
Il mio contributo a questo numero di Agenda Geopolitica – edita dalla Fondazione Ducci – e’: “La crisi esistenziale dell’Ue tra dazi e guerre”.
Qui di seguito il Link per poterlo leggere. Buona lettura.

Nella dichiarazione di Budapest per lanciare il nuovo Patto sulla competitività europea Charles Michel, è riuscito a salvare una frase per non chiudere definitivamente alla possibilità di strumenti di debito comune: “esploreremo lo sviluppo di nuovi strumenti”. Intanto, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, continua ad esprimersi a favore di risorse proprie e di contributi nazionali : le risorse tradizionali del bilancio dell’Ue. Secondo il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, “i soldi ci sono, devono solo essere incanalati come negli Stati Uniti nella crescita delle aziende. E questa è la sfida centrale per la futura Commissione europea”.
Quello che l’Europa non può più fare è posporre le decisioni” – ha ribadito da parte sua Draghi – “Non c’è alcun dubbio che la presidenza Trump farà grande differenza nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa. Trump “darà grande impulso ulteriore al settore tecnologico” ma al contempo “proteggerà le industrie tradizionali che sono proprio le industrie dove noi esportiamo di più negli Stati Uniti. Dovremo negoziare con l’alleato americano, con uno spirito unitario in maniera tale da proteggere anche i nostri produttori europei”.
Nel numero del settembre 2024 di Agenda Geopolitica, mi soffermo sulla lotta ai cambiamenti climatici nell’Unione Europea, e alla Cop29.
Buona lettura a chi deciderà di leggermi.

Nel numero di aprile 2024 di Agenda Geopolitica – edita dalla Fondazione Ducci – c’è un mio articolo/recensione su “A che ci serve l’Europa”. Il libro e’ un dialogo di Luca Cambi con Emma Bonino e Pier Virgilio Dastoli. Ha una prefazione di Corrado Augias e una postfazione di Romano Prodi. E – dal Manifesto di Ventotene (1941) ad oggi – è il racconro di 80 anni di lotte e conaziste. Buona lettura a chi decidera’ di farlo. Qui di seguito 2 links che permettono di leggerlo:

In vista elle elezioni politiche europee del giugno 2024, è ora di parlare di Europa. Altrimenti le prossime elezioni – di europeo – avranno solo il nome. Ci sarà da decidere se procedere verso la creazione di una vera Federazione europea o se optare per sterili sovranismi. La presentazione del libro di Marco Buti Monnet aveva ragione? Costruire l’Europa in crisi , e del Manifesto L’Unione europea al tempo della nuova guerra fredda pubblicato nell’ottobre 2023 da Il sole 24 ore – organizzata da Euroeconomie e dalla Fondazione Buozzi – è stata occasione di un buon e bel dibattito, tranne i miei iniziali problemi di collegamento…. poi superati, di cui mi scuso.
A. Nel suo libro, Buti critica la risposta data alla grande crisi finanziaria del 2028-2019 e la successiva crisi dei debiti sovrani. E considera nettamente migliore il modello SURE-NGEU ecc. adottato in risposta al Covid, con cui sono stati superati molti tabù: dall’austerità a tutti i costi a un debito comune garantito dal bilancio dell’Unione. Sostiene che le politiche europee devono soddisfare il “Test di compatibilità di Jean Monnet” ovvero ottemperare con scelte coerenti sul piano economico istituzionale e politico. Ne emerge una nuova bussola che aiuta a comprendere le strategie di politica economica dell’Unione e delinea nell’offerta di beni pubblici europei la chiave di volta per favorire la doppia transizione verde e digitale, combattere i rischio di stagflazione e aumentare il peso dell’Europa nella governance mondiale”. In una situazione di incertezza sistemica endemica – a suo avviso – i vincitori del nord (i paesi del nord durante la crisi finanziaria) non sono i vincitori, né di oggi né di domani. Questo dovrebbe permettere di avere un approccio assicurativo. Quando c’è tanta incertezza, ci si assicura mutualmente. Oggi ne beneficio io domani tu. Non è la solidarietà unilaterale (che la Germania aborre) intesa come flussi costanti del nord verso il sud, ma ci si -mutualmente – assicura. E il tema dei beni pubblici europei è il modo per assicurarsi mutualmente, e allungare l’orizzonte temporale. In questo mondo, non ci sono altri modi per guardare al futuro: la risposta europea (a livello europeo) è la dimensione giusta. Il nazionalismo è contro l’interesse nazionale.
B. Il punto cruciale, anche poi del Manifesto L’unione europea al tempo della nuova “guerra fredda dell’ottobre2023 (di cui Buti è il principale autore insieme a Marcello Messori, Manifesto firmato da eminenti personalità – quali G. Amato, R. Prodi ,J.C.Juncker, E.Marcegaglia, M.J. Rodrigues, Sylvie Goulard ecc.) uniti solo per grandi linee – è la proposta di “una riforma di fondo del bilancio comunitario, basata sulla creazione di una capacità fiscale centrale” o federale che “avendo carattere permanente o – almeno – ricorrente possa produrre Beni Pubblici Europei nell’ambito delle transizioni verde digitale e sociale” grazie a “credibili flussi di vere Risorse proprie” (nuove tasse) dell’Unione europea. E’ necessaria una nuova sintesi per un rinnovato contratto politico, sottolinea il Manifesto, che propone un federalismo graduale e progressivo che dovrebbe includere 7 elementi (capacità fiscale centrale, nuove regole fiscali per una convergenza economica e sociale, mercati finanziari europei integrati e spessi, una politica industriale, una rinnovata politica degli aiuti di stati che miri a non indebolire il mercato unico, una strategia comune per istruzione e formazione, una politica della UE per sicurezza e difesa incardinata nella NATO ma che abbia un’autonomia e visibilità sufficiente per reggere rinnovate tendenze isolazioniste da parte degli USA.
A livello geopolitico, il Manifesto precisa: se (affianco a USA e Cina) vi fosse “un terzo attore globale il sistema internazionale avrebbe un conformazione più stabile”. Auspica uno sforzo per creare le condizioni di un ritorno al multilateralismo, e per riconciliare l’agenda interna dell’UE con la propria agenda internazionale. Auspica una nuova relazione tra,UE e Africa. E – giustamente – non esclude un’Europa a più velocità.
C. Intanto una cosa è certa. Se si vuole andare verso un mondo che, in qualsiasi parte del globo, non dimentichi la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani – e dell’ambiente – serve più Europa. Il tema non è una cessione di sovranità, ma quando utile, la costituzione di una sovranità europea che oggi non c’è. Un approccio federale aggiornato deve declinare la divisibilità della sovranità non il suo trasferimento al solo livello federale. E di fatto – a livello europeo – è già nato un sistema di governo multilivello (perché ci stanno dentro i livelli europeo e i livelli nazionali). Per anni, dalla fine della guerra fredda tra USA e Russia – e del mondo bipolare – il futuro del sistema internazionale è stato guardato secondo l’alternativa tra il permanere dell’unipolarismo a guida americana e la transizione verso un nuovo multipolarismo. Ma quale multipolarismo? USA Cina UE? E il Sud globale? E i BRICS? Mettere in cantiere anche una riforma dell’architettura finanziara (e del ruolo del dollaro)? Ad oggi, l’UE – regina della regolamentazione (e creatrice di standard che spesso diventano anche internazionali) – per volontà degli Stati membri non ha una politica estera comune (gli europei in quanto tali non sono nel Comitato di sicurezza delle Nazioni Unite) nè una vera difesa comune, né un’industria militare veramente europea che – dual use – contribuisca a sviluppo tecnologico e interconnessioni. E si è – tuttora – alla ricerca di un nuovo Ordine. Mai più di oggi è quindi importante che l’UE rifletta veramente sulla propria autonomia strategica (che di certo non riguarda solo la difesa) anche ( e innanzitutto?) per conservare la propria competitività. Il che significa essere in grado di difendere i propri interessi – e i propri valori – in Europa e nel resto del mondo. E visto che , per la difesa, i 27 spendono tutti insieme più della Cina c’è anche da chiedersi: come spendere meglio? Ciò detto, passo la parola al Video della Fondazione Buozzi sull’evento del 15 febbraio 2024 – organizzato da Euroeconomie e la Fondazione Buozzi – scusandomi dei miei iniziali problemi di collegamento. Non potendo tutto dire in 10-15 minuti – nel mio intervento – mi sono limitata a puntualizzare solo alcuni punti. Il video che segue permette, a chi è interessato, di riascoltare questo buon dibattito.

Pe un costante aggiornamento sulle principali attualità dell’Unione europea rinvio ai miei POST su Facebook:
I cambiamenti climatici – le loro evidenti molteplici conseguenze catastrofiche – non danno tregua. Ma le motivate ambizioni del Green Deal dell’UE, e il primo round di votazioni sul Pacchetto “FitFor55”, al Parlamento europeo, hanno fatto esplodere un duro scontro all’interno della maggioranza che sostiene la Commissione Ursula von del Leyen.
Nell’impossibilità di un accordo, la riforma del sistema ETS (che regola lo scambio delle quote di emissioni inquinanti) la Carbon tax e il Fondo sociale son dovuti tornare nella Commissione parlamentare Ambiente per cercare una sintesi tra diverse posizioni politiche. Alcuni emendamenti adottati puntavano a ritardare fino al 2034 l’eliminazione delle quote gratuite per le industrie inquinanti e la conseguente introduzione della Carbon tax. In definitiva, Verdi e Socialisti-Democratici hanno deciso di votare contro l’approvazione finale del testo perché inquinato dagli emendamenti pro-industrie inquinanti.
Alcuni Gruppi politici (e delegazioni nazionali) si sono ritrovate divise tra voti favorevoli , voti contrari, e astensioni.
E’ stata invece adottata la proposta di divieto di vendita dei veicoli con motore termici a partire dal 2035, (eccetto piccole industrie tipo Ferrari e Lamborghini). I Popolari hanno presentato un emendamento per consentire alle case automobilistiche di mantenere una quota pari al 10% di mezzi con motori a combustione interna (cioè a diesel, benzina o gpl) anche dopo il 2035, ma è stato respinto. Per favorire una mobilità sostenibile, si potranno vendere solo auto e camion a emissioni zero. Da qui, forti preoccupazioni nel mondo dell’industria. Molte fabbriche rischiano di chiudere i battenti. E migliaia di lavoratori – se non saranno aiutati per una loro rapida trasformazione in abili esperti elettrici per ricollocarsi nel mercato del lavoro – si ritroveranno senza lavoro. Ci sarà da innovare, e da adeguarsi,- bene e subito. Inoltre si teme che puntare solo sull’auto elettrica creerà dipendenza dalla Cina che – grazie alla sua presenza in Africa, e altri paesi dotati delle necessarie materie prime – sembra aver acquisito un monopolio nel campo delle batterie. Su questa norma dovrà ora esprimersi il Consiglio, per poi avviare i lavori del trilogo (Commissione Consiglio Parlamento europeo).