tosca. Ed immagina con gioia feroce sia l’impiccagione di Cavaradossi che di
avere Tosca fra le sue braccia.
Furente Tosca, seguita dai gendarmi, li porta a sua insaputa fino alla
villetta di Mario, in cui comprende il grave errore causato dalla sua gelosia.
Gli sbirri perquisiscono a fondo la dimora. Ma non trovano Angelotti. Mario –
arrestato e portato al cospetto di Scarpia – dopo il suo rifiuto di
rivelare il nascondiglio di Angelotti è sottoposto a torture.
Tosca – che poco prima aveva eseguito una cantata al piano superiore del
Palazzo Farnese – viene convocata da Scarpia, il quale fa in modo che ella
possa udire le urla di Mario. Stremata dalle grida dell’uomo amato, la cantante
rivela a Scarpia il nascondiglio dell’evaso.
Mario, condotto alla presenza di Scarpia, apprende del tradimento di Tosca e
si rifiuta di abbracciarla. Intanto arriva un messo ad annunciare che la
notizia della vittoria delle truppe austriache era falsa, e che invece è stato
Napoleone a sconfiggere gli austriaci a Marengo.
Mario inneggia ad alta voce alla vittoria. E Scarpia lo condanna immediatamente
a morte per impiccagione, facendolo condurre via. Più tardi arriva anche
la notizia che Angelotti si è suicidato all’arrivo degli sbirri. Scarpia
ordina che il suo cadavere sia impiccato accanto a Cavaradossi.
Disperata, Tosca chiede a Scarpia di accordare la grazia a Mario. Il barone
acconsente solo a patto che lei gli si conceda.
Anche se inorridita, Tosca gli dice che gli si concederà.
Scarpia convoca quindi Spoletta e, con un gesto d’intesa, fa credere a Tosca
che Cavaradossi sarà fintamente giustiziato mediante una fucilazione simulata,
con fucili caricati a salve. Dopo aver scritto il salvacondotto che permetterà
agli amanti di raggiungere Civitavecchi, Scarpia si avvicina a Tosca per
riscuotere quanto pattuito, ma questa, che nel frattempo aveva preso un
coltello dal tavolo, lo colpisce dritto al cuore e Scarpia muore. E –
preso il salvacondotto – scappa via.
È l’alba. In lontananza un giovane pastore canta una malinconica canzone in
romanesco. Sui bastioni di Castel Sant’Angelo, Mario – pronto a morire – inizia
a scrivere un’ultima lettera d’amore alla sua amante, ma, sopraffatto dai
ricordi, non riesce a terminarla. Arrivata inaspettatamente, Tosca gli spiega
di essere stata costretta ad uccidere Scarpia. Mostrando il salvacondotto, lo
informa della fucilazione simulata, e scherzando, gli raccomanda di fingere
bene la morte.
Mario però viene fucilato veramente. Tosca – sconvolta e inseguita dai
poliziotti che hanno trovato il cadavere di Scarpia – grida “O
Scarpia, avanti a Dio!”
E si getta dagli spalti del castello.
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Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Primo dei tre balletti di Čajkovskij, Il lago dei cigni, composto tra il 1875 e il 1876, è uno dei più famosi balletti del XIX secolo. Modellata su diverse fiabe popolari – russe e tedesche – la trama del balletto narra la storia d’amore tra il Principe Siegfried e la bella Principessa Odette, trasformata in cigno da un maleficio del perfido stregone Rothbart.
Il principe Siegfried – di cui si festeggia il compleanno – al ballo del castello dovrà scegliersi una sposa. Intanto va a caccia. Sulle rive di un lago, a mezzanotte, è attratto da un bellissimo cigno che all’improvviso si trasforma nella principessa Odette, che gli rivela la maledizione che ha colpito lei e le sue amiche. Solo l’amore incondizionato di chi non ha mai giurato amore può sconfiggere l’incantesimo per cui possono riassumere sembianze umane solo di notte. Colpito dall’amore e dalla pietà per la bella Odette, Siegfried, sicuro della forza e della durata dei suoi sentimenti, decide di salvare Odette. La sua amata lo avverte che lo stregone, cercherà di fargli rompere il giuramento di fedeltà e che, se lo farà, sia lei che le sue amiche periranno.
Sta sorgendo l’alba. Le fanciulle devono trasformarsi di nuovo in cigni. Intanto il mago malvagio ha intercettato la conversazione di Odette e Siegfried.
Al ballo nel castello, il malvagio Rothbart porta con sé anche la figlia Odile, che assomiglia in modo impressionante a Odette. Siegfried – convinto che questa è la sua Odette prescelta, la fanciulla-cigno – dice alla madre che ha deciso di sposare la figlia di Rothbart. Quando capisce l’inganno si precipita verso il Lago dei Cigni. Il malvagio stregone invoca gli elementi della natura contro gli innamorati. Ma niente può spezzare il loro amore e separarli. In un duello con Siegfried muore Rothbart. Odette e Siegfried, circondati dalle fanciulle, incontrano i primi raggi del sole sorgente.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo
La vita davanti a sé di Romain Gary è la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani.
Commovente e attualissimo, il romanzo affronta, quindi, un importante tema tuttora all’ordine del giorno, e cioè, la convivenza tra culture religioni e stili di vita tra loro diversi. E si conclude con delle parole che – oggi più che mai – dovrebbero essere una bussola: Bisogna voler bene.
Con naturalezza, il grande Silvio Orlando diventa quel bambino nel suo dramma. Da qui…. un autentico capolavoro, caratterizzato da commozione e divertimento.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Gran bello spettacolo quello in scena a Salerno. E sicuramente d’effetto le grandi ombre multimediali con cui inizia e si conclude.
Il berretto a sonagli (1916) e’una commedia del grande Luigi Pirandello (1867-1936). Il titolo si riferisce al berretto del buffone che – nello stesso tempo – diventa simbolo dello scorno pubblico a cui viene sottoposto il protagonista Ciampa e metafora dell’impossibilita’ di mostrare il proprio vero io alla collettività.
In estrema sintesi, questa la sua trama. Beatrice Fiorica viene a sapere dalla cosiddetta Saracena che suo marito il cavaliere Fiorica ha una tresca con Nina, giovane moglie del suo scrivano Ciampa. Dopo una sua denuncia che non dara’gli esiti da lei desiderati, Beatrice sara’indotta a farsi credere per un breve periodo “pazza da chiudere” per porre fine allo scandalo, ed evitare morti.
Come le dira’ Ciampa: e’ “per il suo bene! E lo sappiamo tutti qua che lei e’ pazza. E ora deve saperlo tutto il paese. Non ci vuole niente sa, signora mia non s’allarmi! Niente ci vuole a fare la pazza creda a me! Glielo insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verita’. Nessuno ci crede,e tutti la prendono per pazza”.
Il berretto a sonagli – precisa Gabriele Lavia – “e’una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della farsa. Pirandello mette in scena uno di quegli uomini invisibili, senza importanza schiacciato nella morsa della vita e, poiche’ e’un niente e’ trattato come se fosse niente. E sul nostro palcoscenico “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come se fosse abbandonato” e pochi elementi, “come relitti” di un salottino borghese e “per bene”, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”, di fronte agli altri”.
E’proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del proprio “io”. L’unica speranza e’la difesa dell’io.
Ma come difenderlo? Ciampa usa spranghe alle porte e catenacci. Ma e’ costretto a uscire ed esistere. E allora – precisa il regista – la “corda civile” e la “corda seria” non servono piu’. E’ la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si puo’ difendere il proprio io dagli attacchi del mondo. Non e’ possibile uscire dal mondo, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi”.
Interessante anche – dopo la prima – l’abituale appuntamento con pubblico e stampa (“Giu’ la maschera” coordinato dal giornalista Peppe Iannicelli) in cui il maestro Lavia, riferendosi alla poetica della sua messa in opera di un testo si e’ tra altro definito “infedelissimo nella fedelta’”.
Perche’mettere in scena Pirandello?
Normalmente – ha precisato Lavia (regista e interprete di Ciampa) – “non scelgo. Sono scelto. Giro per casa. Giro. Mi giro su me stesso. Punto un dito. E una volta deciso, mi chiedo: ‘perche’ questo testo?’. Il berretto a sonagli e’ un capolavoro della drammaturgia europea e, oserei dire, dell’impressionismo tedesco. Non a caso nel mio spettacolo uso le maschere. Pirandello ha studiato a Bonn e ha avuto rapporti con un teatro non fatto come veniva fatto in Italia. A differenza di Giovanni Verga (scrittore verista) e’ un impressionista. Fu molto colpito dal romanzo L’uomo che vendette la sua ombra. (1814) di Peter Schlemihl”.
“La dimensione ombra ‘ – ha precisato ancora Lavia – e’il nostro guaio. Il problema e’il corpo e non l’anima. Noi facciamo ombra. Siamo un corpo. E l’uomo e’condannato a rappresentarsi. Anche se cerca di esser naturale, nello stesso tempo, fatalmente per essenza si rappresenta. Ognuno, nel momento in cui si veste, ed esce di casa recita una parte”.
Il berretto a sonagli e’passato alla storia per le tre corde (la civile la seria e la pazza). Ma un ruolo importante vi assume la donna,vera e propria protagonista. Siamo davanti a un dramma amarissimo, e non una commedia. E’quasi una tragedia, che finisce con la morte civile di una donna, indotta a dichiararsi pazza perche’si e’permessa di contravvenire a una regola fondamentale della microsocieta’ – la famiglia – nella grande societa’. Il suo unico diritto e’quello di esser moglie di un altro. Come le fa notare il fratello dopo la sua denuncia non ha piu’uno status, non e’ne’moglie ne’vedova. Durante l’incontro, il regista ha enfatizzato anche questo aspetto.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Questa commedia fu scritta da Eduardo, all’età di 22 anni, per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e messa in scena nel 1924 con il titolo Ho fatto il guaio?Riparerò! Successivamente, il 23 febbraio 1933, fu rappresentata dalla compagnia di Eduardo “Teatro Umoristico I De Filippo” con il titolo definitivo di Uomo e galantuomo.
Opera corale estremamente importante nella produzione eduoardiana, si distacca dal teatro di Scarpetta, perché i suoi personaggi principali – come sottolineato da Geppy Gleijeses – “sono un’evoluzione di Sciosciammocca, a sua volta evoluzione di Pulcinella senza maschera!”. E – come precisato dagli attori – “è difficile da rappresentare perché parole e tempi comici sono scanditi da ritmi che seguono rigide regole matematiche”.
Sua protagonista è una scalcagnata compagnia teatrale scritturata per rappresentazioni in uno stabilimento balnerare.
Grazie al classico espediente della commedia degli equivoci è un vero e proprio teatro nel teatro. Così, ci si trova immersi in una serie di episodi irresistibilmente divertenti (in particolare, la scena del suggeritore maldestro che, continuamente frainteso dagli attori, ne combina di tutti i colori) in cui intrecci amorosi si incrociano con finta pazzia per evitare galera e duelli.
In scena Geppy Gleijeses (allievo di Eduardo dal quale ricevette il permesso a rappresentare le sue opere) Lorenzo Gleijeses, e Ernesto Mahieux. Al loro fianco altri valentissimi attori. Il regista è Armando Pugliese che ha diretto più volte opere di Eduardo.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
La signora del martedi – in scena al Teatro Verdi di Salerno con regia di Pier Paolo Sepe, e interpretata da Giuliana De Sio con Alessandro Haber, e Paolo Sassanelli, Riccardo Festa e Paolo Persi – è un bello spettacolo, intrigante e sorprendente, che alternando ironia passione e disincanto mette in scena un’ora settimanale di sesso e sentimenti.
Nel secondo atto, vi si alternano vari generi (il thriller, il vaudeville, il noir). Ci sono battute che sollecitano le risate degli spettatori. C’è ironia. Ci sono molte canzonette degli anni settanta che mirano a sciogliere un po’ la tensione. C’è il tango. Lo spettacolo si chiude con la protagonista che balla un tango.
La scena del mirabile tango finale – riflesso nello specchio – è splendida!
Nato dall’immaginazione di Massimo Carlotto, il testo – precisa bene il regista – “è intriso di torbida sensualità ma anche di dolcezza e di grazia, arricchito da un’ironia elegante e tagliente che produce leggerezza e sorriso. Uno stato di tensione, di trepidazione, attraversa tutto lo spettacolo e ci accompagna fino all’imprevedibile conclusione, lasciandoci senza fiato”.
Questa la sua trama. Una donna, Alfonsina Malacrida, detta Nanà, da nove anni, ogni martedì, tra le quindici e le sedici, va a comprarsi un’ora d’amore. Lui, Bonamente Fanzago – ex porno e gigolò – è rimasto con quest’unica cliente: la signora del martedì. Gli incontri avvengono presso una pensione il cui proprietario vive la sua condizione di travestito nascondendosi da un ambiente ipocrita e perbenista. Un giorno, in presenza di Nanà, alla porta di Bonamente, bussa Pietro Emilio Belli, giornalista di cronaca senza scrupoli. Il suo articolo – da cui emerge il passato oscuro di Nanà – potrebbe distruggerla. Bisogna agire…
Il 3 febbraio, nel foyer del teatro – nel contesto del ciclo di appuntamenti “Giù la maschera” – pubblico e stampa hanno avuto l’opportunità di discutere dello spettacolo con gli attori.
“Nanà è un personaggio tragico – ha sottolineato Giuliana de Sio – Scrive racconti per bambini, forse per riscattare la sua tragica infanzia. Da bambina è costretta a prostituirsi. E per farlo ascolta musica di tango. Poi viene accusata di omicidi, e pur essendo innocente si fa 20 anni di carcere”. E’ un personaggio in evoluzione che si trasforma.
Nel primo atto, De Sio indossa una maschera, una corazza per non lasciare trapelar niente di sé. Poi, nel secondo atto, pressata dalle domande di un sedicente giornalista (che è stato suo cliente e che avrebbe voluto vivere con lei) il suo personaggio si sfalda. E lei inizia a raccontare la sua storia, a partire dalla sua infanzia tragica. E, se nel primo atto si esprime con un linguaggio quasi forbito, nel secondo atto il suo linguaggio cambia, e si impoverisce sempre più.
E anche gli altri personaggi (il sedicente giornalista, la tenutaria dell’albergo in cui si svolge l’azione che è un uomo che si veste da donna, l’attore di film porno) si trasformano e – tirando giù la maschera – si rivelano per ciò che sono.