TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Con Il Marito Invisibile di Edoardo Erba – prima commedia in videocall – lo spettatore si ritrova in una videochat fra due amiche cinquantenni, Fiamma (Maria Amelia Monti) e Lorella (Marina Massironi) – che non si vedono da tempo – e l’annuncio[S1] sorprendente di Lorella: si è sposata, ma il nuovo marito è invisibile.
Fiamma – temendo danni dell’isolamento – si propone di aiutarla, ma non ha fatto i conti con la sconcertante attrazione di noi tutti per l’invisibilità.
Bella la sua particolarmente innovativa messinscena!
“Le attrici – sottolinea il regista Edoardo Erba – recitano sullo sfondo di un blue screen circondate da una realtà monocromatica, che prende vita e colore solo dal piano della telecamera in su. Sui grandi schermi che sovrastano il palco, invece, le vediamo vivere nelle loro case, piene di oggetti, di luci, di fumo, di colori e di movimento. Il contrasto – funzionale alla storia che la commedia racconta – mette lo spettatore in una situazione nuova. Può guardare le attrici sui grandi schermi, godendosi il loro primo piano o, viceversa, guardarle dal vivo sul palco o, ancora, guardarle un po’ da una parte, un po’ dall’altra, “montando” le immagini come meglio crede. Benché composto da cinque scene con passaggi di tempo fra l’una e l’altra (cinque atti si sarebbe detto una volta) lo spettacolo non prevede mai il buio. Gli schermi sono sempre attivi, perché quando i personaggi escono di scena, prendono il cellulare e il pubblico vede ingrandito quello che loro vedono sullo schermo del telefono. Ne esce un atto unico dal ritmo incalzante, che cattura lo spettatore dalla prima battuta, senza lasciargli mai la possibilità di distrarsi”.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Diretta dal carismatico Moses Pendleton,MOMIX è una eccezionale Compagnia di ballerini-illusionisti. La sua fama internazionale nasce dalla capacità di evocare un mondo di immagini surreali – facendo interagire corpi umani, costumi, attrezzi, e giochi di luce – e affrontando le sfide della gravità con le acrobazie dei suoi incredibili ballerini e il trasformismo dei suoi personaggi, che evocano sensazioni e colori (sempre nuovi) con gli occhi di un bambino un po’ cresciuto.
Lo spettacolo in scena al teatro Verdi di Salerno – in Prima il 29 novembre 2023 – BACK TO MOMIX – dopo anni per tutti difficili – vuole esprimere un desiderio di leggerezza e spensieratezza, e uno sguardo sempre teso al futuro. Da qui il gioco di parole del titolo, che richiama un classico della cinematografia degli anni ’80.
Con nuova intensità, lo spettacolo restituisce alle luci del palcoscenico gli estratti più significativi dei grandi classici che hanno segnato la storia della Compagnia – dagli storici MomixClassics, Passion, Baseball, Opus Cactus, SunFlower Moon, fino a Bothanica ed Alchemy – per la gioia dei suoi spettatori che ne escono incantati ed emozionati.
Nel corso dei prossimi mesi, al Palazzo Esposizioni Roma, ci sarà la mostra “MACCHINE DEL TEMPO” – dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF): perfetto connubio tra divulgazione scientifica, gioco e cultura. La mostra (promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e daAzienda Speciale Palaexpo, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, ideata e realizzata da INAF in collaborazione con Pleiadi e prodotta con il contributo di Azienda Speciale Palaexpo) parla di astrofisica e astronomia a grandi e piccoli, neofiti e appassionati.
I visitatori, guardando il cielo, intraprenderanno un vero e proprio “viaggio nel tempo” il cui tema centrale è la luce che – con la sua velocità – ci permette di vedere il passato. Più distante osserviamo, più indietro nel tempo riusciamo a vedere.
Le macchine del tempo (dal cannocchiale – inventato nei Paesi Bassi, ma per la prima volta indirizzato verso il cielo da Galileo che lo ha anche perfezionato – a Osservatori imponenti e complessi sistemi di telescopi e satelliti artificiali) sono state create dall’uomo per osservare il cosmo e l’inizio di tutto (i telescopi sono in grado di trasportarci all’origine dell’universo – quando le prime galassie e le stelle hanno preso forma – ma anche di sviscerare la storia del nostro pianeta e del sistema solare).
Il percorso espositivo si snoda su tre sale.
Si parte con l’invito a ripetere l’esperienza che Galileo fece oltre 400 anni fa, puntando per la prima volta il verso il cielo. Il viaggio prosegue tra pianeti, stelle, galassie e giganteschi ammassi di galassie, abbracciando le immense scale cosmiche che le “macchine del tempo” dell’astrofisica contemporanea cercano di afferrare, fino agli albori dell’Universo.
La Mostra – che incentiva interattività e immersione (attraverso una combinazione di immagini iconiche, exhibit interattivi e tecnologie innovative come la realtà virtuale) – prevede anche conferenze, spettacoli, laboratori didattici e aperti scientifici.
E divulga ciò che gli scienziati italiani e l’INAF (Istituto nazionale di astrofisica) fanno, dando un grosso contributo anche a livello internazionale
Mefistofele, vero viaggio universale (e verso l’utopia) che ben descrive il dualismo presente in ciascun di noi e la sfida a superare i propri limiti, è un’opera dalla musica potente – costituita da un prologo, quattro atti e un epilogo – composta da Arrigo Boito, che ne elaborò il libretto partendo dal Faust di Goethe. Dopo il fiasco clamoroso della sua prima edizione (1868) l’opera fu ulteriormente ridotta.
A Roma, la sua prima rappresentazione c’è stata al Teatro Costanzi il 29 ottobre 1887, e l’ultima nel marzo 2010. Nel 2023, la sua nuova produzione – proposta, con sul podio il direttore musicale della Fondazione Capitolina Michele Mariotti, e con la regia del pluripremiato regista australiano Simon Stone – inaugurala Stagione 2023/2024 del Teatro dell’Opera di Roma.Protagonisti il basso John Relyea nel ruolo di Mefistofele, il soprano Maria Agresta nel doppio ruolo di Margherita ed Elena, e Joshua Guerrero in quella di Faust. Scene e costumi dello spettacolo sono di Mel Page, mentre le luci di James Farncombe. L’Orchestra è quella dell’Opera di Roma, così come il Coro, diretto da Ciro Visco, cui si affianca ilCoro di voci bianche del Teatro.
“Abbiamo sceltoMefistofele– sottolinea il direttore musicale Michele Mariotti (recentemente rientrato dopo il gran successo dalla tournée capitolina in Giappone) – perché rispecchia perfettamente la nostra idea di teatro: un luogo che parla sia dell’uomo di oggi, fornendo gli strumenti per conoscere più a fondo la nostra realtà e per interpretarla, sia dell’uomo come archetipo, con i suoi valori psicologici atemporali e le sue pulsioni eterne. Boito esalta proprio questo: l’universalità dell’uomo che è in Faust e la sua implacabile tensione a superare i suoi limiti. Sono poi particolarmente felice di lavorare nuovamente con Simon Stone dopo La traviata che abbiamo realizzato insieme a Parigi nel 2019″.
Nello stile unico, iperrealista e tagliente, di Simon Stone Violetta Valéry è trasformata in un’influencer. La vicenda di Lucia di Lammermoor è ambientata nel “Rust Belt” americano. L’amore di Tristano e Isotta è raccontato tra i grattacieli di New York. “Faust – sottolinea Storne – cerca di raggiungere la versione migliore di sè finché non arriva a doversi confrontare con la parte più egoista e corrotta di sé. La regia mira a rendere i due estremi. L’orchestra è veramente straordinaria. Le parti corali sono le più belle e restituiscono l’idea di armonia che è ben altro rispetto al populismo”.
Nel ruolo di Marta e Pantalis è impegnato il mezzosopranoSofia Koberidze, mentre il tenore Marco Miglietta interpreta Wagner. Nereo è Leonardo Trinciarelli , e Yoosang Yoon. Nelle repliche del 29 novembre e del 3 dicembre, Mefistofele è invece interpretato da Jerzy Butryn, che canta per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma; Faust daAnthony Ciaramitaro; Margherita/Elena da Valeria Sepe.
Che senso ha la storia di Faust e Mefistofele per l’uomo di oggi? Simon Stone si è posto questa domanda nel creare la regia di “Mefistofele” di Boito. Il suo spettacolo vi aspetta al Teatro Costanzi dal 27 novembre: per un inizio di stagione ricco di emozioni e suggestioni. pic.twitter.com/GJK9WqKV4D
La stagione di prosa del Teatro Verdi avrà inizio con Massimo Lopez e TullioSolenghi – di nuovo a salerno – nello show “Dove eravamo rimasti” che proporrà numeri sketch, brani musicali, contributi video, con alcuni picchi di comicità come una lectio magistralis di Sgarbi / Lopez, un affettuoso omaggio all’avanspettacolo ed il confronto Mattarella / Papa Bergoglio. Il filo conduttore sarà quello di una chiacchierata tra amici in famiglia, con l’intento di coinvolgere i “parenti” seduti . Il 24 novembre riparte anche il tradizionale incontro tra pubblico e artisti: l’amato “Giu’la maschera”.
Lo spettacolo in scena al Quirino – testo di Lina Wertmuller, regia di Marcello Cotugno, con Giuseppe Zeno e Euridice Axen quali protagonisti – propone un adattamento contemporaneo ad oggi (di Marcello Cotugno e Irene Alison) dell’originale cinematografico, che risale alla prima metà degli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo, caratterizzati da attentati terroristici, lotta armata, brigate rosse, rapimenti, morti e scontri violenti. Il suo gran successo – come giustamente sottolineato dalla stessa Wertmuller – nacque dal suo aver colto lo spirito dell’epoca e le sue contrapposizioni sociali (nord industrializzato-sud povero e sfruttato; visione comunista e spirito capitalista; idea della donna nata per servire l’uomo, ironicamente affiancata a un’imprenditrice di successo; conflitti politici e di genere. Il tutto incarnato nei due protagonisti della storia).
Questa la sua trama.
Il marinaio siciliano Gennarino Carunchio e la bella milanese Raffaella Pavoni Lanzetti – per ironia della sorte – si trovano naufraghi su un’isola deserta. Lontani da stereotipi e barriere sociali, e in un luogo dove la natura impone le sue regole, i due dispersi trovano inaspettatamente l’amore l’uno per l’altro. Ma – tornati nel loro mondo dove ad attenderli ci sono famiglie, lavoro e ruoli sociali – la travolgente passione che li ha legati non può più esistere.
il contesto sociale e politico – dell’adattamento in scena al Quirino – corrisponde alle dinamiche vissute al giorno d’oggi. La miliardaria e il marinaio rappresentano due mondi lontani e sconosciuti. “L’ignoranza crea paura; la paura, violenza – sottolinea Lina Wertmuller – ma grazie a un luogo vergine come l’isola, che costringe alla convivenza forzata al di fuori dei ruoli sociali e del contesto geopolitico e religioso, Raffaella e Gennarino possono conoscersi e persino amarsi. La struttura della commedia non cambia rispetto all’originale cinematografico, così come la chiave grottesca che permette di raccontare la storia accentuando ironicamente le caratteristiche dei personaggi”.
Gran bello spettacolo al @TeatroQuirino di Roma. Bravissimi i protagonisti. Belli colori ,effetti di luce e scene, e scene, e le musiche. pic.twitter.com/11y5U0uhqB
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo
Al teatro municipale Giuseppe Verdi di Salerno sara’ in scena La Vedova allegra: spettacolo spumeggiante e allegro – con scene e costumi di Alfredo Troisi particolarmente incantevoli – realizzato da un cast straordinario di voci e artisti, e con un Njegus – “adattato per una donna dal grande e compianto Gino Landi” – interpretato dalla straordinaria Marisa Laurito (tra l’altro impegnata in un gran lavoro sociale al Trianon di Napoli di cui assicura la direzione artistica).
L’operetta è nata nel 1856 grazie al tedesco (naturalizzato francese) Jacques Offenbach. Ed è divenuta famosa in Francia e poi in Austria. E’ un genere teatrale e musicale – caratterizzato dall’alternanza di brani musicali e parti dialogate, e soprattutto da vivacità musicale e danze – che rievoca anche la dimensione culturale della borghesia francese e austriaca, fin de siècle, e la sua predilezione per le storie sentimentali ambientate nella buona società del tempo. Spesso viene scambiata per l’Opera buffa. Ma in realtà c’è chi ritiene che la sua nascita ha riempito il vuoto del genere buffo completamente soppiantato dalla grande opera romantica che oscillava tra Wagner in Germania e Giuseppe Verdi in Italia. La vedova allegra è un’operetta in tre atti: vero intramontabile capolavoro dell’ungherese Franz Lehár, su Libretto di Viktor Léon e Leo Stein, dalla commedia “L’attaché d’ambassade” di Henri Meilhac.
Questa la sua trama.
Gli alti funzionari e l’alta società dell’ambasciata di Pontevedro, piccolo immaginario stato nei Balcani, a Parigi, passano da una festa all’altra, ma Pontevedro è sull’orlo della bancarotta. A Parigi vive Hanna Glawari, appena diventata vedova ed ereditiera di un barone milionario, e su di lei spera l’ambasciatore pontevedrino per salvare con l’eredità il suo paese dalla bancarotta, se riuscirà ad indurla a sposare un connazionale, il fascinoso conte Danilo Danilowitsch, attaché dell’ambasciata. Ma il fatto che i due fossero già stati innamorati in passato complica le cose, con dispetti e incomprensioni, fino alla felice soluzione che conclude la vicenda con l’immancabile matrimonio.
Come ricordato dal sindaco di Salerno Vincenzo Napoli – nel corso della Conferenza stampa nel Foyer del Verdi (7 novembre) – la vedova allegra (in cui la complessità della composizione si unisce alla qualità della leggerezza) è espressione di un momento storico importante che avrebbe poi visto la tragedia della prima guerra mondiale. Di operetta – ha precisato il direttore d’orchestra Francesco Rosa – la vedova allegra ha solo il nome perché in realtà si tratta di una grande opera, in cui c’è un’alternanza tra il valzer (che rappresenta l’aspetto intimistico, nostalgico, malinconico) e la festa delle marce, e della polka. La protagonista è vedova di un ricco banchiere del Pontevedro, piccolo immaginario stato nei Balcani, che evoca il Montenegro e, di conseguenza, la prima guerra mondiale. Se l’Aida è la madre di tutte le opere – ha precisato il regista Riccardo Canessa (che ha raccontato anche un aneddoto su Mahler, innamorato della vedova allegra e del valzer, al punto che lo ascoltava e ballava ogni sera con la moglie) – la vedova allegra è la madre di tutte le operette. Condensa dentro di sé un po’ dell’opera buffa napoletana e le varie tradizioni mitteleuropee. Il genere operetta si inserisce in una trama filologica ai confini del più austero Singspiel tedesco e della leggera e graffiante opèra-comique francese. Franz Lehár ha sedotto il grande pubblico trascinandolo in un mondo dove la leggerezza si unisce al fascino del valzer.
Spettacolo da non perdere!
Direttore d’Orchestra, Francesco Rosa, Regia, Riccardo Canessa, Maestro del coro, Francesco Aliberti – Scene e Costumi, Alfredo Troisi, Coreografie, Pina Testa
Personaggi e interpreti:
Hanna Glawari, Mihaela Marcu — Danilo Danilowitsch, Enrico Marabelli — Mirko Zeta, Filippo Morace Valencienne, Nina Solodovnikova — Camille de Rossillon, Francesco Castoro — Njegus, Marisa Laurito Il visconte Cascada Antonio Palumbo — Raul di Saint Brioche Vincenzo Tremante — Bogdanowitsch Antonio Cappetta Sylviane Francesca Micarelli — Kromov Christian d’Aquino — Praskovia Sara Vicinanza —Olga Valeria Padovano Pritschitsch Vittorio Di Pietro
ORCHESTRA FILARMONICA “GIUSEPPE VERDI” DI SALERNO — CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI SALERNO Coproduzione con il Comune di Padova e il Teatro Comunale di Treviso
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
E’ uno spettacolo gioioso nel primo atto, e raffinato nel secondo. Bello l’effetto bianco delle ballerine che rappresentano le fate! Molta leggerezza e bravura… Il balletto in due atti, GISELLE – del 1841 – riassume in sé tutti gli elementi (stilistici, tecnici ed espressivi) del balletto classico-romantico. Il libretto, nato da una idea dello scrittore Thèophile Gautier – affascinato dalla ballerina Carlotta Grisi e dalla leggenda delle Villi – fu poi completato dal drammaturgo Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges, e musicato da Adolphe-Charles Adam. Le Villi (fate), nella mitologia slava, sono gli spiriti di giovani fanciulle morte infelici perché tradite o abbandonate prima del matrimonio. Vendicative – ogni notte – vagano in cerca dei loro traditori e li costringono – con rametti di vischio apparentemente magici – a ballare fino allo sfinimento. Alla morte del rispettivo traditore, si dileguano. E con esse svanisce, finalmente placato, il fantasma della fanciulla morta per amore.
Questa – quindi – la trama di GISELLE in scena al Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno, nel quadro della stagione lirica, sinfonica e di balletto, diretta dal maestro Daniel Oren con il segretario artistico Antonio Marzullo, e organizzata dal Comune di Salerno con il sostegno della Regione Campania).
È vendemmia.
Giselle è innamorata di Albert. Hans – di lei innamorato – le rivela che Albert non è sincero. E’ un aristocratico. E presto sposerà la sua fidanzata, Bathilda. Giselle impazzisce per il dolore e muore.
Preda delle Villi – arrivato sulla tomba di Giselle – Hans muore. La stessa sorte potrebbe toccare anche a Albert. Ma Giselle viene a salvarlo. Il suo amore gli ispira forza. Albert danza con le Villi fino all’alba. Le ombre delle Villi, del Mirto e di Giselle si dissolvono.
Albert rimane a vivere con il dolore dell’amore perduto, più forte della morte.
Al teatro Verdi di Salerno (con musica registrata) – in tutte le sue intense sfumature – lo spettacolo è eseguito dall’Opera e Balletto nazionale di Sofia: Scena e Regia Petar Lukanov, Scenografia Radostin Chomakov, Costumista Tsvetanka Petkova-Stoynova ,Tutor Maria Ilieva, Ivanka Kasabova, Trifon Mitev, Georgi Asparuhov, Yasen Valchanov, Assistente alla Regia Anelia Tsolova, Direttore Artistico Marta Petkova.
Di grande rilievo il Cast, con interpreti di valore internazionale: per Giselle, Marta Petkova e Katerina Petrova; per Albert, Emil Yordanov e Tsetso Ivanov. E ancora – tra altri – per Hans Nikola Hadjitanev, per il Duca Matthew Whittle, per Batilda Lyudmila Ilieva.
Con regia di Leo Muscato, Rocco Papaleo è il protagonista di “L’ispettore generale”: uno dei più grandi capolavori della drammaturgia russa, una commedia satirica estremamente divertente (che si prende gioco delle piccolezze morali di chi detiene un potere e si ritiene intoccabile) espressione del tentativo di Gogoldidenunciare – attraverso riso e comicità – la burocrazia corrotta della Russia zarista.
Siamo nel 1836, Regno dello zar Nicola I che istituisce una sorta di inquisizione che persegue e ostacola tutti i liberi pensatori (fra cui Dostoevskij, Puškin e Gogol stesso). Rapidamente, questo sistema scatena un processo di burocratizzazione che aumenta il livello di corruzione fra i funzionari statali.
Nella commedia di Gogol, quell’élite di Pietroburgo diventa un manipolo di traffichini che si sentono intoccabili. Su tutti, spicca il Podestà che gestisce la “cosa pubblica” come fosse il proprio feudo e arrotonda con leggerezza lo stipendio statale, che a suo dire “è una miseria”. Ma la corruzione serpeggia in ogni settore della macchina amministrativa.
La trama, di per sé, è molto esile.
Si basa su un equivoco banale: un frivolo viaggiatore di passaggio viene scambiato per un alto funzionario dello Stato spedito dallo zar ad indagare sulla condotta dei funzionari cittadini. Per il malinteso, i “notabili” temono di venire smascherati e di finire ai lavori forzati. E’ necessario trovare il modo di corromperlo… Ma se non fosse così facile?
Per aggirare la censura, Gogol ambienta la sua storia in una piccola cittadina sperduta, senza nome.
“Questo nuovo allestimento – sottolinea il regista Leo Muscato – prende spunto proprio da questo isolamento, da questo essere in un altrove, lontano dai confini dell’impero, e forse da tutto il resto del mondo. Con lo scenografo Andrea Belli, si è immaginato un luogo straniante, metafisico: un piccolo villaggio, freddo, innevato, glaciale, con case cristallizzate dal ghiaccio e una parete girevole per evocare spazi diversi. È un mondo in cui vige la povertà, l’ignoranza e l’apoteosi del provincialismo. Tutti sognano la Capitale, immaginano che lì si possa vivere solo una vita felice e piena di lussi. Ma questa prospettiva è solo una chimera di chi ha un’esperienza di vita molto limitata e vive con molta ingenuità. La comicità nasce dal fatto che i personaggi vivono la truffa, l’arbitrio, la violenza e la sopraffazione come loro sacrosanti diritti. E all’improvviso subiscono una scossa talmente tanto forte che comincia a instillare dentro di loro il dubbio di non avere più alcuna certezza”.
Nello spettacolo – sottolinea ancora il regista – “il testo è presentato in una versione ridotta a un solo tempo. Sul linguaggio abbiamo operato con estrema prudenza, asciugandolo da un eccesso di riferimenti storicizzanti che oggi renderebbero appesantita la sua fruizione. Molti personaggi di contorno sono stato tagliati; quelli rimasti conferiscono alla vicenda una dimensione ancora più corale, arrivando a incarnare delle maschere continuamente in bilico fra il serio e il faceto, fra la tragica situazione in cui credono di essere e la comica situazione in cui realmente si trovano. E noi un pò li compatiamo e un pò ridiamo di loro, perché, come scriveva Rabelais,“meglio è di risa che di pianto scrivere, che rider soprattutto è cosa umana”.
L’ironia sottesa in tutto il testo è contrappuntata dalle musiche originali di Andrea Chenna, che evocano un tempo che non c’è più. Questi i Personaggi e attori, in scena al Quirino:
PODESTÀ Rocco Papaleo, CHLESTAKOV Daniele Marmi, OSIP Giulio Baraldi, MOGLIE Marta Dalla Via, FIGLIA Letizia Bravi, GIUDICE Marco Gobetti, SOVRINTENDENTE OPERE PIE Gennaro Di Biase, DOBČINSKIJ Michele Schiano di Cola, BOBČINSKIJ Michele Cipriani, DIRETTORE SCOLASTICO Marco Vergani, SOVRINTENDENTE OPERE PIE Gennaro Di Biase, UFFICIALE POSTALE Marco Brinzi, DOTTORESSA, VEDOVA, CAMERIERA Elena AimoneATTENDENTE, MERCANTESalvatore Cutrì
MUSICHE originale Andrea Chenna, SCENE Andrea Belli, COSTUMI Margherita Baldoni,LUCI Alessandro Verazzi, COREOGRAFIA Nicole Kehrberger
All’Opera di Roma, il ballerino coreografo Mauro Bigonzetti ripensa Rossini con uno splendido viaggio coreografico – da Cenerentola alla Gazza ladra, passand,o per Otello e i Péchés de vieillesse – accompagnato dall’Orchestra del Teatro e dalle voci soliste di “Fabbrica” Young Artist Program.
Bigonzetti si lascia ispirare dalla musica di Rossini per raccontare la propria visione del grande compositore, prevalentemente in chiave briosa ed ironica.
“Il pubblico – spiega – si deve aspettare uno spettacolo rossiniano dal punto di vista della messa in scena e della concezione. Quando dico rossiniano intendo pieno di brio e ironia, pieno di ritmo e di goliardia, ma anche di dramma. È un balletto fatto di sensazioni, di emozioni, anche di ricordi di gioventù, di leggerezza”.
Rossini & Rossini è quindi una creazione astratta, libera da qualsiasi gabbia drammaturgica.
Bigonzetti ha pensato lo spettacolo per le étoiles Alessandra Amato, Rebecca Bianchi, Susanna Salvi e Alessio Rezza, per i primi ballerini Claudio Cocino e Michele Satriano e per tutto il corpo di ballo. Le musiche di Gioachino Rossini e Benjamin Britten sono affidate a Fayçal Karoui che dirige l’Orchestra del Teatro dell’Opera e i cantanti di “Fabbrica” Young Artist Program, interpreti delle arie da Otello, La
Cenerentola e dalle Soirées Musicales. Anna Biagiotti firma i costumi di questo nuovo allestimento, Carlo Cerri le scene, le luci e, con OOOPStudio, i video.