Il nuovo numero di Calibano (rivista dell’Opera di Roma) è dedicato al proibito.

marzo 6, 2024

In occasione della messa in scena della Salome di Richard Strauss (regia di Barrie)esce un nuovo numero di “Calibano” – la rivista di attualità culturale del Teatro dell’Opera di Roma edita da effequ – dedicato alla figura biblica di Salomè (seducente principessa di Giudea, e e nota femme fatale) al tema del proibito. Come sempre, una selezione di saggi tratti da “Calibano” è disponibile gratuitamente (sia in italiano sia in inglese) sul sito del teatro, a questo link. Il volume – diretto da Paolo Cairoli, e illustrato daEmilia Trevisani (attraverso software di intelligenza artificiale) – sarà in vendita allo shop del Teatro già dal 7 marzo, nelle librerie e sul sito di effequ dal 21 marzo 2024 .

Ad aprire il volume un contributo di Dominic Pettman su erotismo, libido e sessualità al tempo di internet, degli smartphone e dei social.  Segue Andrea Peghinelli con un saggio su Oscar Wilde. Emanuele Senici fa un’analisi sulla rappresentazione dell’eros nell’opera. Chiara Adorisio si sofferma sui movimenti eretici nella storia delle religioni, Vera Gheno racconta di parole proibite. Rossano Baronciani riflette sulla sensibilizzazione storica dell’immagine fotografica in rapporto alla morte. Claudio Strinatisi sofferma su scandalo e  censura nell’arte.  Gli aspetti del conturbante e della trasgressione legata al corpo vengono affrontati -in un articolo su moda e tabù – da Fabiana Giacomotti e, ancora, in quello di Alberto Piccinini sugli scandali del nudo nel cinema italiano – da Anita Ekberg ad Aiché Nana – degli anni Cinquanta; fino ad arrivare a un saggio di Sergio Trombetta sull’esclusione dei corpi non conformi dalla danza.

Come sempre, su “Calibano” trovano spazio anche un racconto inedito – questa volta a firma di Carmen Barbieri – e una rubrica musicologica sul proibito nell’opera a cura di Giuliano Danieli.

UE etica delle imprese e catene di fornitura: a che punto siamo?

marzo 6, 2024

Ue etica delle imprese e catene di fornitura: a che punto siamo? Su questa problematica mi sono soffermata nella conversazione con Alessandro Mauriello- pubblicata da Euroeconomie – qui di seguito leggibile:

https://www.euroeconomie.it/it/blog-detail/post/224395/direttiva-crsd-la-necessit-di-insistere-per-un-sistema-produttivo-ue-allineato-ai-modelli-virtuosi-di-sviluppo-sostenibile?fbclid=IwAR35hkgS5cAsf3U9Jqz85FLiX34zoEVOj_XqUz238UWsRmSHaL66ghWXPLQ

Buona lettura!

Giu’la maschera (primo marzo 2024) al Teatro Verdi Di Salerno: dialogo con gli attori di Magnifica presenza

marzo 2, 2024

Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.

Primo marzo 2024: nel corso del consueto appuntamento post-spettacolo – Giù la maschera – al Teatro Verdi di Salerno  gli attori di “Magnifica Presenza” hanno incontrato stampa e pubblico e, parlato delle loro interpretazioni (e personaggi). Sulla scena – ha sottolineato Il giovane protagonista Federico Cesari – “lui è un personaggio non risolto. Il contatto con la solitudine degli attori spettri lo aiuta a risolversi”. “Interpretando la cugina – ha precisato Tosca D’aquino – lei ha interpretato una donna completamente pazza – e sopra le righe –  ruolo molto diverso da come lei è nella vita reale”.

” Magnifica Presenza”  è uno spettacolo teatrale, adattamento della precedente (versione e) pellicola cinematografica.

Si è – quindi – davanti a due linguaggi diversi.   Nel loro spettacolo – hanno sottolineato gli attori – sono cambiate molte cose rispetto al film.  Gli spettri sono diversi e di numero inferiore (5 e non 8). Ed è diverso il rapporto tra spettri e protagonista. Restano invece costanti i temi da sempre privilegiati dall’autore regista: quali la complessità delle relazioni e delle identità, l’inclusività…   

 Alla domanda di Peppe Iannicelli su cosa significa fare uno spettacolo in cui gli attori non si confrontano con un classico ma con la contemporaneità dell’autore – che in questo caso è anche il regista (Ozpetek) – gli attori hanno risposto che è stato bello e molto interessante seguire la “visione” dell’autore.   A conclusione, Serra Yilmaz (da sempre presente nella cinematografia e adesso negli adattamenti teatrali di Ozpetek) si è soffermata su Istanbul, sua città natale che – ad ogni ritorno –  ritrova diversa da come era, e soprattutto sempre più cementificata!  

Per saperne di più, si rinvia a: https://appuntamentieuropei.wordpress.com/2024/02/24/magnifica-presenza-al-teatro-verdi-di-salerno-29-febbraio-2-marzo-2024/

https://www.facebook.com/share/p/WztcpxSBAawq8yqy

Salome di Strauss al Teatro dell’Opera di Roma (7-16 marzo 2024)

febbraio 28, 2024

Ispirato dalla tragedia di Oscar Wilde – in cui convergono sensualità e ascetismo religioso – Richard Strauss compone questo dramma in un unico atto nel 1905, elaborando lui stesso il libretto sulla base della traduzione tedesca di Hedwig Lachmann.  Il compositore estremizza il conflitto tra Salome e Jochanaan (la principessa chiede la testa del profeta al suo patrigno Erode perché il suo amore è rimasto insoddisfatto) arricchendo il linguaggio con un’intensità inedita.

Barrie Kosky, uno dei più innovativi registi della scena contemporanea –  in un allestimento già apprezzato a Francoforte nel 2020 – all’Opera di Roma propone il capolavoro di Richard Strauss, Salome tratto da Oscar Wilde, purificandolo dai suoi tratti esotici e biblici. «In questo allestimento tutto l’intreccio viene mostrato dalla prospettiva di Salome, non c’è spazio per un angolo visuale maschile – precisa Kosky – Noi la concepiamo come una donna indipendente. La sua è una figura complessa e non del tutto definita. È una vergine, ma potrebbe avere tanto 15 quanto 50 anni. Per noi è chiaro che si tratta dell’unico personaggio in scena che dice sempre la verità. La sua radicalità e la sua provocazione nascono proprio dal fatto che dice esattamente ciò che vuole, pensa e sente, senza mai mentire. Ai miei occhi non è un personaggio mostruoso, ma affascinante. E questo si rispecchia nella musica, che è musica d’amore, la più bella musica d’amore possibile».

Sul podio sale uno degli interpreti straussiani più riconosciuti: Marc Albrecht.

Nel ruolo della protagonista sale per la prima volta sul palco dell’Opera di Roma il soprano americano Lise Lindström . il profeta Jochanaan è  il basso-baritono Nicholas Brownlee, A interpretare Erode è il tenore John Daszak  Il mezzosoprano Katarina Dalayman è invece Erodiade. Narraboth è interpretato da Joel Prieto, mentre i cinque giudei sono Michael J. Scott, Christopher Lemmings, Marcello Nardis, Eduardo Niave– dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program dell’Opera di Roma – ed Edwin Kaye. I due nazareni sono Nicola Straniero – anche lui di “Fabbrica” Young Artist Program – e Zachary Altman, che interpreta anche uno dei due soldati insieme a Edwin Kaye. Completano il cast Karina Kherunts (Un paggio di Erodiade), Alessandro Guerzoni e Daniele Massimi che si alternano nel ruolo dell’uomo di Cappadocia e Giuseppe Ruggiero (Uno schiavo).

Scene e costumi sono a firma di Katrin Lea Tag, mentre le luci sono di Joachim Klein.

https://www.facebook.com/share/BHhFF3xKGmLx7SAq

UE: catene di fornitura e etica delle imprese

febbraio 27, 2024

Italia e Germania hanno bloccato un accordo sulla proposta di Direttiva UE in materia. Non c’e’ da esultare. Ci sarebbe/c’e’ invece da lavorare per portare anche i paesi del Sud globale, dei BRICS, ecc. sulla buona strada del rispetto dei diritti umani – del diritto del lavoro – e dell’ambiente. Stesse regole multilaterali per tutti, e il loro rispetto, sono (sarebbero?) necessarie ed utili, per un mondo migliore, che alle guerre preferisca una sana e civile convivenza basata su una concorrenza leale, su un commercio libero ma anche equo, sul rispetto reciproco -e degli altri – e non su soprusi di ogni tipo. Come ho già sottolineato nei miei libri ( e in quello del 2021) l’economia non è solo un luogo di di scambi commerciali E’ anche il luogo della produzione. ragion per cui conta anche il come si produce.

https://www.facebook.com/share/p/gaYanmnDUtp74JzF

Agenda geopolitica n. 32 febbraio 2024

febbraio 26, 2024

In questo numero – a partire dalla presentazione del libro di Marco Buti, di un successivo Manifesto firmato da eminenti personalità, e da un evento organizzato da Europolitiche e dalla Fondazione Buozzi (cui ho partecipato come relatrice) – pongo alcuni quesiti sul futuro dell’Unione europea, che, in vista delle prossime elezioni politiche europee (giugno 2024) con cui si eleggerà il nuovo Parlamento europeo, mi piacerebbe vedere dibattuti anche nel dibattito politico.

Chi propone cosa? E perché?

Magnifica Presenza al Teatro Verdi di Salerno (29 febbraio-2 marzo 2024)

febbraio 24, 2024

Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.

Dopo il successo di Mine vaganti, Ferzan Ozpetek torna in teatro con un nuovo adattamento scenico di un suo successo cinematografico – Magnifica presenza del 2012 – commedia la cui trama oscilla tra l’onirico e il reale.

Federico Cesari (che ha debuttato giovanissimo ne I Cesaroni ed è conosciuto soprattutto per le serie Netflix Tutto chiede salvezza e Skam) intepreta il protagonista: Pietro. un ragazzo originario dei Castelli Romani, che si trasferisce nella capitale per recitare.  

 Nella  casa della cugina – che lo ospita – conviverà con dei teatranti-spettri (che vengono dal passato e con i quali instaura un confidenziale rapporto di amicizia) che vede solo lui…

Storia di una capinera al Teatro Quirino di Roma (20 febbraio-3 marzo 2024)

febbraio 18, 2024

Bel testo, eccellenti interpretazioni – con lo strepitoso Enrico Guarnieri e la brava Nadia De Luca – belle scenografie: uno spettacolo da vedere Storia di una capinera in scena al Quirino di Roma!

“E’ sul drammatico rapporto padre figlia – sottolinea Guglielmo Ferro, regista dello spettacolo in scena al Quirino di Roma – sui loro dubbi e tormenti che si mette in scena la storia della Capinera del Verga.  La stanza del convento è il centro della scena. Maria non esce da quella prigione, e il padre Giuseppe ne è il carceriere. Entrambi dolorosamente vittime e carnefici.  Ogni evento che deflagra nella mente di Maria, ogni personaggio altro che scardina il viaggio del noviziato di Maria, sono gli elementi drammaturgici per sviscerare il dramma interiore di un padre che finisce per uccidere la figlia.   È il racconto di legami infelici, di dinamiche familiari per noi oggi impossibili da immaginare ma che Verga racconta con l’inesorabilità di una condanna. Non c’è redenzione per Maria, non c’è redenzione per il padre Giuseppe, e nemmeno per noi. Perché la redenzione non appartiene alla Sicilia di Giovanni Verga”.

Ma qual è la trama di “Storia di un capinera” celebre romanzo epistolare di Verga?

La sua protagonista è Maria, una diciannovenne rimasta orfana di madre in tenera età e rinchiusa all’età di sette anni in un convento di Catania, costretta a diventare monaca di clausura per indigenza economica famigliare.

 A causa dell’epidemia di colera del 1854, Maria ha l’occasione di trasferirsi nella casetta del padre a Monte Ilicedo, dove vivono padre, matrigna, la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. A Monte Ilice incomincia un lungo scambio epistolare con Marianna, anche lei educanda del convento, nonché sua migliore amica e confidente, come lei tornata a casa dai genitori a causa del colera.  Allo straordinario senso di libertà – fino ad allora sconosciuto – si aggiunge la felicità di vivere in mezzo a quell’amore che solo una famiglia può dare (anche se il suo bisogno di essere amata le fa scambiare per sincero affetto sia l’atteggiamento severo della matrigna – che la tratta non al pari dei suoi figli naturali, ma piuttosto come un’ospite sgradita – che quello freddo e distaccato della sorellastra Giuditta). Maria vorrebbe quindi “esser soltanto come tutti gli altri, nulla di più, e godere codeste benedizioni che il Signore ha date a tutti: l’aria, la luce, la libertà!». Invidia, perciò, l’amica Marianna per la sua decisione di non fare più rientro in convento.

A poca distanza dalla casa di Maria, abita la famiglia Valentini. Tra Nino e Maria nasce un amore. Nino la invita a lasciare il convento. La matrigna ribadisce la necessità di diventare suora e le proibisce qualunque contatto esterno, soprattutto con Nino. Maria si ammala. Cessato l’allarme dell’epidemia la famiglia Valentini decide di fare ritorno a Catania. La notte precedente la partenza, la giovane educanda, non ancora del tutto guarita, acconsente al rientro con la morte nel cuore. L’isolamento del luogo conventuale non fa che acuire la sua sofferenza. Punendosi Maria digiuna e mortifica la propria carne per giungere ad uno sfinimento del corpo e dello spirito.  Gli esercizi spirituali si intensificano ancor più quando riceve la terribile notizia del matrimonio tra Nino e la sorellastra Giuditta.

Il 6 aprile 1856, Maria prende finalmente i voti.  Alla cerimonia (che lei paragona ad un funerale) assistono tutti i suoi famigliari, compreso un pallido Nino che la guarda «cogli occhi spalancati».  

L’essere diventata suora non l’aiuta. Più cerca di reprimere i suoi sentimenti, più questi la tormentano, Una mattina sale sul belvedere del convento e scopre che da lì può vedere la casa di Nino e Giuditta. Il bisogno di vedere Nino le fa tentare di fuggire dal convento, ma viene trattenuta  dalle converse. Mentre  si dibatte è trascinata all’interno della cella di suor Agata, la suora pazza, ma a quel punto sviene. Viene portata quindi in infermeria dove, dopo tre giorni, muore.  Il libro si chiude con la lettera che suor Filomena, la suora laica, scrive a Marianna e con la quale le fa pervenire – dietro espresso desiderio di Maria – gli effetti personali della defunta, ivi incluso  alcuni petali di rosa, di quella stessa rosa che Nino le aveva appoggiato sul davanzale la notte prima della partenza da Monte Ilice, e che furono trovate sopra le labbra senza vita di Maria.

Monnet aveva ragione? Costruire l’Europa in crisi -Presentazione del libro di Marco Buti e di un recente Manifesto firmato da eminenti personalità

febbraio 17, 2024

In vista elle elezioni politiche europee del giugno 2024, è ora di parlare di Europa. Altrimenti le prossime elezioni – di europeo – avranno solo il nome. Ci sarà da decidere se procedere verso la creazione di una vera Federazione europea o se optare per sterili sovranismi. La presentazione del libro di Marco Buti Monnet aveva ragione? Costruire l’Europa in crisi , e del Manifesto L’Unione europea al tempo della nuova guerra fredda pubblicato nell’ottobre 2023 da Il sole 24 ore – organizzata da Euroeconomie e dalla Fondazione Buozzi – è stata occasione di un buon e bel dibattito, tranne i miei iniziali problemi di collegamento…. poi superati, di cui mi scuso.

A. Nel suo libro, Buti critica la risposta data alla grande crisi finanziaria del 2028-2019 e la successiva crisi dei debiti sovrani. E considera nettamente migliore il modello SURE-NGEU ecc. adottato in risposta al Covid, con cui sono stati superati molti tabù: dall’austerità a tutti i costi a un debito comune garantito dal bilancio dell’Unione. Sostiene che le politiche europee devono soddisfare il “Test di compatibilità di Jean Monnet” ovvero ottemperare con scelte coerenti sul piano economico istituzionale e politico. Ne emerge una nuova bussola che aiuta a comprendere le strategie di politica economica dell’Unione e delinea nell’offerta di beni pubblici europei la chiave di volta per favorire la doppia transizione verde e digitale, combattere i rischio di stagflazione e aumentare il peso dell’Europa nella governance mondiale”. In una situazione di incertezza sistemica endemica – a suo avviso – i vincitori del nord (i paesi del nord durante la crisi finanziaria) non sono i vincitori, né di oggi né di domani. Questo dovrebbe permettere di avere un approccio assicurativo. Quando c’è tanta incertezza, ci si assicura mutualmente. Oggi ne beneficio io domani tu. Non è la solidarietà unilaterale (che la Germania aborre) intesa come flussi costanti del nord verso il sud, ma ci si -mutualmente – assicura. E il tema dei beni pubblici europei è il modo per assicurarsi mutualmente, e allungare l’orizzonte temporale.  In questo mondo, non ci sono altri modi per guardare al futuro: la risposta europea (a livello europeo) è la dimensione giusta.  Il nazionalismo è contro l’interesse nazionale.

 B. Il punto cruciale, anche poi del Manifesto L’unione europea al tempo della nuova “guerra fredda dell’ottobre2023 (di cui Buti è il principale autore insieme a Marcello Messori, Manifesto firmato da eminenti personalità – quali G. Amato, R. Prodi ,J.C.Juncker, E.Marcegaglia, M.J. Rodrigues, Sylvie Goulard ecc.) uniti solo per grandi linee – è la proposta di “una riforma di fondo del bilancio comunitario, basata sulla creazione di  una capacità fiscale centrale”  o  federale che “avendo carattere permanente o – almeno – ricorrente possa produrre Beni Pubblici Europei nell’ambito delle transizioni verde digitale e sociale” grazie a “credibili flussi di vere Risorse proprie” (nuove tasse) dell’Unione europea. E’ necessaria una nuova sintesi per un rinnovato contratto politico, sottolinea il Manifesto, che propone un federalismo graduale e progressivo che dovrebbe includere 7 elementi (capacità fiscale centrale, nuove regole fiscali per una convergenza economica e sociale, mercati finanziari europei integrati e spessi, una politica industriale, una rinnovata politica degli aiuti di stati che miri a non indebolire il mercato unico, una strategia comune per istruzione e formazione, una politica della UE per sicurezza e difesa incardinata nella NATO ma che abbia un’autonomia e visibilità sufficiente per reggere rinnovate tendenze isolazioniste da parte degli USA.

A livello geopolitico, il Manifesto precisa: se (affianco a USA e Cina) vi fosse “un terzo attore globale il sistema internazionale avrebbe un conformazione più stabile”. Auspica uno sforzo per creare le condizioni di un ritorno al multilateralismo, e per riconciliare l’agenda interna dell’UE con la propria agenda internazionale. Auspica una nuova relazione tra,UE e Africa. E – giustamente – non esclude un’Europa a più velocità.

C. Intanto una cosa è certa. Se si vuole andare verso un mondo che, in qualsiasi parte del globo, non dimentichi la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani – e dell’ambiente – serve più Europa. Il tema non è una cessione di sovranità, ma quando utile, la costituzione di una sovranità europea che oggi non c’è. Un approccio federale aggiornato deve declinare la divisibilità della sovranità non il suo trasferimento al solo livello federale. E di fatto – a livello europeo – è già nato un sistema di governo multilivello (perché ci stanno dentro  i livelli europeo e i livelli nazionali). Per anni, dalla fine della guerra fredda tra USA e Russia – e del mondo bipolare – il futuro del sistema internazionale è stato guardato secondo l’alternativa tra il permanere dell’unipolarismo a guida americana e la transizione verso un nuovo multipolarismo. Ma quale multipolarismo? USA Cina UE? E il Sud globale? E i BRICS? Mettere in cantiere anche una riforma dell’architettura finanziara (e del ruolo del dollaro)? Ad oggi, l’UE – regina della regolamentazione (e creatrice di standard che spesso diventano anche internazionali) – per volontà degli Stati membri non ha una politica estera comune (gli europei in quanto tali non sono nel Comitato di sicurezza delle Nazioni Unite) nè una vera difesa comune, né un’industria militare veramente europea che – dual use – contribuisca a sviluppo tecnologico e interconnessioni. E si è – tuttora – alla ricerca di un nuovo Ordine. Mai più di oggi è quindi importante che l’UE rifletta veramente sulla propria autonomia strategica (che di certo non riguarda solo la difesa) anche ( e innanzitutto?) per conservare la propria competitività. Il che significa essere in grado di difendere i propri interessi – e i propri valori – in Europa e nel resto del mondo. E visto che , per la difesa, i 27 spendono tutti insieme più della Cina c’è anche da chiedersi: come spendere meglio? Ciò detto, passo la parola al Video della Fondazione Buozzi sull’evento del 15 febbraio 2024 – organizzato da Euroeconomie e la Fondazione Buozzi – scusandomi dei miei iniziali problemi di collegamento. Non potendo tutto dire in 10-15 minuti – nel mio intervento – mi sono limitata a puntualizzare solo alcuni punti. Il video che segue permette, a chi è interessato, di riascoltare questo buon dibattito.

https://fb.watch/qgVj2-ZjQH

Cyrano de Bergerac e Pinocchio di Collodi a “Giu’la maschera” al Teatro Verdi di Salerno (16 febbraio 2024)

febbraio 17, 2024

Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo,

Il 16 febbraio, nel foyer del Teatro Verdi di Salerno – nel corso del consueto e stimolante incontro “Giù la maschera” – il regista Arturo Cirillo e gli attori di Cyrano de Bergerac hanno parlato del loro spettacolo con pubblico e  stampa.  

L’incontro è stato condotto da Peppe Iannicelli.

L’accento è stato messo innanzitutto sulle contaminazioni riscontrabili nello spettacolo – in scena a Salerno fino al 17 febbraio –  in primis con il Pinocchio di Carlo Collodi. Al di là dell’ovvia presenza di un naso rilevante in Cyrano e in Pinocchio, molti personaggi di questo adattamento – di Arturo Cirillo – si chiamano come i protagonisti del romanzo di Collodi: la fatina, il grillo parlante, la lumachina, gli assassini… E il regista ha anche evidenziato che è stata una frase di Edmond Rostand (autore di Cyrano) –  in cui usa il termine fatina – a metterlo su questa strada.  

A questo punto – come è stato da me precisato in sala – si potrebbe ipotizzare che Rostand nel suo Cyrano (1897) sia stato a sua volta influenzato dal Pinocchio (1881-83) di Collodi. Rostand potrebbe avere incontrato lo scrittore toscano che conosceva bene il francese – e frequentava gli ambienti parigini – e potrebbe averne parlato con lui. Inoltre la storia di amore tra Cyrano e Rossana sembra evocare la storia di amore di Geppetto e la fata che –  nel film di Comencini su Pinocchio – è presente, in un quadro appeso ad una parete,  nella povera casa di Geppetto.

Il regista ha anche sottolineato come lui non abbia voluto fare un Cyrano guascone ma un Cyrano poeta e fondamentalmente insicuro.  Del resto la fragilità caratterizza molti personaggi del suo spettacolo. Solo due volte Cyrano/Cirillo si toglie il naso posticcio perché, solo in quei due momenti, Cyrano si mostra meno insicuro.

La pedana circolare presente sulla scena evoca il Circo. E l’invasione degli attori alla fine dello spettacolo – che non ha intervalli –  quando scendono in mezzo al pubblico vuole evocare il film Otto e mezzo di Federico Fellini.