TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Il grande regista tedesco Peter Stein, mettendo in scena CRISI DI NERVI di Anton Cechov, torna ad uno dei suoi autori di riferimento.
“Dopo l’insuccesso delle sue prime due opere – precisa il regista – il giovane Cechov giurò di non scrivere mai più per il teatro drammatico e decise di dedicarsi esclusivamente ai vaudeville. Questa circostanza ci ha regalato una serie di atti unici, pieni di sarcasmo, di comicità paradossale, di stravagante assurdità e di folle crudeltà, e che a loro volta sono diventati il terreno fertile per l’esperienza e la preparazione delle grandi opere della maturità dell’autore”. Nei tre atti unici in scena al Teatro Quirino di Roma – L’orso, I danni del tabacco, e Domanda di matrimonio (tra il 1884 e il 1891) che lo stesso Cechov non ancora trentenne definiva “scherzi scenici – quali interpreti si alternano Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Fernando Maraghini, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno e Carlo Ballamio.
L’allestimento contiene tutti gli elementi che caratterizzano le opere di Peter Stein, a cura dei suoi collaboratori più fidati ovvero Ferdinand Woegerbauer per le scene e Anna Maria Heinreich per i costumi, oltre le luci di Andrea Violato.
Come ben sottolineato nel corso della conferenza stampa del 23 aprile presso il suo il foyer, la messa in scena al Teatro Verdi di Salerno di NORMA (capolavoro di Bellini e pietra miliare del melodramma italiano dell’800) vuole anche essere un omaggio a Papa Francesco: per molti aspetti, questa opera è un inno universale all’amore, e alla Pace (basti pensare alla celebre aria “Casta diva” in cui si eleva la preghiera “spargi in terra quella pace che regnar tu fai”) .
Lo spettacolo salernitano – con direzione di Michael Balke e regia di Sarah Schinasi, Francesco Aliberti quale maestro del Coro e Alfredo Troisi per scene e costumi – conta anche su un eccellente cast di interpreti: Gilda Fiume (Norma), Mert Sungu (Pollione), Carlo Striuli (Oroveso), Francesco Di Sauro (Adalgisa), Miriam Tufano (Clotilde).
Questa la sua trama. Norma è una sacerdotessa del popolo dei Druidi nella Gallia sottomessa ai Romani che – innamorandosi del proconsole romano Pollione da cui ha segretamente due figli – viene meno ai suoi voti sacerdotali, e alla fedeltà al suo popolo. Quando Pollione si innamora di un’altra sacerdotessa, Adalgisa, e vuole abbandonare Norma, questa (come la “barbara” Medea) premedita l’uccisione dei figli. Successivamente – presa coscienza dell’orrore di questo suo proposito – sceglie di immolarsi come vittima sacrificale sul rogo per propiziare la vittoria del suo popolo sui Romani. A questo punto, Pollione – riconquistato da Norma – sceglie di salire sul rogo con lei in una morte che diventa trasfigurazione e, forse, riscatto, e trionfo dell’amore!
Nella scrittura del libretto, Felice Romani si attiene in gran parte al dramma francese di Soumet, ma ne cambia in particolare il finale: Norma risparmia i propri figli, e si accusa pubblicamente (al posto di Adalgisa) affrontando così il sacrificio supremo.
Tutti presenti i temi romantici! La ribellione verso l’oppressore, la forza della passione amorosa a dispetto dell’ordine costituito, il conflitto in amore, il desiderio di vendetta e l’odio (qui dissolto da un superiore sentimento di pietas), la fusione di individuo e natura. Ma, probabilmente, il fascino intramontabile di questo capolavoro belliniano nasce dalla sua mescolanza di classicità e romanticismo e – pur nella sua ricchezza musicale – da momenti di asciutta drammaticità che sembrano già guadare verso l’espressionismo.
Nello spettacolo del teatro Verdi, il tentativo – sottolinea Michael Balke – è quello di far coincidere musica ed emozioni. La regia – precisa anche Sarah Schinasi – cerca di tessere una profondità di lettura tale che parole e canto si fondano nei corpi dei cantanti.
“La dimensione della mia lettura” – osserva la regista – “ è più legata al senso drammatico del laceramento interiore. Tutti i personaggi sono corredati di un profondo e dettagliato mondo interiore. La vita di madre e sacerdotessa della protagonista trova un rifugio di relativa tranquillità nella «domus del bosco». La scenografia si intreccia con la dimensione psicologica, così come i costumi, meno onirici di come ci si aspetterebbe. Negli interni, i dettagli richiamano affreschi di eleganti palazzi romani, come quelli campani e pompeiani. Una quercia è simbolo di connessione con l’energia dell’acqua, dell’aria e della terra, funge da porta tra la vita e l’aldilà. Questo elemento, frutto del bel lavoro di Troisi, ci ricorda il confine tra il naturale e il soprannaturale, l’apparire e lo sparire di situazioni e personaggi. E le scene corali sono integrate nell’opera in modo diverso rispetto alla pièce originale dove non appaiono”.
Insomma, una NORMA – di splendidi chiaroscuri – da non perdere.
La mostra Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini (curata da Francesca Cappelletti e Francesco Freddolin) vede esposti cento capolavori di grandi artisti del Barocco – Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona, Lavinia Fontana, Nicolas Cordier, Pier Francesco Mola ed altri – insieme a disegni, incisioni, arazzi, parati sacri e manufatti, provenienti da prestigiosi musei.
Ciò che mette in evidenza è la vocazione cosmopolita (e il suo dialogo con realtà diverse e lontane) della Roma del Seicento in cui, da tutto il mondo, arrivano viaggiatori, religiosi, missionari e ambasciatori, artisti.
Visitarla significa – quindi – fare uno splendido viaggio in una Roma, al centro di una complessa rete di rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. C’era globalizzazione già nel seicento! L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca. E le opere esposte ci immergono in un mondo multietnico e multiculturale in cui (tra l’altro) sono visibili africani ambasciatori, ma anche africani ridotti a uno stato di schiavitù o vicino alla schiavitù.
Si parte da un monumento funebre (in Santa Maria Maggiore) di Francesco Caporale: un suggestivo busto in preziosi marmi policromi che raffigura il volto di Antonio Manuel NeVunda, diplomatico del Congo, morto al suo arrivo a Roma dopo un viaggio lunghissimo. Un’opera che di per sé indica un nuovo tipo di relazioni e connessioni internazionali, oltre che un’arte tra esotismo (v. abito di Ne Vunda) e antichità.
Seguono quindi opere quali Cesare che rimette Cleopatra sul trono (circa 1637) di Pietro da Cortona, Giovane africano (1607-12) di Nicolas Cordier, Allegra compagnia con cartomante (1631) di Valentin de Boulogne. Da Caravaggio in poi, la gitana era una figura spesso rappresentata. E si riteneva che i gitani fossero una popolazione di etnia egiziana. L’Egitto – come quindi giustamente sottolineato dalla nostra brava guida – è presente in vario modo nell’arte dell’epoca.
Dopo una copia dell’obelisco in Piazza del popolo, sono visibili – tra altro – i bozzetti della Fontana dei Quattro Fiumi (in cui Bernini decide di rappresentare l’America con un africano) che ha dato forma ai rapporti che legavano Europa Africa Asia e America, il Ritratto di Peter Paul Rubens del gesuita Nicolas Trigault (abbigliato da cinese – ma in nero – per distinguersi), la pala d’altare con l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani, le copie dell’icona della Salus Populi Romani di artisti cinesi, e della Santa Cecilia di Carlo Maderno dell’indiana Nini (nella sezione che indaga l’apporto degli ordini religiosi nel tessere relazioni transculturali).
Splendide tele più e meno esotiche (in cui si riscontra anche la presenza di schiavi – con abiti a righe – mostri e amate scimmiette) sono ispirate dalla natura e da piante sconosciute.
L’esposizione esplora anche i rapporti con culture islamiche (con l’inedito e maestoso ritratto di Ali-qoli Beg – ambasciatore persiano a Roma nel 1609 – di Lavinia Fontana) e con l’alterita’ in letteratura (con il ritratto di Maria Mancini Colonna travestita da Armida di Jacob Ferdinand Voet, Il Guerriero Orientale di Pier Francesco Mola e Andromeda di Rutilio Manetti). In mostra anche oggetti di paesi lontani e, a chiusura del percorso espositivo, i ritratti di Robert Shirley (inglese trasferitosi in Persia e rappresentante diplomatico del re Abbas) e di sua moglie (circassa suddita persiana morta a Roma dopo un difficile viaggio) di Anthony Van Dyck, e il dipinto di un elefante (anche esso giunto in Italia dopo un viaggio interminabile) – Annibale che attraversa le Alpi – di Nicolas Poussin.
Il medico dei maiali – testo e regia di Davide Sacco – sarà in scena al Teatro Quirino con gli straordinari Luca Bizzarri, Francesco Montanari, David Sebasti e Mauro Marino.
Questa la sua trama.
Il re d’Inghilterra muore all’improvviso Per constatarne il decesso, non c’è che un veterinario che – pur consapevole che il re non è morto d’infarto – regge il gioco dei consiglieri che lo sostengono. Nel frattempo, arriva in albergo il principe ereditario, un giovane scialbo e stupido. Il veterinario, attraverso una raffinata strategia, lo convince che l’unico modo per passare alla storia è incolparsi pubblicamente dell’assassinio del re e sciogliere la monarchia. E convince anche un consigliere che va ucciso il concetto stesso di monarchia.
Sembra che tutto proceda secondo i piani del veterinario.
Ma quando il principe ereditario rientra – avido di potere – non è più lo stesso. Ribadisce la differenza tra chi regna e chi serve. E, in questo gioco al massacro, il povero veterinario viene ucciso.
Facendo un altro passo indietro rispetto al Green Deal, la Commissione europea ha annunciato di semplificare – di nuovo – la legge sulla deforestazione. Il Regolamento entrerà in vigore alla fine del 2025 con un anno di ritardo. Circa i nuovi orientamenti per la sua attuazione, le principale misure di semplificazione prevedono che le grandi imprese possano riutilizzare le Dichiarazioni di due diligence esistenti quando le merci, precedentemente presenti sul mercato dell’Ue, vengono reimportate. Le imprese potranno presentare le Dichiarazioni di due diligence annualmente anziché per ogni spedizione o lotto immesso sul mercato dell’Ue. La Commissione ha anche semplificato il concetto “accertamento” dell’avvenuta esecuzione della due diligence. Queste misure, secondo la Commissione europea, porteranno a una riduzione del 30 per cento dei costi e degli oneri amministrativi – a carico per le imprese – collegati alla Legge sulla deforestazione.
L’8 aprile 2025, nel foyer del Teatro Municipale Giuseppe Verdi, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dell’opera Die Walküre che inaugura la stagione lirico sinfonica e di balletto 2025 del Teatro Verdi di Salerno. All’incontro coordinato da Peppe Iannicelli, erano presenti, con stampa ed esponenti del pubblico, il Sindaco di Salerno Vincenzo Napoli, il segretario artistico Antonio Marzullo, il regista Plamen Kartaloff.
Die Walküre (La Valchiria) – dramma musicale in tre atti, con libretto e musica di R.Wagner – costituisce la seconda opera (prima giornata) della tetralogia Der Ring des Nibelungen. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro di Corte di Monaco nel 1870. Il dramma narra l’amore incestuoso tra i due figli di Wotan, Siegmund e Sieglinde, dal quale nascerà Sigfrido. La gelosia di Fricka, moglie di Wotan, determina l’uccisione di Siegmund da parte di Hunding, marito di Sieglinde, ma questa e il nascituro sono salvati, contro l’ordine dello stesso Wotan, dalla valchiria Brunilde. Per punizione, Brunilde viene sprofondata nel sonno su un’alta roccia, circondata di fiamme. Dal sonno la potrà ridestare soltanto un eroe che riesca ad arrivare sino a lei. Sarà Sigfrido.
Die Walküre – che non aveva ancora trovato spazio nella programmazione del Verdi – è un’opera che travolge, incanta, seduce. Ed è una sfida per ogni teatro di opera. La produzione che si vedrà a Salerno, frutto della collaborazione tra il Teatro Verdi, e il Teatro di Sofia – realtà di grande prestigio in Bulgaria – in tempo di guerre vuole lanciare un messaggio di armonia e di pace.
La tradizione operistica bulgara – ha osservato Plamen Kartaloff – sin dal 1891, sebbene comprenda anche opere di compositori bulgari e francesi, ha guardato quasi esclusivamente ai compositori d’opera italiani, e molto raramente ad opere in tedesco. Ma, tra il 2010 e il 2025, complice anche le celebrazioni del duecentesimo anniversario di Richard Wagner nel 2013, nel repertorio dell’Opera di Sofia, sono entrati nove titoli wagneriani. E dal 2024 – per la prima volta – nel repertorio wagneriano, affianco a cantanti bulgari, sono stati inclusi anche cantanti dall’estero.
Per Kartaloff, la visione di Wagner del teatro è nell’orchestrazione. Di conseguenza – per lui regista – orchestra e scena, parola e musica, devono andare insieme. Tutto ciò che è scritto deve essere visualizzato nella musica. La musica di Wagner parla. Sulla scena, bisogna quindi assistere ad una interazione tra ogni parola e ogni frase musicale, ad una concordanza tra il testo e le note della melodia. E la voce deve essere qualcosa che esprime un canto ricco di sfumature, in grado di toccare l’animo del pubblico.
Questo è l’obiettivo che il regista si propone di raggiungere con la produzione, in scena al Teatro Verdi di Salerno.
Allestita in collaborazione con il Museo Picasso di Parigi e con il Museo Nazionale di Storia dell’Immigrazione, con una selezione di dipinti, disegni, sculture e incisioni (provenienti da musei di tutto il mondo) la mostra “Picasso lo straniero” – al Museo del Corso, Polo Museale, Palazzo Cipolla di Roma, – propone un viaggio in oltre 50 anni dell’attività creativa del grande Pablo Picasso.
Picasso è un artista visionario (espressione della libertà dell’artista moderno) – straniero in Francia ma anche rispetto a qualsiasi etichetta precostituita – e entrato in contatto con ambienti, luoghi, persone e usanze tra loro differenti. Tra radici iberiche e sperimentazione cosmopolita, ha rivoluzionato le regole pittoriche del Novecento, creando nuove sintesi tra colore e forma, e tra segno e strutture spaziali.
E, senza rinunciare al suo essere spagnolo, Picasso “cittadino di Parigi” – è anche diventato un emblema della condizione moderna in cui identità e “alterità” possono convivere in modo proficuo. La Francia, in cui Picasso ha quasi sempre vissuto, ha dimostrato più volte una aperta ostilità nei confronti di questo artista “spagnolo” definito “straniero” “anarchico” e esponente di un’”arte incomprensibile”. Sospettato di essere anarchico, e rifiutato dall’accademia di Belle Arti per la sua arte troppo avanguardistica e trasgressiva, Picasso – non avendo mai ottenuto la cittadinanza francese, fino al riconoscimento del 1948 – per diversi decenni ha percepito se stesso come quasi un esule o uno straniero. Non a caso, quindi, questa bella mostra romana invita a chiedersi: in che misura le sperimentazioni di Picasso sono state ispirate dal suo senso di estraneità, oltre che dalla sua libertà intellettuale?
Nato a Málaga, l’artista entrò, giovanissimo, in contatto con i fermenti culturali di Barcellona. Ma sarà il suo trasferimento definitivo nella Parigi di Amedeo Modigliani, Chaim Soutine e Marc Chagall – in cui assorbì le suggestioni di Cézanne, Gauguin, Van Gogh e Matisse – il momento cruciale per la formazione del suo personale linguaggio: espressione di un dialogo continuo fra passato e futuro, tra linguaggi/e tecniche diversi/e (dalla pittura alla scultura, dalla ceramica all’incisione ) e da un rapporto con l’“alterità”, di certo, non solo geografico.
Già agli esordi – con la fase blu e la fase rosa – Picasso ha mostrato la sua capacità di fondere narrazione intima ed empatia sociale: l’artista ha scelto di stare dalla parte del debole, del malato, del «degenerato» (l’ebreo, lo zingaro, lo storpio, l’omosessuale, il massone, il bolscevico). Con Georges Braque, Picasso ha dato vita al Cubismo (1907-1914): caratterizzato dalla scomposizione degli oggetti, dalla rinuncia alla prospettiva rinascimentale, e da un’attenzione particolare per la forma e la percezione visiva (piuttosto che per una copia della realtà). Dopo la Grande Guerra, l’artista ha riscoperto i modelli classici, e l’arte Africana, oceanica, e non solo. Critico delle derive belliche e totalitarie, Picasso ha anche affrontato questioni politiche e sociali.
E – durante la Guerra civile spagnola – ha realizzato il suo capolavoro: “Guernica” (1937) di cui la mostra rende visibili interessanti bozzetti. L’esposizione si sofferma anche sui cicli pittorici – ispirati da relazioni sentimentali – in cui l’artista celebra le sue muse, ma contemporaneamente le trasfigura, in un’ampia gamma di emozioni, tra passione, turbamento e fascinazione.
Come si sarà capito, chi varca le soglie di “Picasso lo straniero” intraprende un viaggio nelle avanguardie del XX secolo, ma anche in una riflessione sulla capacità dell’arte di unire persone e culture diverse.
Nel numero 43 (marzo 2025) della rivista “Agenda Geopolitica”, nel mio contributo intitolato “UE: difesa e competività” in un’ ampia Premessa – dopo una foto di rivendicazioni dei BRICS+ e del Presidente Trump – traccio un quadro di sintesi del dibattito in corso sulla difesa, e sicurezza, europee ( temi a me familiari, essendo stata Funzionaria internazionale per quasi 2 anni all’Assemblea dell’UEO a Parigi). Ma mi soffermo anche sulla direttiva Due diligence – ora in corso di modifica e annacquamento (considerando che l’eccesso di burocrazia può essere uno svantaggio che gli europei stanno accumulando rispetto allo scenario dell’economia globale) – ricordando che tutti (Europei, BRICS+ ecc.) dovrebbero rendersi conto che l’economia non è solo un luogo di scambi commerciali. E’ anche il luogo della produzione. Ragion per cui – per una concorrenza equa – conta anche il come si produce. Non a caso, la direttiva Due diligence obbliga le aziende a monitorare le loro catene di fornitura per garantire che tutti rispettino i diritti umani e dei lavoratori, e gli obiettivi climatici. Soprattutto, in un’epoca di dazi – e di guerre commerciali – questa considerazione può sembrare un lusso che non ci si può permettere. Ma non per questo è meno valida. Solo, andrebbe presa in carico da tutti i paesi del mondo, e non solo dagli Europei. Da qui – a dispetto degli amanti di bilateralismo e sovranismi nazionali – l’importanza anche di sane regole multilaterali. E – spesso – l’Ue e’stata/ e’ /e deve continuare ad esserlo, all’avanguardia nella loro proposta, elaborazione adozione e promozione.
Successivamente – dalla Bussola per la competitività (giugno 2024) e il Clean Industrial Deal al primo Pacchetto Omnibus (febbraio 2025) – mi soffermo sulla strategia UE per una maggiore e indispensabile competitività.
Le sfide sono tante. Oggi più che mai, serve un’Unione europea unita, e abbastanza forte per difendere la libertà, la democrazia, e tutti i suoi valori, e interessi, in Europa e nel resto del mondo. La guerra commerciale – frutto dei dazi trumpiani – fara’ nascere anche nuove alleanze, oltre che nuovi partenariati? Ciò detto, questo il link per leggere questo numero di “Agenda Geopolitica”, ivi incluso il mio contributo, finora rapidamente descritto: