Bel testo, eccellenti interpretazioni – con lo strepitoso Enrico Guarnieri e la brava Nadia De Luca – belle scenografie: uno spettacolo da vedere Storia di una capinera in scena al Quirino di Roma!
“E’ sul drammatico rapporto padre figlia – sottolinea Guglielmo Ferro, regista dello spettacolo in scena al Quirino di Roma – sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera del Verga. La stanza del convento è il centro della scena. Maria non esce da quella prigione, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici. Ogni evento che deflagra nella mente di Maria, ogni personaggio altro che scardina il viaggio del noviziato di Maria, sono gli elementi drammaturgici per sviscerare il dramma interiore di un padre che finisce per uccidere la figlia. È il racconto di legami infelici, di dinamiche familiari per noi oggi impossibili da immaginare ma che Verga racconta con l’inesorabilità di una condanna. Non c’è redenzione per Maria, non c’è redenzione per il padre Giuseppe, e nemmeno per noi. Perché la redenzione non appartiene alla Sicilia di Giovanni Verga”.
Ma qual è la trama di “Storia di un capinera” celebre romanzo epistolare di Verga?
La sua protagonista è Maria, una diciannovenne rimasta orfana di madre in tenera età e rinchiusa all’età di sette anni in un convento di Catania, costretta a diventare monaca di clausura per indigenza economica famigliare.
A causa dell’epidemia di colera del 1854, Maria ha l’occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilicedo, dove vivono padre, matrigna, la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. A Monte Ilice incomincia un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, come lei tornata a casa dai genitori a causa del colera. Allo straordinario senso di libertà – fino ad allora sconosciuto – si aggiunge la felicità di vivere in mezzo a quell’amore che solo una famiglia può dare (anche se il suo bisogno di essere amata le fa scambiare per sincero affetto sia l’atteggiamento severo della matrigna – che la tratta non al pari dei suoi figli naturali, ma piuttosto come un’ospite sgradita – che quello freddo e distaccato della sorellastra Giuditta). Maria vorrebbe quindi “esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere codeste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà!». Invidia, perciò, l’amica Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento.
A poca distanza dalla casa di Maria, abita la famiglia Valentini. Tra Nino e Maria nasce un amore. Nino la invita a lasciare il convento. La matrigna ribadisce la necessità di diventare suora e le proibisce qualunque contatto esterno, soprattutto con Nino. Maria si ammala. Cessato l’allarme dell’epidemia la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte precedente la partenza, la giovane educanda, non ancora del tutto guarita, acconsente al rientro con la morte nel cuore. L’isolamento del luogo conventuale non fa che acuire la sua sofferenza. Punendosi Maria digiuna e mortifica la propria carne per giungere ad uno sfinimento del corpo e dello spirito. Gli esercizi spirituali si intensificano ancor più quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e la sorellastra Giuditta.
Il 6 aprile 1856, Maria prende finalmente i voti. Alla cerimonia (che lei paragona ad un funerale) assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino che la guarda «cogli occhi spalancati».
L’essere diventata suora non l’aiuta. Più cerca di reprimere i suoi sentimenti, più questi la tormentano, Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta. Il bisogno di vedere Nino le fa tentare di fuggire dal convento, ma viene trattenuta dalle converse. Mentre si dibatte è trascinata all’interno della cella di suor Agata, la suora pazza, ma a quel punto sviene. Viene portata quindi in infermeria dove, dopo tre giorni, muore. Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, la suora laica, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire – dietro espresso desiderio di Maria – gli effetti personali della defunta, ivi incluso alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa che Nino le aveva appoggiato sul davanzale la notte prima della partenza da Monte Ilice, e che furono trovate sopra le labbra senza vita di Maria.