TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
— Primo referendum: chiede l’abrogazione della disciplina dei licenziamenti del contratto a tutele crescenti, noto come Jobs Act, cioè quella che consente di non reintegrare un lavoratore licenziato in modo illegittimo se assunto dopo il 2015.
— Secondo referendum: cancella il tetto all’indennità nei licenziamenti senza giusta causa nelle piccole imprese, cioè con meno di 16 dipendenti. Il giudice tornerebbe così ad avere maggiore discrezionalità nello stabilire il valore del risarcimento.
— Terzo referendum: ha per obiettivo l’eliminazione di alcune norme sull’utilizzo dei contratti a termine, si tratta di limitare forme di abuso tornando a vincoli più rigidi per l’utilizzo dei contratti contrastando forme di precarizzazione.
— Quarto referendum: ha per oggetto l’esclusione della responsabilità solidale di committenti, appaltanti e sub-appaltanti negli infortuni sul lavoro. L’obiettivo è eliminare le norme che impediscono di estendere la responsabilità alle imprese appaltanti.
— Quinto referendum: dimezzare da dieci a cinque anni la durata di residenza regolare in Italia necessaria alle persone straniere per ottenere la cittadinanza e trasmetterla ai figli minorenni.
VOTANDO SÌ:
– 2 milioni e mezzo di persone acquisterebbero la cittadinanza;
– 4 milioni di lavoratori assunti dopo il Jobs act riacquisterebbero il diritto al reintegro;
– 4 milioni di lavoratori delle piccole imprese avrebbero più tutele;
– verrebbe circoscritto l’uso del contratto a termine;
– milioni di lavoratrici e lavoratori sarebbero più tutelati sulla sicurezza.
Cinzia Berni torna al Teatro de’ Servi dal 13 al GATTE IN AMORE – Nemiche amiche: spettacolo – tratto da “Due gatte randagie” di Aldo Nicolaj, adattato dalla stessa Berni – con regia di Francesca Nunzi, e Marilena Frasca e David Nenci.
Vera è bionda e cordiale. Rita è bruna e nevrotica. Il ragazzo – bello come un Dio greco – è conteso dalle due donne. Il risultato di una sana gelosia, di un velo di rivalità, di una giusta dose di sesso e di tante risate è GATTE IN AMORE!
Dal 6 maggio all’8 giugno 2025 Palazzo Esposizioni Roma ospita le foto finaliste di World Press Photo Exhibition 2025: importante Concorso internazionale di fotogiornalismo che – ogni anno – premia i migliori fotografi professionisti, contribuendo a costruire la storia del giornalismo visivo mondiale, e testimonianze della storia contemporanea in tutta la sua realta’.
La rassegna – promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e dall’Azienda Speciale Palaexpo – è ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography.
Lo scatto vincitore della World Press Photo 2025 ritrae gli orrori di Gaza – con un bambino (Mahmoud Ajjour) senza braccia perché coinvolto in un’esplosione mentre cercava di fuggire con la sua famiglia da un attacco israeliano a Gaza (marzo 2024): Foto del palestinese Samar Abu Elouf, per il New York Times.
Due foto finaliste riprendono:
migranti cinesi che si riscaldano vicino a un fuoco, dopo aver attraversato il confine tra Messico e Usa – Foto dello statunitense John Moore
e le conseguenze dei cambiamenti climatici in Amazzonia, con un bambino di 9 anni che porta del cibo alla madre nel villaggio di Manacapuru,oggi raggiungibile, non più tramite imbarcazioni, ma solo a piedi lungo il letto secco di un fiume – Foto del messicano Musuk Nolte.
In mostra anche i lavori dell’unica fotografa italiana premiata quest’anno – Cinzia Canneri – che in Africa ha seguito la vita di donne in fuga dal regime repressivo n Eritrea e dal conflitto in Etiopia.
Nella Rassegna 2025, i temi più’ ricorrenti sono questi: guerre e conflitti (a Gaza, in Siria, Libano ecc.) e i loro disumani e orrendi effetti modalità e conseguenze; gli effetti disastrosi (inondazioni, incendi, siccità e trasformazione dei luoghi, ecc.) dei cambiamenti climatici; rivolte (di giovani in Kenya, ecc.) e violenza fra gang; l’Iran che non è un paese per le donne; frodi nelle adozioni internazionali di bambini; condizioni di aborigeni; vita e morte in Paesi senza diritti costituzionali (v. Salvador), ecc.
Qui di seguito, il mio Video della presentazione della mostra, e alcune mie foto.
Testi riscritture e adattamenti di grandi autori stranieri ed italiani, contemporanei e classici (quali William Shakespeare, William Arthur Rose, Luigi Pirandello, Richard Levinson e Wiliiam Link, Carlo Goldoni, Roman Gary, Eduardo Scarpetta, Italo Svevo, Laura Morante, Giovanni Grasso, Tom Topor, Gianni Clementi, Eduardo De Filippo, Niccolò Machiavelli, Emerico Valentinetti) costituiscono il Cartellone della programmazione 2025-2026 del Teatro Quirino di Roma.
Testi messi in scena da grandi registi (quali Davide Sacco, Guglielmo Ferro, Giampaolo Romania, Daniele Salvo, Marcello Cotugno, Giancarlo Marinelli, Silvio Orlando, Leo Muscato, Paolo Valerio, Fabio Marra, Piero Maccarinelli, Valerio Santoro, Fabrizio Coniglio, Roberto Valerio, Pieluigi Iorio, Guglielmo Ferro, Gabriele Russo, Tullio Solenghi) e grandi interpreti.
Una bella – ricca e divertente – programmazione quella 2025-2026 del Teatro Quirino: tutta da seguire, per provare emozioni, per ridere, e anche per riflettere!
Il tutto, sempre – in ottima compagnia: e in un contesto gradevole che emana storia, arte, creatività e impegno.
In passato la frontiera sono stati gli assistenti di intelligenza artificiale (Ai) . Adesso ci sono gli agenti che vanno ad automatizzare certi compiti e processi aziendali – in Team composti dall’elemento umano e da agenti Ai – consentendo l’ accesso a competenze che normalmente non si avrebbero.
Il coordinamento ovviamente viene affidato sempre a una personache svolge il ruolo di coordinatore di tutti gli agenti intelligenti.
Questo approccio, naturalmente, cambia il modo di lavorare. E incide profondamente anche sull’organizzazione interna aziendale, sempre più flessibile e caratterizzata da sinergie.
Il primo maggio 2025 si svolge in un contesto terribile, caratterizzato da possibili guerre commerciali, e da guerre militari in corso – quindi – da quotidiane intollerabili violazioni dei diritti umani e del lavoro, della giustizia sociale, e della dignità umana. Inoltre nazionalismi, e miopi sovranismi nazionali, tendono a sottovalutare il multilateralismo, e una evidenza: per contrastare il dumping (sociale salariale ambientale e fiscale) servono regole e c’è da agire, a livello UE, e a livello internazionale.
Ma, ciò detto, quando è nata la Festa nazionale del lavoro, del primo maggio? E qual è il suo senso?
Quando – e perché – è nata? –
La data della Festa dei lavoratori del 1° maggio, fu stabilita a Parigi nel 1889, prendendo spunto da un episodio avvenuto tre anni prima a Chicago.
In effetti, il 1° maggio del 1886, era stato indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti con il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro: a quell’epoca non erano rari turni anche di 16 ore al giorno, e i casi di morte sul lavoro erano abbastanza frequenti. La protesta andò avanti per tre giorni. Poi – il 4 maggio – ci fu uno scontro tra lavoratori e agenti di polizia. Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Haymarket.
Circa tre anni più tardi (20 luglio 1889) – a Parigi – durante il primo congresso della Seconda Internazionale (l’Organizzazione creata dai partiti socialisti e laburisti europei) fu lanciata l’idea di una grande manifestazione per chiedere alle autorità pubbliche di ridurre a 8 ore la durata della giornata lavorativa. Questa iniziativa divenne un simbolo delle rivendicazioni operaie, di lavoratori che (in quegli anni) lottavano per conquistare diritti e condizioni di lavoro migliori.
Così – varcati i confini francesi – nonostante la risposta repressiva di molti governi, il 1° maggio del 1890, la prima vera manifestazione internazionale registrò un’altissima adesione.
Dal 1947, la Festa del lavoro e dei lavoratori è diventata ufficialmente festa nazionale italiana. E è ora giorno di festa nazionale in molti Paesi: da Cuba alla Turchia, dal Brasile alla Cina e poi Russia, Messico e diversi Paesi dell’Unione europea. Non lo è negli Stati Uniti, il Paese da cui, in un certo senso, tutto è cominciato. Negli Usa la Festa dei lavoratori si celebra il primo lunedì di settembre.
Qual è il suo senso?
Come ben sottolineava anche Papa Francesco – sensibile ai diritti del lavoro (a partire da retribuzioni eque) – se va in crisi il lavoro va in crisi anche la democrazia. Attualmente, la festa del lavoro è quindi occasione di una riflessione ampia e partecipata sulle condizioni sociali, e sui diritti di chi lavora e di chi un lavoro cerca: basti pensare al dibattito sul salario minimo, su istruzione/ formazione, sul precariato, sulla sanità, sull’intelligenza arrificiale e la digitalizzazione, ecc.
Ma, tenendo conto del numero impressionante di morti sul posto di lavoro, anche nel 2025, CGIL CISL UIL hanno posto un accento particolare su proposte in merito alla sicurezza sul posto di lavoro, messa a dura prova da ignoranza e / o non applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro, ma anche dal precariato, e dai nuovi tipi di “lavoro” che vanno affermandosi.
Basti pensare alla cosiddetta CIG economy – la cosiddetta economia dei lavoretti – termine che include crowdwork/lavoro on line e lavoro “on demand tramite app”. E’ un tipo di lavoro facilitato dalle tecnologie digitali, che fa incontrare domanda e offerta, e può anche offrire ulteriori opportunità di lavoro. Ma è anche un tipo di lavoro che implica dei rischi: nuove forme di lavoro invisibile, elusione dei minimi contrattuali e dei salari minimi (dove esistenti), decisione e modifica unilaterale delle condizioni di lavoro e di pagamento, abusi (lavoro forzato e lavoro minorile), discriminazioni (lavoro nero non standard), rating (valutazioni) ecc. ecc. ecc. E che induce – tra l’altro – bassi redditi e debolezza della domanda e dei consumi.
La Festa del lavoro può contribuire a una presa di coscienza dei problemi sul tappeto, e a una loro soluzione.
Il grande regista tedesco Peter Stein, mettendo in scena CRISI DI NERVI di Anton Cechov, torna ad uno dei suoi autori di riferimento.
“Dopo l’insuccesso delle sue prime due opere – precisa il regista – il giovane Cechov giurò di non scrivere mai più per il teatro drammatico e decise di dedicarsi esclusivamente ai vaudeville. Questa circostanza ci ha regalato una serie di atti unici, pieni di sarcasmo, di comicità paradossale, di stravagante assurdità e di folle crudeltà, e che a loro volta sono diventati il terreno fertile per l’esperienza e la preparazione delle grandi opere della maturità dell’autore”. Nei tre atti unici in scena al Teatro Quirino di Roma – L’orso, I danni del tabacco, e Domanda di matrimonio (tra il 1884 e il 1891) che lo stesso Cechov non ancora trentenne definiva “scherzi scenici – quali interpreti si alternano Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Fernando Maraghini, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno e Carlo Ballamio.
L’allestimento contiene tutti gli elementi che caratterizzano le opere di Peter Stein, a cura dei suoi collaboratori più fidati ovvero Ferdinand Woegerbauer per le scene e Anna Maria Heinreich per i costumi, oltre le luci di Andrea Violato.
Come ben sottolineato nel corso della conferenza stampa del 23 aprile presso il suo il foyer, la messa in scena al Teatro Verdi di Salerno di NORMA (capolavoro di Bellini e pietra miliare del melodramma italiano dell’800) vuole anche essere un omaggio a Papa Francesco: per molti aspetti, questa opera è un inno universale all’amore, e alla Pace (basti pensare alla celebre aria “Casta diva” in cui si eleva la preghiera “spargi in terra quella pace che regnar tu fai”) .
Lo spettacolo salernitano – con direzione di Michael Balke e regia di Sarah Schinasi, Francesco Aliberti quale maestro del Coro e Alfredo Troisi per scene e costumi – conta anche su un eccellente cast di interpreti: Gilda Fiume (Norma), Mert Sungu (Pollione), Carlo Striuli (Oroveso), Francesco Di Sauro (Adalgisa), Miriam Tufano (Clotilde).
Questa la sua trama. Norma è una sacerdotessa del popolo dei Druidi nella Gallia sottomessa ai Romani che – innamorandosi del proconsole romano Pollione da cui ha segretamente due figli – viene meno ai suoi voti sacerdotali, e alla fedeltà al suo popolo. Quando Pollione si innamora di un’altra sacerdotessa, Adalgisa, e vuole abbandonare Norma, questa (come la “barbara” Medea) premedita l’uccisione dei figli. Successivamente – presa coscienza dell’orrore di questo suo proposito – sceglie di immolarsi come vittima sacrificale sul rogo per propiziare la vittoria del suo popolo sui Romani. A questo punto, Pollione – riconquistato da Norma – sceglie di salire sul rogo con lei in una morte che diventa trasfigurazione e, forse, riscatto, e trionfo dell’amore!
Nella scrittura del libretto, Felice Romani si attiene in gran parte al dramma francese di Soumet, ma ne cambia in particolare il finale: Norma risparmia i propri figli, e si accusa pubblicamente (al posto di Adalgisa) affrontando così il sacrificio supremo.
Tutti presenti i temi romantici! La ribellione verso l’oppressore, la forza della passione amorosa a dispetto dell’ordine costituito, il conflitto in amore, il desiderio di vendetta e l’odio (qui dissolto da un superiore sentimento di pietas), la fusione di individuo e natura. Ma, probabilmente, il fascino intramontabile di questo capolavoro belliniano nasce dalla sua mescolanza di classicità e romanticismo e – pur nella sua ricchezza musicale – da momenti di asciutta drammaticità che sembrano già guadare verso l’espressionismo.
Nello spettacolo del teatro Verdi, il tentativo – sottolinea Michael Balke – è quello di far coincidere musica ed emozioni. La regia – precisa anche Sarah Schinasi – cerca di tessere una profondità di lettura tale che parole e canto si fondano nei corpi dei cantanti.
“La dimensione della mia lettura” – osserva la regista – “ è più legata al senso drammatico del laceramento interiore. Tutti i personaggi sono corredati di un profondo e dettagliato mondo interiore. La vita di madre e sacerdotessa della protagonista trova un rifugio di relativa tranquillità nella «domus del bosco». La scenografia si intreccia con la dimensione psicologica, così come i costumi, meno onirici di come ci si aspetterebbe. Negli interni, i dettagli richiamano affreschi di eleganti palazzi romani, come quelli campani e pompeiani. Una quercia è simbolo di connessione con l’energia dell’acqua, dell’aria e della terra, funge da porta tra la vita e l’aldilà. Questo elemento, frutto del bel lavoro di Troisi, ci ricorda il confine tra il naturale e il soprannaturale, l’apparire e lo sparire di situazioni e personaggi. E le scene corali sono integrate nell’opera in modo diverso rispetto alla pièce originale dove non appaiono”.
Insomma, una NORMA – di splendidi chiaroscuri – da non perdere.
La mostra Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini (curata da Francesca Cappelletti e Francesco Freddolin) vede esposti cento capolavori di grandi artisti del Barocco – Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona, Lavinia Fontana, Nicolas Cordier, Pier Francesco Mola ed altri – insieme a disegni, incisioni, arazzi, parati sacri e manufatti, provenienti da prestigiosi musei.
Ciò che mette in evidenza è la vocazione cosmopolita (e il suo dialogo con realtà diverse e lontane) della Roma del Seicento in cui, da tutto il mondo, arrivano viaggiatori, religiosi, missionari e ambasciatori, artisti.
Visitarla significa – quindi – fare uno splendido viaggio in una Roma, al centro di una complessa rete di rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. C’era globalizzazione già nel seicento! L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca. E le opere esposte ci immergono in un mondo multietnico e multiculturale in cui (tra l’altro) sono visibili africani ambasciatori, ma anche africani ridotti a uno stato di schiavitù o vicino alla schiavitù.
Si parte da un monumento funebre (in Santa Maria Maggiore) di Francesco Caporale: un suggestivo busto in preziosi marmi policromi che raffigura il volto di Antonio Manuel NeVunda, diplomatico del Congo, morto al suo arrivo a Roma dopo un viaggio lunghissimo. Un’opera che di per sé indica un nuovo tipo di relazioni e connessioni internazionali, oltre che un’arte tra esotismo (v. abito di Ne Vunda) e antichità.
Seguono quindi opere quali Cesare che rimette Cleopatra sul trono (circa 1637) di Pietro da Cortona, Giovane africano (1607-12) di Nicolas Cordier, Allegra compagnia con cartomante (1631) di Valentin de Boulogne. Da Caravaggio in poi, la gitana era una figura spesso rappresentata. E si riteneva che i gitani fossero una popolazione di etnia egiziana. L’Egitto – come quindi giustamente sottolineato dalla nostra brava guida – è presente in vario modo nell’arte dell’epoca.
Dopo una copia dell’obelisco in Piazza del popolo, sono visibili – tra altro – i bozzetti della Fontana dei Quattro Fiumi (in cui Bernini decide di rappresentare l’America con un africano) che ha dato forma ai rapporti che legavano Europa Africa Asia e America, il Ritratto di Peter Paul Rubens del gesuita Nicolas Trigault (abbigliato da cinese – ma in nero – per distinguersi), la pala d’altare con l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani, le copie dell’icona della Salus Populi Romani di artisti cinesi, e della Santa Cecilia di Carlo Maderno dell’indiana Nini (nella sezione che indaga l’apporto degli ordini religiosi nel tessere relazioni transculturali).
Splendide tele più e meno esotiche (in cui si riscontra anche la presenza di schiavi – con abiti a righe – mostri e amate scimmiette) sono ispirate dalla natura e da piante sconosciute.
L’esposizione esplora anche i rapporti con culture islamiche (con l’inedito e maestoso ritratto di Ali-qoli Beg – ambasciatore persiano a Roma nel 1609 – di Lavinia Fontana) e con l’alterita’ in letteratura (con il ritratto di Maria Mancini Colonna travestita da Armida di Jacob Ferdinand Voet, Il Guerriero Orientale di Pier Francesco Mola e Andromeda di Rutilio Manetti). In mostra anche oggetti di paesi lontani e, a chiusura del percorso espositivo, i ritratti di Robert Shirley (inglese trasferitosi in Persia e rappresentante diplomatico del re Abbas) e di sua moglie (circassa suddita persiana morta a Roma dopo un difficile viaggio) di Anthony Van Dyck, e il dipinto di un elefante (anche esso giunto in Italia dopo un viaggio interminabile) – Annibale che attraversa le Alpi – di Nicolas Poussin.