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Barocco globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini alle Scuderie Papali (Roma, 4 aprile al 13 luglio 2025): da vedere

aprile 18, 2025

La mostra Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini (curata da Francesca Cappelletti e Francesco Freddolin) vede esposti cento capolavori di grandi artisti del Barocco –  Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona, Lavinia Fontana, Nicolas Cordier, Pier Francesco Mola ed altri – insieme a disegni, incisioni, arazzi, parati sacri e manufatti, provenienti da prestigiosi musei.

Ciò che mette in evidenza è la vocazione cosmopolita (e il suo dialogo con realtà diverse e lontane) della Roma del Seicento in cui, da tutto il mondo, arrivano viaggiatori, religiosi, missionari e ambasciatori, artisti. 

Visitarla significa – quindi – fare uno splendido viaggio in una Roma, al centro di una complessa rete di rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. C’era globalizzazione già nel seicento! L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca. E le opere esposte ci immergono in un mondo multietnico e multiculturale in cui (tra l’altro) sono visibili africani ambasciatori, ma anche africani ridotti a uno stato di schiavitù o vicino alla schiavitù.

Si parte da un monumento funebre (in Santa Maria Maggiore) di Francesco Caporale: un suggestivo busto in preziosi marmi policromi che raffigura il volto di Antonio Manuel NeVunda, diplomatico del Congo, morto al suo arrivo a Roma dopo un viaggio lunghissimo. Un’opera che di per sé indica un nuovo tipo di relazioni e connessioni internazionali, oltre che un’arte tra esotismo (v. abito di Ne Vunda) e antichità.

Seguono quindi opere quali Cesare che rimette Cleopatra sul trono (circa 1637) di Pietro da Cortona, Giovane africano (1607-12) di Nicolas Cordier, Allegra compagnia con cartomante (1631) di Valentin de Boulogne.  Da Caravaggio in poi, la gitana era una figura spesso rappresentata. E si riteneva che i gitani fossero una popolazione di etnia egiziana. L’Egitto – come quindi giustamente sottolineato dalla nostra brava guida – è presente in vario modo nell’arte dell’epoca.

Dopo una copia dell’obelisco in Piazza del popolo, sono visibili – tra altro – i bozzetti della Fontana dei Quattro Fiumi (in cui Bernini decide di rappresentare l’America con un africano) che ha dato forma ai rapporti che legavano Europa Africa Asia e America, il Ritratto di Peter Paul Rubens del gesuita  Nicolas Trigault (abbigliato da cinese – ma in nero – per distinguersi), la pala d’altare con l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani, le copie dell’icona della Salus Populi Romani di artisti cinesi, e della Santa Cecilia di Carlo Maderno dell’indiana Nini (nella sezione che indaga l’apporto degli ordini religiosi nel tessere relazioni transculturali).

Splendide tele più e meno esotiche (in cui si riscontra anche la presenza di schiavi – con abiti a righe – mostri e amate scimmiette) sono ispirate dalla natura e da piante sconosciute.

L’esposizione esplora anche i rapporti con culture islamiche (con l’inedito e maestoso ritratto di Ali-qoli Beg – ambasciatore persiano a Roma nel 1609 – di Lavinia Fontana) e con l’alterita’ in letteratura (con il ritratto di Maria Mancini Colonna travestita da Armida di Jacob Ferdinand Voet, Il Guerriero Orientale di Pier Francesco Mola e Andromeda di Rutilio Manetti). In mostra anche oggetti di paesi lontani e, a chiusura del percorso espositivo, i ritratti di Robert Shirley (inglese trasferitosi in Persia e rappresentante diplomatico del re Abbas) e di sua moglie (circassa suddita persiana morta a Roma dopo un difficile viaggio) di Anthony Van Dyck, e il dipinto di un elefante (anche esso giunto in Italia dopo un viaggio interminabile)  – Annibale che attraversa le Alpi – di Nicolas Poussin.

Ovidio, Amori miti e altre storie – Grande mostra alle Scuderie del Quirinale (Roma17 ottobre 2018 -20 gennaio 2019)

ottobre 16, 2018

Nel bimillenario della sua morte –  volendo dimostrare il suo ruolo di eterna fonte d’ispirazione (soprattutto  per pittori e scultori tra Rinascimento e Barocco  dal ‘400 al ‘700 –  quali Benvenuto Cellini, Tintoretto, Ribera, Poussin, Batoni – ma anche di artisti contemporanei quali Joseph Kosuth e la sua installazione al neon)  –  la mostra  è dedicata al poeta latino Ovidio: il più “femminista” tra questi poeti, e il primo poeta antico che si è posto in conflitto con ogni forma di violazione della libertà della persona (sfera religiosa ecc.).  Basti qui pensare alla Lex Iulia de adulteriis e ai suoi versi.”Non siete andati a letto insieme per obbligo di legge: per voi ha vigore di legge solo Amore”.

Curata da Francesca Ghedini, la rassegna presenta 250 opere in prestito da circa 80 musei (italiani e stranieri) ed ha come tema dominante l’amore. Il suo percorso si snoda  tra affreschi provenienti da Pompei, sculture d’età imperiale, antichi testi e opere  (quali la “Venere pudica” di Botticelli o la “Venere Callipigia” del Museo archeologico nazionale di Napoli).  Bacco o Narciso, fanciulle amate, abbandonate e rapite,  o giovani dai tragici destini:  la loro scelta costruisce anche essa  una narrazione di tormentate vicende amorose  che si concludono con una trasformazione: la metamorfosi di Ermafrodite. La storia di Ermafrodito e Salmacide, nella memoria collettiva, è quella che ci viene trasmessa da Ovidio nel libro IV delle Metamorfosi.

Protagonista del racconto è un giovane di quindici anni, figlio di Ermes ed Afrodite, nel cui volto si riconoscono i tratti di entrambi i genitori, dai quali trasse anche il nome che Ovidio non dirà se non al termine dell’episodio del mito. Il giovane, bramoso di avventure, decide di abbandonare il luogo natio per viaggiare e scoprire il mondo. Giunto in Caria, nel territorio di Alicarnasso, si imbatte in uno stagno d’acqua limpidissima dove vive una ninfa di nome Salmacide. L’incontro tra i due mette in moto una precipitosa catena di eventi che vede la ninfa invaghirsi all’istante del giovane. Dapprima prova a sedurlo con le parole che Odisseo rivolge a Nausicaa. Poi – in preda all’eros – tenta di gettarglisi al collo, ma la minaccia del contatto fisico sembra scuotere il giovane che la respinge. Mentre – pensandosi al sicuro – il giovane si denuda per enteare nello stagno, la ninfa non sapendo più dominarsi si getta nuda in acqua. Segue una lotta che capovolge ogni aspettativa e rovescia i ruoli. Il ragazzo resiste e continua a respingerla, la giovane lotta e cerca di avvinghiarsi a lui, lo bacia, lo tocca e rivolge un’inaspettata preghiera agli dei affinché mai la separino dall’amato. Sorprendentemente gli dei esaudiscono la preghiera in favore dell’assalitrice e a discapito della vittima. I corpi avvinghiati si fondono e assumono un “unico aspetto”, una duplice forma né donna né fanciullo eppure simile ad entrambi. La nuova creatura è una fusione di due generi anche se ad uscire dalle acque è in effetti il solo fanciullo di cui Ovidio svela finalmente il nome, Ermafrodito, entrato in acqua uomo ed uscitone uomo a metà.  A differenza però degli altri amori negati, la metamorfosi di Ermafrodito non riguarda solo l’aspetto fisico, ma anche la personalità che unisce e fonde due creature con animi ben distinti tra loro; quella del timido e irrequieto Ermafrodito e quello della ribelle e aggressiva Salmacide.    E’ assolutamente originale quello che Ovidio scrive del mito nelle Metamorfosi.

La figura di Salmacide è quella che più di tutte rompe gli schemi tradizionali del rapporto uomo-donna: ninfa ribelle e aggressiva, dedica il suo tempo, come una matrona dell’alta società romana, alle cure di bellezza e inoltre tenta in tutti i modi di conquistare Ermafrodito usando la forza e le stesse strategie che solitamente usano gli dei per conquistare le ninfe (parole seduttive di Odisseo, prima assalto fisico, dopo). A questo stravolgimento dei ruoli, risponde anche la metamorfosi che non interviene per salvare la vittima che implora aiuto ma agisce per esaudire le richieste capricciose del carnefice, la ninfa, che chiede di divenire con il malcapitato un unico essere. La trasformazione che ne deriva snatura di fatto l’identità della vittima condannata ad essere unita per sempre al suo assalitore.

Maestro di eros, bellezza e seduzione –  nella Roma che rinasceva con l’imperatore Augusto – Ovidio impersonò il libertino, l’intrigante, il dissoluto che attribuiva a maschi e femmine uguale diritto al piacere, senza badare alle moralizzazioni che stavano a cuore ad Augusto.

Poeta delle metamorfosi fisiche (dimostrando, con il suo Metamorfosi, che non esiste differenza tra corpo e psiche)  scoprì  il trasformarsi prima di tutto nella pratica dell’eros.  Con una capacità di osservazione straordinaria,  il poeta dava a intendere di essere, (come Virgilio)  approdato all’epica.  Ma la  sua epica (epica, estetica e metafisica, del desiderio)  esaltava il perituro,  il transeunte, l’alterità, distruggendo  ogni fede nell’eternità dell’impero e nell’assolutezza del romanocentrismo.   Da qui  –  anche  –  la sua cacciata in esilio da parte di Augusto: cacciata che determinò  (l’8 d.C. )  il suo smarrimento a Tomi sul mar Nero, la Costanza dell’odierna Romania,  in cui comprese che ora l’altro era lui.

Ovidio è stato il primo Don Giovanni del mondo occidentale.  

Ha scritto, tra l’altro,  l’ Ars amatoria, un poemetto  che insegna,  a donne e uomini,  strategie di conquista, il cui oggetto non è l’amore, ma il piacere sessuale ( posizione – questa – in contrasto con la politica di Augusto che tentava di moralizzare una generazione dissoluta per la perdita dei valori familiari).   “Il piacere concesso per dovere – scriveva inoltre Ovidio –  non mi è grato”.  E –  cosa impensabile all’epoca – assicurava che il piacere era maggiore se l’uomo e la donna raggiungevano l’orgasmo contemporaneamente.

 

Picasso alle Scuderie Papali (roma)

ottobre 20, 2017

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