Archive for marzo 2026

Anna Ferzetti al “Giù la maschera” con People, Places & Things (Teatro Verdi, Salerno 25 -29 marzo 2026)

marzo 28, 2026

Per questo contributo si ringrazia Elena Paruolo.

Il 25 marzo scorso, all’ultimo incontro del 2026 di “Giù la Maschera” – condotto da Peppe Iannicelli – Anna Ferzetti e il suo cast hanno incontrato il pubblico e la stampa per parlare del loro spettacolo “People, Places & Things” in scena a Salerno fino a domenica 29 marzo.

Lo spettacolo – nella traduzione italiana del testo scritto 10 anni fa dal commediografo britannico Duncan MacMillan – è diretto da Pierfrancesco Favino.

Come precisato  dalla stessa Ferzetti, è difficile parlarne prima di averlo visto. In realtà, è difficile parlarne anche dopo averlo visto. È uno spettacolo complesso, che affronta temi complessi, rischiosi, legati alla contemporaneità.  Gli attori presenti all’incontro sono stati molto bravi a parlarne senza fare trapelare alcunché, senza spoilerare niente. L’unica cosa che è venuta fuori è che la protagonista, interpretata da Ferzetti, è una donna, ed è un’attrice. E che si parla di dipendenza. Ognuno di noi ha qualche dipendenza, non solo dall’alcol o dalle droghe, ma dal lavoro, dal denaro, dal sesso, dai social media. Come gli attori anche noi nella vita tendiamo a nasconderci dietro una maschera, a interpretare vari personaggi.

Lo spettacolo – osserva ancora Ferzetti – cambia ogni sera, non è mai lo stesso: tanti attori sulla scena (dieci) più operatori che spostano con rapidità oggetti di scena.  Gli attori interpretano più ruoli, è come se giocassero con una palla che si passano, si scambiano. Raccontano tante vite, tante storie che si intersecano in quello che diventa un lavoro collettivo. Escono dalla loro zona di comfort. Non ci sono giudizi. Non ci sono risposte definitive. C’è comprensione.

 Il teatro vi gioca un ruolo importante. Una suggestione che ne deriva: il teatro come terapia.

HOKUSAI Il GRANDE MAESTRO DELL’ARTE GIAPPONESE (Roma, Palazzo Bonaparte, 27 marzo-29 giugno 2026)

marzo 27, 2026

Con oltre 200 opere provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, la bellissima mostra  ora in corso a Palazzo Bonaparte, dedicata al grande maestro Kastushika Hokusai (1760-1849) ripercorre, in modo suggestivo, l’intero arco creativo ( dalle opere legate alla tradizione a quelle più rivoluzionarie) di questo grande artista, innovativo e dirompente,  scelto per rappresentare l’evento culturale più rilevante del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.

La qualità del segno di Hokusai- capace di costruire lo spazio con pochi tratti e di chiarire la forma nel colore – spiega perché la sua arte abbia oltrepassato i confini del suo tempo e del suo paese, e abbia contribuito, nell’Europa di fine Ottocento, alla nascita del Giapponismo aprendo un dialogo tra Oriente e Occidente. In effetti,   Hokusai è stato e continua a essere l’artista che più di ogni altro ha reso possibile un dialogo profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che ancora oggi continuano a incontrarsi e arricchirsi reciprocamente.  Contribuendo alla nascita di nuove visioni della modernità, le sue  opere  hanno affascinato e ispirato pittori come Monet, Van Gogh e il movimento impressionista , e hanno suggestionato anche musicisti come Claude Debussy.


Alla mostra – passando da una sala all’altra ( dalle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō alla celeberrima La Grande Onda di Kanagawa, dalle Trentasei Vedute del Monte Fuji fino ai sorprendenti Manga, straordinari album di disegni di cultura visiva contemporanea) ci si muove  tra capolavori senza tempo e invenzioni visive straordinarie, che coniugano la sensibilità per la natura (che – con o senza il monte Fuji- spesso fa anche da sfondo) a un’osservazione attenta delle persone e dei loro gesti (mercanti che misurano i tessuti, venditori che offrono pesce fresco, viandanti carichi, donne in varie situazioni ecc.)  come del loro abbigliamento (dalla qualità del dettaglio, all’accordo dei colori, al ritmo dei motivi, alla sapienza con cui un tessuto cade sul corpo o una cintura ne definisce la figura).

Per i giapponesi il Fuji è più di una montagna: è una presenza sacra, un punto di riferimento costante, che orienta lo sguardo e dà proporzione allo spazi0.  Nelle tavole in mostra “ il Fuji si mostra in ore e stagioni diverse, nei suoi “umori” più vari. Attraversa scenari cangianti, mare agitato e quiete, albe limpide, temporali, neve immobile, e cambia con la luce e con l’aria. Hokusai inventa punti di vista sorprendenti: la montagna appare incorniciata da ponti e cancelli, da alberi e banchine, visto oltre tetti, argini, risaie e canali. Ma la serie non è un inno astratto: in primo piano entra la vita dell’Edo quotidiana, fatta di lavoro, traffici, gesti, attese”.

Come ben emerge anche nella stupenda ed emozionante Sala immersiva  (nell’acqua)  della mostra, in cui lo spettatore non contempla da lontano, ma è dentro l’azione, accanto alla centralità della figura umana e di suggestive scene di vita quotidiana, il più delle volte immerse nella natura, nell’opera di Kokusaki  c’è un altro grande protagonista l’acqua.  E non solo nella celebre “Onda”  ( che unisce potenza ed estrema disciplina formale,  e in cui tempesta e quiete non solo si oppongono ma si richiamano, e i contorni in blu –  e non in nero – ammorbidendo i profili  rendono più sensibile il gioco della profondità)  ma  nelle infinite variazioni con cui l’artista la osserva, la studia e la reinventa: in vortici e spruzzi, in superfici silenziose, o in  pura energia visiva (v. anche le cascate).      

Né mancano disegni di ispirazioni letterarie ( Hokusai non si limita a illustrare i testi: li interpreta, e li trasforma in racconto visivo);  i manga (che mostrano come il disegno possa essere insieme esercizio, conoscenza e libertà dell’immaginazione);  e anche aspetti meno noti della personalità di Hokusai, come l’umorismo e la leggerezza (v. Autoritratto come pescatore).  “…Tutto ciò che ho disegnato – scriveva l’artista – prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato… A novant’anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento anni sarò un artista meraviglioso. A centodieci anni tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima. A tutti voi che vivrete a lungo come me, prometto di mantenere la mia parola”.  Queste parole raccontano l’idea che Hokusai aveva di sé stesso e dell’arte: un cammino infinito di studio, osservazione e perfezionamento, in cui l’artista non smette mai di imparare.

La mostra si arricchisce anche dello sguardo – sul Giappone dell’Ottocento – delle bellissime fotografie di Felice Beato (fotografo italiano) che ha introdotto l’Oriente in Europa. E – accanto ai capolavori di Hokusai – presenta un insieme di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi (laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali, kimono, giacche haori e fasce).

PARITA’ DI GENERE

marzo 25, 2026

In sintesi, una mia breve analisi sulla parita’ di genere / e UE in Europolitiche.

https://www.europolitiche.it/it/blog-detail/post/601815/eu-gender-equality-strategy-20262030?fbclid=

La grande magia di De Filippo al teatro Quirino (Roma,24-29 marzo 2026)

marzo 21, 2026

Il testo di Eduardo De Filippo – ora in scena, a Roma, con regia di Gabriele Russo, e con Natalino Balasso e Michele Di Mauro – risale al 1948 e non fu accolto bene ai suoi esordi.   La storia raccontata è quella di un marito credulone vittima di un tradimento coniugale, che non volendo ammettere la realtà si presta alle manovre di un illusionista imbroglione che fa spettacoli di magia. Così arriva a credere che la moglie sia rinchiusa in una scatola magica. Sta a lui decidere se aprirla, e se credere o meno in quella finzione.

La vicenda si concentra sul contrasto tra il mondo reale e quello dell’illusione, sullo scontro tra questi due mondi.  Alla fine, la “grande magia” non è solo quella dei trucchi da palcoscenico, ma la capacità di vedere la realtà con occhi diversi.

Come emerso da un recente incontro con la compagnia: “è un testo enigmatico, difficile, complesso, attuale per i temi affrontati: verità-finzione, autoinganno, svelamento… Un testo affascinante, in qualche modo filosofico, in cui Eduardo si interroga su come uscire da sé stesso, dai suoi cliché, dai suoi confini. Un’opera nera incentrata sulla scrittura, sulla drammaturgia, ma soprattutto sul linguaggio che consente di evadere dal senso pratico della vita. La scenografia è minimalista, il potere ce l’hanno le parole. Non è un testo sul teatro, è teatro. Il teatro è artificio e l’artificio è la sostanza dello spettacolo. Per scelta del regista gli attori hanno origini geografiche diverse, anche napoletane. In questo modo il regista riporta Eduardo in una collocazione nazionale e cosmopolita” (Elena Paruolo).

“Fra tutti i testi di Eduardo che posso dire di conoscere a fondo – sottolinea il regista Gabriele Russo – ritengo e sento che La Grande Magia sia quello più necessario oggi per i temi che affronta, per le relazioni che propone, perché è una commedia squilibrata, meno lineare e matematica delle altre, sospesa e caotica come il tempo in cui viviamo. … Ne consegue un continuo cortocircuito che confonde il piano dell’illusione con quello della realtà, destabilizzando i personaggi stessi e gli spettatori. Smarriti i personaggi, smarriti gli spettatori, smarriti gli uomini e le donne di oggi, smarriti nelle relazioni, smarriti nel continuo fondersi del vero e del falso. Cosa è vero? Cosa è falso?”. 

La Grande magia di De Filippo a Giù la Maschera (Salerno, 20 marzo 2026)

marzo 21, 2026

Per questo suo contributo si ringrazia Elena Paruolo.

Si è svolto oggi, 20/3/26, “Giù la Maschera”, l’incontro tra il pubblico e gli attori Natalino Balasso, Michele di Mauro, e tutta la Compagnia che ha portato a Salerno lo spettacolo “La grande magia” di Eduardo De Filippo, con regia di Gabriele Russo.

La storia raccontata è quella di un marito credulone, vittima di un tradimento coniugale, che non vuole ammettere la realtà e si presta alle manovre di un illusionista imbroglione che fa spettacoli di magia. Arriva a credere che la moglie sia rinchiusa in una scatola magica e che sta a lui decidere se aprirla, se credere o meno in quella finzione.   La vicenda si concentra sul contrasto tra il mondo reale e quello dell’illusione, sullo scontro tra questi due mondi. Gli inganni diventano metafore dei compromessi, delle illusioni e delle paure che tutti hanno nella vita.

 Alla fine, la “grande magia” non è solo quella dei trucchi da palcoscenico, ma la capacità di vedere la realtà con occhi diversi.

Il testo di Eduardo De Filippo risale al 1948 e non fu accolto bene ai suoi esordi. Come è stato evidenziato durante l’incontro, è un testo enigmatico, difficile, complesso, attuale per i temi affrontati: verità-finzione, autoinganno, svelamento…  Un testo affascinante, in qualche modo filosofico, in cui Eduardo si interroga su come uscire da sé stesso, dai suoi cliché, dai suoi confini.  Un’opera nera incentrata sulla scrittura, sulla drammaturgia, ma soprattutto sul linguaggio che consente di evadere dal senso pratico della vita.

La scenografia è minimalista, il potere ce l’hanno le parole. Non è un testo sul teatro, è teatro. Il teatro è artificio e l’artificio è la sostanza dello spettacolo. Per scelta del regista gli attori hanno origini geografiche diverse, e anche napoletane. Accanto a qualche frase in dialetto si sentono varie intonazioni. In questo modo il regista riporta Eduardo in una collocazione nazionale e cosmopolita.

 Uno spettacolo “La grande magia” che con le sue 128 repliche ha avuto grande successo.

Roma: il Teatro dell’Opera di Roma torna nelle chiese della città con 8 Concerti di Pasqua (gratuiti)

marzo 19, 2026

Otto appuntamenti gratuiti dedicati alla grande tradizione della musica sacra, con protagonisti il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, diretto da Ciro Visco, e la Scuola di Canto Corale, guidata da Alberto de Sanctis e Isabella Giorcelli.

«Con i Concerti di Pasqua – sottolinea il sovrintendenteFrancesco Giambrone – vogliamo rinnovare il legame tra il nostro Teatro e la città. Portare programmi di musica sacra nei luoghi della spiritualità del territorio (con il prezioso contributo dell’Assessorato ai Grandi Eventi) significa coinvolgere il pubblico in un momento collettivo in cui la musica diventa linguaggio comune, occasione di incontro e strumento di diffusione della bellezza nel tessuto urbano della città.»

«. Ringrazio – sottolinea Alessandro Onorato, Assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale il Teatro dell’Opera e l’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio per il grande lavoro che stanno facendo per rendere un’eccellenza italiana come l’Opera alla portata di tutti. Questi appuntamenti sono in linea con la Roma che vogliamo: una città dove gli eventi e la cultura siano dei diritti di tutti, indipendentemente dalle possibilità sociali ed economiche, soprattutto in un momento storico difficile come questo.»

Due i programmi, uno affidato al Coro e l’altro alla Scuola di Canto Corale dell’Opera di Roma, pensati per rinnovare il dialogo col pubblico della Capitale.

Per quattro serate dal 20 al 27 marzo il Coro del Teatro dell’Opera diretto dal MaestrCiro Visco dà  voce a il Requiem di Gabriel Fauré, con i soprani Constanza Antunica (20, 25 marzo) e Marika Spadafino (21, 27 marzo), i baritoni Marco Severin (20, 25 marzo) e Andrea Jin Chen (21, 27 marzo). Al pianoforte Alessia Capoccia. 

Quattro le chiese ospitanti: il 20 marzo alle ore 19.00 la Chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio (Tuscolano), il 21 marzo alle ore 19.30 la Chiesa di San Giovanni Battista de Rossi (Appio-Latino), il 25 marzo alle ore 19.00 la Chiesa Santa Maria Regina Pacis (Lido di Ostia) e il 27 marzo alle ore 16.00 la Chiesa dei Santi Aquila e Priscilla (Portuense).

Gli allievi della Scuola di Canto Corale, sotto la guida dei Maestri Alberto de Sanctis e Isabella Giorcelli e accompagnati al pianoforte da Zenoviia-Anna Danchak, propone un programma che attraversa quattro secoli di musica sacra, interpretando Salve Regina di Giovanni Pierluigi da Palestrina, Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, Missa sub titulo Sancti Leopoldi MH 837 di Johann Michael Haydn e Tre Cori Religiosi di Gioachino Rossini (La FedeLa SperanzaLa Carità). I brani risuoneranno nelle chiese di Santa Maria Madre della Misericordia (Prenestino-Labicano, 19 marzo ore 19.00), di Sant’Ambrogio (Aurelio, 22 marzo ore 19.30), di San Romano Martire (Pietralata, 26 marzo ore 19.30) e di San Giovanni della Croce (Colle Salario, 28 marzo ore 19.30)

MARIO SCHIFANO E MARCO TIRELLI: 2 IMPORTANTI MOSTRE Al  PALAZZO ESPOSIZIONI (Roma, 17 marzo-12 luglio 2026)

marzo 17, 2026

  Con la retrospettiva dedicata a MARIO SCHIFANO, curata da Daniela Lancioni – al Palazzo delle esposizioni sono ora visibili oltre 100 sue opere, tra le più rappresentative, provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed estere, tra cui in nucleo dalla collezione d’arte di Intesa Sanpaolo.

 “Si va dalle opere degli esordi degli anni ’50, informali e materiche, ai primi monocromi del 1960, dalla stagione inaugurata con la mostra Tutto nel 1963 alla galleria Odyssia di Roma alle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dallafigure della storia dell’arte (dai Futuristi e Malevic), dai Paesaggi TV al cinema fino ai dipinti fuori misura degli anni ’80 e ai lavori degli anni ’90, particolarmente sensibili alle emergenze sociali”.  

Dove possibile i lavori sono accostati secondo la consuetudine dell’artista di dipingere per gruppi omogenei. E’  il caso, ad esempio, della colorata camera da pranzo del 1968, dipinta dall’artista per una casa romana.

Animato da un costante desiderio di rigenerare la pittura attraverso modi inesplorati di guardare e pensare,  Schifano ha usato linguaggi diversi ( la pittura la fotografia e il cinema) qui tutti presenti.   

La Mostra è stata promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo Prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia – Main Partner ENI – Con il supporto della Fondazione Silvano Toti

ANNI LUCE: la mostra personale dedicata a MARCO TIRELLI – curata da Mario Codognato – presenta un nucleo di opere inedite, appositamente realizzate per gli spazi di Palazzo Esposizioni. Le sale diventano “un “teatro della memoria” – un atlante visivo che ricompone l’universo poetico di Tirelli – in un dialogo costante tra luce e oscurità, dove l’ombra diventa soglia tra visibile e non visto”.

 “E’ proprio la luce (intesa come principio generatore e strumento di rivelazione) a creare lo spazio, a dare forma all’informe e consistenza al pensiero”.  L’artista – con le 41 grandi opere esposte  – “trasforma l’esperienza percettiva in un viaggio interiore, un intinerario nella memoria collettiva e nella sostanza stessa della visione”.

La Mostra è stata promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, Prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo, con il supporto della Fondazione Silvano Toti

Un saluto a Jurgen Habermas

marzo 15, 2026

Si è spento il grande filosofo tedesco Jurgen Habermas – erede della seconda generazione della Scuola di Francoforte – che credeva nel progetto federale europeo come unico rimedio all’ascesa dei nazionalismi. Tra i suoi libri più noti, si ricordano: “La conoscenza e gli interessi umani” e “La teoria dell’azione comunicativa”.

Il Pe rinvierà il voto sull’accordo Usa-Ue sui dazi?

marzo 15, 2026

 Il voto rimane programmato per la fine del marzo 2026. Ma la decisione deve essere confermata dai coordinatori della commissione Commercio internazionale.

“Sapevamo che sarebbero arrivate le indagini della Sezione 301 degli Stati Uniti. Tuttavia, l’incertezza rimane. Non c’è ancora un chiaro impegno da parte del governo degli Stati Uniti a rispettare gli impegni di Turnberry”, ha precisato il presidente commissione Commercio, Bernd Lange. “Chi può garantire che il risultato finale non significherà dazi ancora più alti per l’Ue?”

Il Parlamento chiede anche “passi concreti” per portare i dazi sui derivati dell’acciaio (macchinari, tecnologie agricole e diversi prodotti industriali) dal 50 al 15 per cento.

Serena Rossi al Teatro Verdi di Salerno: una vera esplosione di voce e sentimenti

marzo 13, 2026

Per questo contributo si ringrazia Elena Paruolo

Nella sua “Serenata a Napoli” – un atto d’amore nei confronti della sua città, che si svolge lungo tutta una nottata – Serena Rossi canta e racconta Napoli, una “terra di tornanti”, come la definiva Anna Maria Ortese, da cui la gente va via ma poi desidera sempre ritornare.

I napoletani conoscono bene lo “struggimento”. Sono per i sentimenti esagerati.

La parola amore ha due emme, è “ammore”, perché tutto per loro si raddoppia, si allarga. La terra a Napoli trema, ribolle, come il sangue nelle vene dei napoletani, perché, c’è il Vesuvio. E le canzoni – le bellissime canzoni della tradizione partenopea – esprimono il modo di essere e di sentire dei napoletani, sia quando vogliono cantare le feste, come la festa di Piedigrotta, sia quando danno espressione alla “bambolella” di cui parla Raffaele Viviani.

Per loro, la tragedia si veste a festa e la commedia si tinge di amaro.  Così la canzone “Dove sta Zazà”, apparentemente allegra – “era la festa di San Gennaro, c’era la banda di Pignataro, centinaia di bancarelle di torrone e di nocelle che facevano ‘ncantà” – racconta invece una tragedia.  È la storia di due innamorati: uno – Zazà – all’improvviso scompare e non torna più.  “Comm’aggi a fa pe’ te truvà?! I’ senza te, nun pòzzo stà!”.   Questa canzone, ricorda Serena Rossi, di solito viene cantata in maniera allegra. Lei sceglie di cantarla in maniera triste anche se la piccola – e molto brava – orchestra che l’accompagna sul palco irrompe spesso, mentre lei canta, e cambia il ritmo.

Serena Rossi canta con passione le canzoni napoletane che raccontano la perdita precoce dell’innocenza nei vicoli bui della città (“guagliune ‘e mala vita”), le 4 giornate di Napoli, la nascita di bambini di colore (“tammurriata nera”), il viaggio dei bambini poveri nel dopoguerra verso il Nord con il treno della felicità (Uocchie c’arraggiunate”).  E poi… classici intramontabili come “Munastero e Santa Chiara”, “Era dde maggio”, Io mammeta e tu”, “Dicintencello vuje”, “Reginella” ….

Una vera esplosione di voce e di sentimenti!

Serena ricorda anche la leggenda di Partenope! La sirena che si innamora di Ulisse, prova a sedurlo, ma lui passa indenne davanti al suo canto, legato all’albero maestro. Allora, per la disperazione, Partenope si uccide gettandosi in mare. Il suo corpo è portato dalle onde fino al golfo di Napoli dove si dissolve, prendendo la forma della città.  

Nessuna donna dovrebbe uccidersi, per un uomo o per altro…: commenta l’artista!