Per questo suo contributo si ringrazia Elena Paruolo.

L’Arlecchino che Andrea Pennacchi porta in scena in una commedia dirompente (che ricostruisce la tradizione dopo averla intelligentemente tradita) è un Arlecchino mai visto “che – come sottolinea lo stesso Marco Baliani (autore e direttore)- riunisce stilemi diversi, frammenti di cabaret, burlesque, avanspettacolo, commedia, dramma, un gran calderone ultrapostmoderno che inanella, via via, pezzi di memoria della storia del teatro”.
Suoi complici sono Marco Artusi, Maria Celeste Carobene, Miguel Gobbo Diaz, Margherita Mannino, Valerio Mazzucato e Anna Tringali – attori appartenenti alla grande tradizione del teatro veneto – che calandosi in ruoli tra loro diversi danno vita alle proteste di attori sottopagati come alle vorticose azioni dei personaggi della commedia che pur devono rappresentare.
“Le musiche di Giorgio Gobbo, eseguite dal vivo da Matteo Nicolin accompagnato dalla batteria di Riccardo Nicolin – precisa ancora Baliani – si infilavano come blitz sorprendenti costringendo gli attori a divenire anche danzanti e cantanti”. La scenografia di Carlo Sala è semovente, mobile e semplice “grazie agli stessi attori che si fanno operai macchinisti modificando la scena di continuo come avvenissero improvvise folate di vento, a volte in forma di bufera a volte come zefiro primaverile”.
Per Baliani “ il testo febbrilmente rimaneggiato ogni giorno a partire dalle intuizioni che sorgevano in me vedendo all’opera la creatività degli attori, è trascritto con solerzia da Maria Celeste Carobene. Le parole che vengono fatte volare sono anch’esse leggere, eppure, eppure, come accade davvero nella vera commedia, arrivano stilettate e spifferi lancinanti che parlano dei nostri giornalieri disastri di paese e di popolo, così che i terremoti scenici ci ricordano il traballare quotidiano delle nostre esistenze”.