TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
PORCO MONDO festeggia dieci anni. E torna ora in scena, con una nuova produzione (Biancofango, il Gruppo della Creta e Fattore K) e nello spazio scenico già immaginato dieci anni fa.
Un uomo. Una donna vestita da Marilyn. Una coppia. Una stanza. Un mese. Dicembre. Una notte. Quella di Natale. Nulla li soddisfa. Nulla li sazia. Potrebbero chiamarsi in ogni modo. Nessun nome, dunque, e, apparentemente, una casa che potrebbe essere ovunque. Ovunque, in questo porco mondo di periferie. “Chiusi in questa stanza-gabbia-tomba… Lui la segue perché non riuscirebbe a fare nient’altro. La segue perché di questo porco mondo, di questa porca città, è il primo degli abitanti. È accecato da desideri e sensi di colpa che si mischiano a velocità inaudite, scopre, sulla sua pelle, che a volte amare significa divorare. …E, dunque, eccola, la baccante stremata, la bambola rotta, questa carne scempia alla ricerca di carne empia, trascinare quest’uomo giù, sempre più giù. E lui è lì e non è lì. È lì e vorrebbe essere altrove. È lì e pensa ad altro”.
Uno spettacolo inquietante che mostra bene quanto possa essere accecante la sensualità di vite disperate.
Il Gruppo della Creta – dal 2019- ha deciso di prendersi la responsabilità di riqualificare il TeatroBasilica (già Teatro Sala Uno) di Roma, per rispondere alla difficile situazione in cui versa la scena teatrale romana contemporanea. A partire da questo spazio prende vita la ricerca artistica della compagnia.
E – in questo teatro – dal 17 al 20 novembre metterà in scena lo spettacolo Finzioni, tratto dai racconti di Jorge Luis Borges.
BELLO spettacolo! E simpatica ed egregia interpretazione di una riflessione sul senso della vita e della morte, come su felicita’, sogno realta’ e finzione, e questo labirinto – da disegnare – ricco di persone che avremmo potuto essere e che non siamo.
” È indubbio – sottolineano Anton Giulio Calenda e Alessandro Di Murro – Abitiamo l’epoca della complessità. Non possiamo fare affidamento su categorie nette, né su divisioni manichee. Le recenti cronache lo dimostrano, il tolstojano confine tra guerra e pace è oggi quanto mai friabile, tutt’altro che definibile. Nemmeno i quattro elementi cari ai filosofi presocratici vengono più in nostro soccorso. Acqua, aria, terra e fuoco non bastano a descriverci. Occorrerebbe per lo meno prendere in considerazione anche la dimensione extra atmosferica e quella cyber. …. Abbiamo deciso di rinchiuderci nel labirinto di Borges perché riconosciamo a Borges la paternità del concetto di rete espresso in forma letteraria. Poco importa se oggi la Biblioteca di Babele non sia composta da tomi ma da pagine virtuali.Noi, in quanto gruppo di teatranti che deve mettere in scena una rappresentazione, ci siamo voluti smarrire all’interno dei suoi racconti. Intrappolati nel relativismo della veglia, noi abbiamo preferito il relativismo del buio spazio scenico, dove ogni personaggio non è un personaggio. Dove di fronte a una storia si pone un’anti-storia. Cittadini del mondo dominato dal caos nella vita di tutti i giorni, noi di questa cittadinanza contemporanea abbiamo deciso di farne motivo di vanto, erigendola a cifra precipua della nostra generazione. Noi, nell’impossibile tentativo di tradurre in scena l’anima di Borges, ci siamo tra- mutati tutti in anti-eroi borgesiani, alle prese con l’enigma insolubile di descrivere un mondo impossibile da descrivere”
Il crogiuolo in scena al teatro Quirino di Roma è un gran bello spettacolo – di grande qualita’ e senza alcuna sbavatura o tempo morto – che di certo non si dimenticherà nel corso degli anni, che cattura l’attenzione degli spettatori dall’inizio alla fine, e che non lascia indifferenti.
Lo spettacolo – a prescindere da confini di tempo e di spazio – e’ anche una forte, ed efficace, denuncia di ogni forma di manicheismo (e delle sue terribili conseguenze).
Bravissimi tutti nella loro coralità, e nei singoli ruoli.
Filippo Dini – dopo il successo di Così è (se vi pare), Casa di bambola e The Spank – affronta uno dei testi più lucidi e impietosi della drammaturgia americana: “Il crogiuolo” di (The Crucible) di Arthur Miller, debuttato a Broadway il 22 gennaio 1953, che evidenzia come la piccola società di Salem venga condotta alla pazzia attraverso la superstizione, la paranoia e la cattiveria delle persone Ambientato a Salem (Massachusetts) nel 1692, “Il crogiuolo” sfrutta l’evento storico della caccia alle streghe (144 persone furono processate e 19 furono giustiziate mediante impiccagione!) per tracciare un implicito parallelo con il Maccartismo americano degli anni cinquanta (definito anche “caccia alle streghe rosse”). “L’arma della delazione – sottolinea lo stesso Dini – fu il più potente ed efficace strumento adottato dalle autorità statunitensi nella lotta al Comunismo (la stessa arma con la quale fu accusato Arthur Miller dal suo amico Elia Kazan) e con la stessa ferocia e la stessa meschinità, l’arma della delazione sostiene tutto l’impianto narrativo della lotta alle streghe di Salem”. Questa la trama di Miller.
Betty è caduta in uno stato di incoscienza dopo essere stata scoperta dal padre nella foresta ad eseguire riti occulti con la cugina Abigail e alcune amiche. Accusate di essere preda di un maleficio, Abigail (che sedotta e abbandonata scatenerà una spaventosa vendetta) – con Betty improvvisamente risvegliata – accusa di stregoneria alcuni abitanti del paese. Le loro false dichiarazioni scatenano un’ondata di isteria e paura a Salem. Mary Warren confessa che le sue amiche stanno solamente fingendo, ma non vuole fare questa confessione in tribunale, perché teme una ritorsione da parte delle ragazze. In tribunale emerge una logica perversa: chi confessa falsamente la stregoneria e fornisce i nomi degli altri diventa innocente, chi non confessa, perché effettivamente non ha nulla da confessare, rimane colpevole. John Proctor induce Mary Warren a dichiarare la verità, ma alle dichiarazioni della ragazza seguono le puntuali smentite di Abigail. Per una serie di menzogne. Proctor viene poi arrestato. Il reverendo Hale, che ha capito la logica ingiusta delle autorità, cerca di convincere i detenuti a confessare il falso per essere salvati. John Proctor dichiara di avere a che fare con la stregoneria. Ma… per il suo rifiuto di fare altri nomi è condannato a morte.
“Miller – sottolinea Filippo Dini – ci racconta di come l’obbedienza alle regole del vivere comune possa sostenere saldamente le colonne portanti di una comunità e al tempo stesso gettarla con grande velocità nel caos più profondo, e nella follia. (…) Dopo più di due anni di pandemia e l’evolversi delle atrocità in Ucraina, questo testo suona adesso una musica nuova e terribile: noi stessi e la nostra epoca ribolliamo nel crogiuolo dell’orrore e della meschinità”.
Uno spettacolo, brillante, divertente benché basato su problematiche impegnative, e caratterizzato dalla nota ironia di Antonio Grasso, suo autore e direttore.
Siamo nel 1945. In un paesino tra Campania e Basilicata, in un manicomio quasi dismesso, due infermieri convivono con soli 3 pazzi: un cantante rinchiuso dal regime fascista perché troppo vicino ad ambienti comunisti, un uomo taciturno omicida di un gerarca fascista, e un ragazzo abbandonato sin dalla nascita fissato con la pulizia. Tra i cinque, c’è un’armonia – una settimana al mese – turbata dal cinismo del direttore del manicomio. Un giorno, uno dei “pazzi” scopre una cassaforte nel suo ufficio. I Cinque escogitano un piano per aprirla, scappare con il bottino e conquistare una libertà meritata. Ma… intanto arrivano i tedeschi. E non mancano sorprese.
Bravi tutti, in questo vero e proprio inno alla liberta’ , e al rispetto della dignita’ di ogni essere umano.
Al Quirino – con regia di Gabriele Lavia – torna in scena l’intramontabile “Berretto a sonagli”.
Questa la trama del testo pirandelliano. Ciampa, scrivano del cavaliere Fiorica – tradito dalla moglie – tollera la situazione pur di salvare il suo pupo e la faccia. A suo avviso, portiamo tutti sulla fronte tre corde come d’orologio, e cioè, “la seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile”. Invece, Beatrice, moglie del cavaliere, fa esplodere uno scandalo. Ma tutta la famiglia le va contro (la madre, il fratello, la serva) al punto che alla fine si fa ricoverare in manicomio -fingendosi matta – per essersi comportata da pazza / e ricostruire l”ordine da lei rotto.. Ha bollato con un marchio d’infamia tre persone, uno, d’adulterio; un’altra, di sgualdrina; e Ciampa, di becco (tutti oramai sanno che porta il berretto a sonagli, da pagliaccio).
“Il Berretto a Sonagli – sottolinea quindi Gabriele Lavia – è una tragedia della mente. Pirandello mette sulla scena uno di quegli uomini invisibili trattato come se fosse niente, dissolto nel “nulla” del mondo. E sul nostro palcoscenico, “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come fosse abbandonato” e pochi elementi, “come relitti” di un salottino borghese, e “per bene”, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” o di una “famigliaccia per bene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”, di fronte agli altri”.
Ciampa – come se la propria vita fosse, una recita per “gli altri” – ha un mondo suo, ma solo di nascosto. Di giorno – scrive – “Io sono il ‘si dice’”.
” Questo “io” – sottolinea Lavia – è uno, nessuno e centomila. L’unica speranza è difendere l’“io” dall’aggressione degli altri. Ma come? Ciampa usa spranghe alle porte, catenacci, paletti. Ma non ci riesce. È costretto a uscire, a “sporcarsi le mani”, direbbe Sartre”.
Sinceri complimenti a Giorgia Meloni. Cio’ detto, qui di seguito alcuni miei Post su Facebook, che si soffermano sulle nuove Ministre e nuovi Ministri (chi sono?) del governo Meloni; sull’apparizione del “Merito” anche in Italia; e sul futuro della solidarieta’ e cooperazione italo/francese – e del Trattato del Quirinale. Italia e Francia hanno un ruolo pilota da svolgere, anche in Europa.
Il vero protagonista di questo spettacolo è il tempo, e in particolare, l’intervallo fra il Natale e l’Epifania, un tempo straordinario, ma destinato a finire: da qui, la sua spinta ad usarlo al massimo, per realizzare i propri desideri. Il Duca Orsino aspetta che Olivia accolga le sue profferte d’amore. La naufraga Viola (separata da una tempesta dal suo gemello Sebastiano) aspetta il momento in cui potrà liberarsi del suo travestimento, e avere – ridiventando donna – un uomo potente, capace di amarla. Olivia – piuttosto che l’ostinato Orsino – preferisce il vento di novità che le ispira un giovane paggio. Malvolio aspira a sposare Olivia, sua padrona. I due gemelli Viola e Sebastiano aspirano a una nuova organizzazione di sé.
“In omaggio a “quel che volete” del titolo – sottolinea la regista Loredana Scaramella – materiali diversi e contaminati si mescolano accentuando la chiave onirica della commedia che favorisce confusioni e ambiguità di genere in un gioco libero di sentimenti e di azioni. L’onda del mare trova eco nelle musiche e nelle danze che accompagnano il tempo del racconto, scandito in dodici postazioni che ruotano nel corso della storia. Dodici sedie occupano il palco, assieme a poche attrezzerie che definiscono ogni personaggio. Sono gli unici elementi a sostenere gli attori nella messa in scena oltre ai costumi, ai quali è affidato il compito di definire e amplificare il clima e il fascino del luogo: uno spazio della mente, in cui elementi musicali e visivi eterogenei si incontrano in un “paese delle meraviglie”. I contatti fisici sono rarefatti, i movimenti fortemente formalizzati e come nei film di Bollywood le danze e i corteggiamenti avvengono a rispettosa distanza. Dall’alba quieta squarciata dalla tempesta e dal naufragio, il tempo ci conduce in un cammino sempre più accelerato verso una mezzanotte frenetica in cui, come in tutte le favole, la festa finisce, i desideri si avverano -almeno in apparenza- e con le carte cambiate si ricomincia il giro”.
La vita davanti a sé di Romain Gary è la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani. Gary ha saputo anticipare il grosso tema della convivenza tra culture religioni e stili di vita diversi.
Silvio Orlando, autore di riduzione e regia, ci conduce, nel suo spettacolo in scena al Quirino, con leggerezza e ironia.
Commozione e divertimento si inseguono senza sosta.
In un contesto di crisi, in cui i flussi migratori creano paure nuove e antiche, raccontare la storia di Momo’ e Madame Rosa è necessario e utile. Le ultime parole del romanzo di Gary dovrebbero essere uno slogan: BISOGNA VOLER BENE.
Scritto e diretto da Michele Guardì, “Il caso Tandoy” si preannuncia come l’evento teatrale della stagione per l’attualità dei temi trattati, e per l’originalità con cui spazia dal dramma a momenti di inaspettata comica leggerezza. L’intenzione dell’autore è la messa in scena di uno degli errori giudiziari più clamorosi degli anni sessanta, legato all’assassinio di un Commissario ucciso alla vigilia di un suo trasferimento a Roma, per una promozione. L’Autore costantemente in scena – teatralmente – fa uscire i personaggi dalle cronache dei giornali che ha conservato in mansarda. Questi giornali si accaniscono sugli aspetti scandalistici della vicenda, e su maldicenze a sfondo sessuale. Fissato sul delitto passionale – escludendo qualsiasi altra pista e senza una prova – il Procuratore tiene in carcere per mesi il Primario, due presunti esecutori materiali e persino la Vedova. Due anni dopo, la corte di Assise ha poi assolto tutti “per non avere commesso il fatto”.
Quando il giallo sembra chiuso senza un colpevole, un carrettiere malandato si presenta come l’esecutore del delitto. La verità emerge grazie a un bravo Magistrato che non esita a rendere pubblici certi intrighi della vittima con la malavita della provincia.
Il processo si concluderà con dieci ergastoli. Tutti in galera? Nemmeno uno. Quando, a quindici anni dal delitto, la Cassazione conferma la sentenza, i condannati saranno scomparsi, per motivi vari.
E il Primario – reintegrato da innocente nel ruolo di direttore sanitario del manicomio – in chiusura della commedia[WU1] evidenzia una lapide: “QUI NON TUTTI CI SONO E NON TUTTI LO SONO”.
Fedra, moglie di Teseo, è innamorata follemente del figliastro Ippolito (il quale rifiuta l’amore delle donne per dedicarsi alla caccia e alla vita nei boschi) cui (nonostante gli iniziali tentativi della nutrice di dissuaderla) rivela il suo amore. Ippolito, indignato, fugge dalla reggia. Per vendicarsi, Fedra racconta a Teseo – mentendo – che Ippolito ha cercato di abusare di lei. Infuriato, Teseo invoca la maledizione sul figlio che muore in maniera orribile. Quando il cadavere di Ippolito viene riportato alla reggia, Fedra confessa il suo delitto a Teseo e si uccide. Al padre non resta che piangere, e ricomporre i resti di Ippolito.
“Riflettendo e studiando – afferma la regista Elena Sofia Ricci (che “da anni desidera lavorare con Valentina Banci”) – ho sentito, che all’interno di ciascuno di noi, c’è una parte di ogni personaggio, e che forse, in questa nostra era, siamo tutti un pò Ippolito: a pezzi, a brandelli. E così ho pensato che una discarica infernale, uno “sfasciacarrozze di tutti i tempi”, potesse essere il luogo in cui collocare questa Fedra.
“Fedra, Ippolito, Teseo, la Nutrice, il Messaggero, ma anche il coro – l’intero dramma è popolato da “persone” che arrancano tra le macerie della propria esistenza… Le dinamiche, le ossessioni, le patologie, i mostri non solo interiori dei personaggi si svelano attraverso la pièce, nella loro tragica verità.
“E questo è quello che vorrei arrivasse: la forza della “parola” di Seneca – così tragicamente contemporanea”.