TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Poema drammatico op. 115 cui Schumann ha dedicato ben quattro anni della sua vita (tra il 1848 e il 1851) – con un “eroe” maledetto, portatore di rovina, privo di pace, alla ricerca di una morte che non trova, ma anche dotto all’inverosimile – Manfred è uno dei grandi capolavori della letteratura musicale tedesca, .
Il protagonista del concerto – diretto da Michele Mariotti Direttore musicale dell’Opera di Roma e con coro istruito da Ciro Visco – è Glauco Mauri, noto attore e regista. .
Manfred fu scritto nel 1816, quando Lord Byron aveva 28 anni e aveva da poco dovuto lasciare l’Inghilterra, a causa di una presunta relazione incestuosa con la sorellastra Augusta Leigh. La causa del suo dramma rimane oscura ma il peso del suo passato si riverbera sul suo destino.
Come ben spiega il maestro Mariotti: «Manfred è un antieroe che, sconfitto dalle sue colpe, compie un percorso ascetico di allontanamento dal mondo terreno. I meravigliosi elementi musicali che all’interno del poema richiamano la natura sottolineano il rapporto tormentato del protagonista con il mondo da cui vuole separarsi. Con l’Ouverture, la pagina più celebre del poema, Schumann esprime perfettamente il dolore e la sofferenza di Manfred usando la tetra tonalità di mi bemolle minore. Altro elemento fondamentale è lo stretto rapporto tra musica e parola, che acquisisce senso drammaturgico: il Manfred evidenzia l’esigenza di Schumann di creare una composizione molto vicina all’opera, proprio nel momento storico di maggiore espansione del sinfonismo».
L’11 aprile 2023, presso il Salone del Gonfalone nel Palazzo di Città a Salerno – per inaugurare la stagione lirica, sinfonica e di balletto del Teatro Verdi di Salerno – c’è stata una Conferenza stampa in cui erano presenti, con i giornalisti, il Sindaco Vincenzo Napoli, il Direttore artistico Daniel Oren, e il segretario artistico Antonio Marzullo.
Ad inaugurare la stagione 2023 sarà Manon Lescaut – terza opera del grande Giacomo Puccini – rappresentata per la prima volta il 1 febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, con notevole successo per il suo “grande valore artistico, la sua potente concezione musicale, e la sua teatralità”.
L’opera si ispira al romanzo dell’abate Prevost, Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut (1731). Ma lo stesso soggetto aveva già ispirato la Manon di Jules Massenet (rappresentata a Parigi nel 1884) che Puccini conosceva, e dalla quale ha voluto differenziarsi, eliminando le analogie, e tagliando o aggiungendo delle scene.
Questa la sua trama.
Racconta di Manon Lescaut – ragazza destinata alla vita monastica, accompagnata dal fratello nel tragitto verso il convento – che il giovane Des Grieux che si innamora pazzamente di lei convince a fuggire con lui. L’idilllio tra i due però dura poco. E la ragazza diventa la mantenuta del ricco e vecchio Geronte. Poi viene accusata di essere una ladra e viene imbarcata in una nave diretta negli Stati Uniti. Des Grieux, sempre innamorato di lei, riesce a imbarcarsi con lei. Stanca degli stenti cui è sottoposta, Manon muore fra le sue braccia.
Personaggio romantico che ha il coraggio delle proprie passioni, Manon – vittima di se stessa e di un destino avverso – è una delle grandi eroine pucciniane.
Come Tosca, è destinata alla morte.
Attraverso di lei – ponendo in primo piano la tragicità delle storie d’amore – Puccini mette al centro della sua poetica il mondo femminile.
Inoltre – sottolinea Daniel Oren – Manon Lescaut è anche una delle opere più difficili di Puccini. Con essa, il compositore si propone come elemento di rottura tra i maggiori operisti dell’Ottocento, anche attraverso un ammodernamento del linguaggio. Puccini non guarda indietro. E’ nuovo, e diverso. E – “nella dilatazione del piano tonale e nelle conquiste della tecnica di strumentazione” – si riscontrano echi wagneriani. Il famoso duetto d’amore del secondo atto evoca il Tristano. E ci sono anche scene che competono con le grandi scene corali di Verdi.
Daniel Oren è molto legato a quest’opera che, proprio perché difficile, non si esegue quasi mai (negli ultimi anni). Per la rappresentazione di Salerno si sono trovati giovani esecutori molto bravi. Ed è stato fatto un grande lavoro con l’orchestra filarmonica di Salerno – che ha raggiunto livelli altissimi – e con il Coro. E’ quindi certamente una grande opera quella che apre la stagione lirica del Verdi che – ricorda il Sindaco Vincenzo Napoli – vede anche manifestazioni collaterali come i concerti che si terranno nelle Chiese. Il tutto per soddisfare i gusti più esigenti del pubblico.
VIVA LA GUERRA! – scritta ed allestita con freschezza ed energia – fa rivivere l’ultima guerra dall’ottica goliardica e disimpegnata della giovinezza.
Questa la sua trama.
Quattro giovani partigiani attendono l’arrivo di un treno tedesco carico di armi e munizioni. Il loro compito è farlo saltare, prima che raggiunga Roma. Il gruppo punta dritto alla meta, ma è giovane. E allora può succedere che la convinzione politica traballi. Oppure, che ci si ritrovi ammaliati dall’inaspettata presenza di una bella donna che, di colpo, cambia tutte le carte in tavola. E non mancano sorprese.
Così è (se vi pare) è un’opera teatrale di Pirandello, tratta dalla novella La signora Frola e Il signor Ponza, suo genero.
Protagonista assoluto della scena è il fatto che la verità assoluta non esiste, e che la verità è per ciascuno “come pare”.Come conclude la signora Ponza “…io sono colei che mi si crede”. “Ed ecco, o signori – conclude Laudisi – come parla la verità…Siete contenti?” (Scoppierà a ridere…)
In sintesi, questa la trama. La vita di una tranquilla cittadina di provincia viene scossa dall’arrivo di un nuovo impiegato, il Signor Ponza, e della suocera, la Signora Frola, scampati ad un terribile terremoto nella Marsica. Si mormora, che assieme ai due sia giunta in città anche la moglie del Signor Ponza, anche se nessuno l’ha mai vista. Da qui l’affannosa ricerca della verità sulla signora Ponza: e viva? E morta? Quali sono i suoi legami con Ponza e la signora Frola?
Passando alla sua messa in scena al Quirino di Roma… “Ho chiesto – sottolinea il registaGeppy Gleijeses – a un grande videoartist, Michelangelo Bastiani, di creare degli ologrammi assolutamente tridimensionali, donnine e omini alti 60 centimetri. All’ingresso della Frola, quegli esserini li rivediamo in dimensioni normali. Piccoli uomini e donne che riprendono le loro reali fattezze di fronte alla grandezza e all’amore di una madre. La scena (di Roberto Crea) è un buco nero, come lo aveva visto nel suo incubo Pirandello, disseminato di specchi, un labirinto di specchi, come in un terribile parco di divertimenti. O forse come ne “La signora di Shangai” di Orson Welles. Da quegli specchi (specchi piuma, che se illuminati anteriormente sono specchianti, ma se retroilluminati perdono la caratteristica dello specchio per diventare vetro trasparente) scompaiono e a volte compaiono la signora Frola, il signor Ponza e la signora Ponza. E Laudisi con quegli specchi gioca e spaventa il cameriere, perché lui sa che la verità assoluta non esiste, che ognuno ne ha una propria, che è vero solo quello che crediamo sia vero. Il resto è sogno, incubo, illusione. Specchi e fantasmi, quelli che popolano da sempre e per sempre la mente di Luigi Pirandello. I filtri, tutti i filtri, attenuano la fisicità dei protagonisti, ma non la sofferenza. Il dolore è dolore vero. E senza remissione. Le musiche di Teho Teardo sono astratte e dissonanti, e diversamente non poteva essere. I dodici attori, a cominciare da Milena Vukotic, Pino Micol e Gianluca Ferrato sono impagabili. La sofferenza è anche loro? La loro MASCHERA, come voleva Jung, dietro “l’inconscio collettivo”, il dolore, o piccole scorie di esso, ti restano appiccicate addosso, anche al calar della tela”.
“Sono due storie di violenza di genere” precisa Michele Mariotti descrivendo il dittico – formato da Il tabarro di Giacomo Puccini e da Il castello del Duca Barbablù (A Kékszakállú Herceg Vára) di Béla Bartók – che l’Opera di Roma propone insieme dal 6 al 18 aprile in una nuova produzione firmata dal regista tedesco Johannes Erath,
“Il tabarro incomincia con un tramonto – sottolinea il regista Johannes Erath – ma termina in una notte cupa, dove la luce di un fiammifero diventa fatale per una coppia che ha perso la capacità di esprimersi e di comunicare. Anche Il castello di Barbablù inizia con una coppia nella notte: anche in questo caso il loro sforzo di esprimersi e comunicare non porterà alla luce. Affiancare questi due capolavori ci offre l’occasione rara di osservarli con uno sguardo nuovo: l’atto unico di Puccini appare molto più simbolista e impressionista di quello che si immagini, mentre quello di Bartók è più realista di quanto si immagini”.
Lo spettacolo fa parte di un progetto triennale realizzato in collaborazione con il Festival Puccini di Torre del Lago in occasione del centenario della morte di Puccini, che cade nel 2024. Il suo Trittico verrà scomposto e ricomposto in tre dittici, proposti uno all’anno per tre stagioni consecutive, grazie all’accostamento di ogni titolo a un altro capolavoro del Novecento. “Un modo – sottolinea Mariotti – per guardare il capolavoro tripartito di Puccini da un’angolazione diversa. In questa stagione cominciamo conIl tabarro e Il castello del Duca Barbablù: due opere perfettamente coeve, entrambe andate in scena per la prima volta nel 1918, ed entrambe storie di incomunicabilità all’interno della coppia, che sfociano nella violenza. Nella prossima stagioneproporremoGianni Schicchi e L’heure espagnole di Maurice Ravel: due straordinarie pagine buffe, nelle quali si sorride ma in modo cinico e un po’ amaro sulle disgrazie della vita, mentre nella stagione 2024/2025 accosteremo Suor Angelica a Il prigioniero di Luigi Dallapiccola: altri due lavori accomunati dalla violenza, che però si esprime attraverso il fanatismo religioso”.
Grandi artisti di caratura internazionale in entrambi i cast dei due atti unici.
Per Il tabarro tornano all’Opera di Roma il baritono Luca Salsi (Michele), protagonista di innumerevoli produzioni capitoline con il Maestro Muti e più recentemente sui palcoscenici internazionali più prestigiosi; il soprano Maria Agresta (Giorgetta), che al Costanzi è stata un’indimenticabile Anna Bolena; e il tenore Gregory Kunde (Luigi), reduce dal successo nell’Aida diretta a gennaio da Mariotti. Accanto a loro Didier Pieri come Tinca, Roberto Lorenzi come Talpa ed Enkelejda Shkoza nella parte di Frugola. Completano il cast i talenti di “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma Valentina Gargano ed Eduardo Niave (Due amanti). Sebastian Catana incarna il ruolo di Michele nell’ultima recita di martedì 18 aprile.
Per il capolavoro di Bartók invece salgono sul palcoscenico il mezzosoprano Szilvia Vörös e il basso Mikhail Petrenko, entrambi al debutto al Costanzi. Il coro della fondazione capitolina è istruito da Ciro Visco.
Il tabarro – Musica di Giacomo Puccini – Opera in un atto Libretto di Giuseppe Adami tratto da La Houppelande di Didier Gold Prima rappresentazione assoluta Metropolitan, New York 14 dicembre 1918 – Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 11 gennaio 1919 (prima italiana)
PERSONAGGI E INTERPRETI MICHELE, PADRONE DEL BARCONE Luca Salsi / Sebastian Catana (18) LUIGI, SCARICATORE Gregory Kunde GIORGETTA, MOGLIE DI MICHELE Maria Agresta IL TINCA Didier Pieri IL TALPA Roberto Lorenzi LA FRUGOLA, MOGLIE DEL TALPA Enkelejda Shkoza UN VENDITORE DI CANZONETTE Marco Miglietta DUE AMANTI Valentina Gargano* ed Eduardo Niave*
*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Il castello del Principe Barbablù (A KÉKSZAKÁLLÚ HERCEG VÁRA) Musica di Béla Bartók – Opera in un atto Libretto Béla Balázs Prima rappresentazione assoluta Teatro dell’Opera di Budapest 24 maggio 1918 – Prima rappresentazione al Teatro Costanzi 10 gennaio 1962 (Il castello del Duca Barbablù)
PERSONAGGI E INTERPRETI JUDIT Szilvia Vörös BARBABLÙ Mikhail Petrenko
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA Con la partecipazione della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Federico García Lorca – grande poeta, drammaturgo e regista teatrale (a livello internazionale emblema della generazione del’ 27 che introdusse le avanguardie, quali simbolismo futurismo e surrealismo, nella letteratura spagnola) – dichiarato sostenitore delle forze repubblicane, durante la guerra civile spagnola, fu fucilato da uno squadrone delle forze nazionaliste. Il suo corpo fu poi gettato “in un burrone ad alcuni chilometri alla destra di Fuentegrande”. I suoi resti non sono mai stati trovati.
Sul palco dell’OFF/OFF Theatre, la protagonista Caterina Vertova e Marco Carniti, co-interprete e regista – attraverso materiali poetici, teatrali e di cronaca – ricostruiscono la storia del suo assassinio,
“Cerco mio figlio, un figlio importante, un grande poeta. Si chiama Federico” sono le parole di Vicenta Lorca Gonzalez; sua madre.
E – in scena – Vicenta Lorca Gonzalez è evocata dalla bravissima e intensa Caterina Vertova, con un viaggio nel tempo, e attraverso le sole parole del poeta.
Teatrale nelle poesie e poeta nel teatro, Federico García Lorca lancia un GRIDO SU ROMA che riapre una discussione sulle colpe della Chiesa Cattolica.