TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Al Teatro Nazionale, nel centenario della nascita di Hans Werner Henze (1926-2026), il Teatro dell’Opera di Roma con nuovo allestimento – regia di Kerstan e direzione di Roland Böer – rende omaggio al grande compositore, con due titoli profondamente legati a Cuba, e alla letteratura dello scrittore ed etnologo cubano, Miguel Barnet. Entrambi affrontano temi cruciali, quali responsabilità sociale dell’arte, il valore della libertà, il riconoscimento identitario, ma anche la combinazione fra tradizione strumentale europea e sonorità dell’area caraibico-africana. Entrambi in lingua tedesca, con sottotitoli in italiano e in inglese.
La piccola cubana è un vaudeville in cinque scene, tratto dal romanzo-testimonianza Canción de Rachel (pubblicato a Cuba nel 1969 d Miguel Barnet) : una biografia romanzata di Elsa Borges, nome d’arte “Rachel”.
El Cimarrón è un recital. Il libretto è basato sul testo originale Biografía de un cimarrón di Miguel Barnet. Montejo aveva vissuto la schiavitù, la Guerra d’Indipendenza cubana e poi la vita nella Repubblica. Il suo racconto in prima persona è considerato un classico della letteratura cubana del Novecento.
Il baritono Robert Koller partecipa ad entrambe le opere: El Cimarrón e La piccola cubana. Ne El Cimarrón anche Christina Schorn-Mancinelli alla chitarra, Ivan Mancinelli alle percussioni e Camilla Hoitenga al flauto. I musicisti formano insieme con Michael Kerstan El Cimarrón-Ensemble. Ne La piccola cubana protagoniste le attrici Jeannine Hirzel e Johanne Dähler rispettivamente nei ruoli di Rachel e Ofelia. Completano il cast il soprano Flávia Stricker, il mezzosoprano Julia Deit-Ferrand e il tenore Stuart Patterson. I costumi sono firmati da Christine Knoll.
Il 13 maggio 2026 ha avuto inizio l’interessante Festival di Politica Internazionale presso l’Orientale di Napoli: 13 Panel, spalmati su tre giorni divisi in dialoghi e confronti, fruibili non solo dai propri studenti ma anche dall’esterno . I lavori del 13 e del 14 maggio – visibili in diretta su YouTube, affrontano queste problematiche:
Dalla forza del diritto al diritto della forza?
Transizioni geopolitiche e gestione dei conflitti
Il mondo in frantumì? Ordini e disordini nell’età dell’incertezza
La corsa all’America Latina?
L’America Latina laboratorio delle crisi globali?
Le istituzioni internazionali tra continuità e cambiamenti
Ombre statunitensi: la presidenza Trump tra fratture interne e scosse globali
Il signor Bruschino, opera lirica di Gioachino Rossini – il cui libretto (tratto dalla commedia Le fils par hasard, ou ruse et folie, scritta da René de Chazet e Maurice Ourry e rappresentata a Parigi per la prima volta nel 1809) è di Giuseppe Maria Foppa – è una piccola opera d’arte comica. Parte di un gruppo di cinque farse – da Rossini scritte per il Tetro San Mosè di Venezia –l’opera rientra nel genere della farsa comico sentimentale. Spesso, tali farse presentavano una satira di costume, conflitti generazionali, e nuovi aspetti della moralità e dei mutati equilibri socio-economici.
Questa la trama del signor Bruschino.
Il giovane Florville è innamorato ricambiato di Sofia, pupilla del vecchio Gaudenzio, che l’ha però destinata in sposa al figlio di un tale signor Bruschino. Da qui, per far trionfare il proprio amore, il loro Piano – quella “follia organizzata e completa” espressa in musica di cui parlerà Stendhal – con uno scambio di persona e tutta una serie di equivoci e fraintendimenti che si succedono prima del lieto fine.
In effetti – venuto a sapere che il giovane Bruschino è tenuto sotto chiave in una locanda perché debitore inadempiente – fingendosi cugino del ragazzo, Florville paga il locandiere Filiberto per potersi sostituire al promesso sposo, di cui nessuno conosce il volto, nemmeno Gaudenzio. E – firmandosi Bruschino padre – fa recapitare a Gaudenzio una lettera di presentazione, in cui chiede di far arrestare Bruschino figlio per farlo redimere dalla sua condotta.
Gaudenzio rimane scandalizzato quando Bruschino padre (Ignaro dell’inganno) – giunto al castello – non riconosce il giovane come suo figlio.
Da parte sua, quando Bruschino padre comprende il tutto – per paura del debito da pagare – sta al gioco; e – per consentire il matrimonio tra il finto figlio e Sofia – continua a dissimulare. “Riconosce” il figlio. E l’unione con Sofia viene benedetta anche da Gaudenzio. Ma – proprio in quel momento torna il locandiere Filiberto con il vero Bruschino figlio. La verità viene a galla. E a Gaudenzio non resta che perdonare la coppia di amanti.
Dal 7 maggio al 29 giugno 2026 Palazzo Esposizioni Roma c’è la mostra World Press Photo 2026 – promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e dall’Azienda Speciale Palaexpo – ideata dalla World Press Photo Foundation e organizzata in collaborazione con 10b Photography. In mostra ci sono le foto vincitrici della 69° edizione del prestigioso contest di fotogiornalismo. Le immagini premiate raccontano la complessità del mondo contemporaneo: l’escalation della crisi climatica, il costo umano dei conflitti, violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, genocidi e violenza sessuale, ma anche storie di ricostruzione e ripresa.
Il premio principale è andato alla fotografa americana Carol Guzy per l’immagine intitolata “Separati dall’Ice” (Separated from ICE) che documenta l’impatto delle politiche migratorie statunitensi. Lo scatto documenta il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano (unico sostegno economico di sua moglie e dei suoi 3 figli) viene fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo un’udienza presso il tribunale per l’immigrazione. Le figlie di Luis sconvolte si aggrappano al padre mentre viene arrestato.
Tra i vincitori di questa edizione anche Chantal Pinzi, unica fotografa italiana tra i premiati quest’anno, che ha conquistato il premio nella categoria Stories per la regione Africa. Il suo progetto, ‘Farīsāt: Gunpowder’s Daughters’, racconta di un gruppo di donne in Marocco che partecipano alla Tbourida, una storica tradizione equestre patriarcale. Oggi, sette gruppi interamente femminili si esibiscono su un totale di circa 300 partecipanti. Queste farīsāt (cavaliere) sostengono costi personali significativi, finanziando i propri cavalli, i costumi e i permessi per la polvere da sparo. La loro perseveranza è una potente affermazione del giusto posto delle donne nel patrimonio culturale marocchino.
Con oltre 200 opere provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia, la bellissima mostra ora in corso a Palazzo Bonaparte, dedicata al grande maestro Kastushika Hokusai (1760-1849) ripercorre, in modo suggestivo, l’intero arco creativo ( dalle opere legate alla tradizione a quelle più rivoluzionarie) di questo grande artista, innovativo e dirompente, scelto per rappresentare l’evento culturale più rilevante del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.
La qualità del segno di Hokusai- capace di costruire lo spazio con pochi tratti e di chiarire la forma nel colore – spiega perché la sua arte abbia oltrepassato i confini del suo tempo e del suo paese, e abbia contribuito, nell’Europa di fine Ottocento, alla nascita del Giapponismo aprendo un dialogo tra Oriente e Occidente. In effetti, Hokusai è stato e continua a essere l’artista che più di ogni altro ha reso possibile un dialogo profondo e duraturo tra due tradizioni artistiche che ancora oggi continuano a incontrarsi e arricchirsi reciprocamente. Contribuendo alla nascita di nuove visioni della modernità, le sue opere hanno affascinato e ispirato pittori come Monet, Van Gogh e il movimento impressionista , e hanno suggestionato anche musicisti come Claude Debussy.
Alla mostra – passando da una sala all’altra ( dalle Cinquantatré stazioni del Tōkaidō alla celeberrima La Grande Onda di Kanagawa, dalle Trentasei Vedute del Monte Fuji fino ai sorprendenti Manga, straordinari album di disegni di cultura visiva contemporanea) ci si muove tra capolavori senza tempo e invenzioni visive straordinarie, che coniugano la sensibilità per la natura (che – con o senza il monte Fuji- spesso fa anche da sfondo) a un’osservazione attenta delle persone e dei loro gesti (mercanti che misurano i tessuti, venditori che offrono pesce fresco, viandanti carichi, donne in varie situazioni ecc.) come del loro abbigliamento (dalla qualità del dettaglio, all’accordo dei colori, al ritmo dei motivi, alla sapienza con cui un tessuto cade sul corpo o una cintura ne definisce la figura).
Per i giapponesi il Fuji è più di una montagna: è una presenza sacra, un punto di riferimento costante, che orienta lo sguardo e dà proporzione allo spazi0. Nelle tavole in mostra “ il Fuji si mostra in ore e stagioni diverse, nei suoi “umori” più vari. Attraversa scenari cangianti, mare agitato e quiete, albe limpide, temporali, neve immobile, e cambia con la luce e con l’aria. Hokusai inventa punti di vista sorprendenti: la montagna appare incorniciata da ponti e cancelli, da alberi e banchine, visto oltre tetti, argini, risaie e canali. Ma la serie non è un inno astratto: in primo piano entra la vita dell’Edo quotidiana, fatta di lavoro, traffici, gesti, attese”.
Come ben emerge anche nella stupenda ed emozionante Sala immersiva (nell’acqua) della mostra, in cui lo spettatore non contempla da lontano, ma è dentro l’azione, accanto alla centralità della figura umana e di suggestive scene di vita quotidiana, il più delle volte immerse nella natura, nell’opera di Kokusaki c’è un altro grande protagonista l’acqua. E non solo nella celebre “Onda” ( che unisce potenza ed estrema disciplina formale, e in cui tempesta e quiete non solo si oppongono ma si richiamano, e i contorni in blu – e non in nero – ammorbidendo i profili rendono più sensibile il gioco della profondità) ma nelle infinite variazioni con cui l’artista la osserva, la studia e la reinventa: in vortici e spruzzi, in superfici silenziose, o in pura energia visiva (v. anche le cascate).
Né mancano disegni di ispirazioni letterarie ( Hokusai non si limita a illustrare i testi: li interpreta, e li trasforma in racconto visivo); i manga (che mostrano come il disegno possa essere insieme esercizio, conoscenza e libertà dell’immaginazione); e anche aspetti meno noti della personalità di Hokusai, come l’umorismo e la leggerezza (v. Autoritratto come pescatore). “…Tutto ciò che ho disegnato – scriveva l’artista – prima dei settant’anni non vale la pena di essere considerato… A novant’anni avrò penetrato il mistero della natura. A cento anni sarò un artista meraviglioso. A centodieci anni tutto ciò che creerò, un punto, una linea, prenderà vita come mai prima. A tutti voi che vivrete a lungo come me, prometto di mantenere la mia parola”. Queste parole raccontano l’idea che Hokusai aveva di sé stesso e dell’arte: un cammino infinito di studio, osservazione e perfezionamento, in cui l’artista non smette mai di imparare.
La mostra si arricchisce anche dello sguardo – sul Giappone dell’Ottocento – delle bellissime fotografie di Felice Beato (fotografo italiano) che ha introdotto l’Oriente in Europa. E – accanto ai capolavori di Hokusai – presenta un insieme di oltre 180 pezzi tra libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi (laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali, kimono, giacche haori e fasce).
Si è spento il grande filosofo tedesco Jurgen Habermas – erede della seconda generazione della Scuola di Francoforte – che credeva nel progetto federale europeo come unico rimedio all’ascesa dei nazionalismi. Tra i suoi libri più noti, si ricordano: “La conoscenza e gli interessi umani” e “La teoria dell’azione comunicativa”.
Il voto rimane programmato per la fine del marzo 2026. Ma la decisione deve essere confermata dai coordinatori della commissione Commercio internazionale.
“Sapevamo che sarebbero arrivate le indagini della Sezione 301 degli Stati Uniti. Tuttavia, l’incertezza rimane. Non c’è ancora un chiaro impegno da parte del governo degli Stati Uniti a rispettare gli impegni di Turnberry”, ha precisato il presidente commissione Commercio, Bernd Lange. “Chi può garantire che il risultato finale non significherà dazi ancora più alti per l’Ue?”
Il Parlamento chiede anche “passi concreti” per portare i dazi sui derivati dell’acciaio (macchinari, tecnologie agricole e diversi prodotti industriali) dal 50 al 15 per cento.
Nella sua “Serenata a Napoli” – un atto d’amore nei confronti della sua città, che si svolge lungo tutta una nottata – Serena Rossi canta e racconta Napoli, una “terra di tornanti”, come la definiva Anna Maria Ortese, da cui la gente va via ma poi desidera sempre ritornare.
I napoletani conoscono bene lo “struggimento”. Sono per i sentimenti esagerati.
La parola amore ha due emme, è “ammore”, perché tutto per loro si raddoppia, si allarga. La terra a Napoli trema, ribolle, come il sangue nelle vene dei napoletani, perché, c’è il Vesuvio. E le canzoni – le bellissime canzoni della tradizione partenopea – esprimono il modo di essere e di sentire dei napoletani, sia quando vogliono cantare le feste, come la festa di Piedigrotta, sia quando danno espressione alla “bambolella” di cui parla Raffaele Viviani.
Per loro, la tragedia si veste a festa e la commedia si tinge di amaro. Così la canzone “Dove sta Zazà”, apparentemente allegra – “era la festa di San Gennaro, c’era la banda di Pignataro, centinaia di bancarelle di torrone e di nocelle che facevano ‘ncantà” – racconta invece una tragedia. È la storia di due innamorati: uno – Zazà – all’improvviso scompare e non torna più. “Comm’aggi a fa pe’ te truvà?! I’ senza te, nun pòzzo stà!”. Questa canzone, ricorda Serena Rossi, di solito viene cantata in maniera allegra. Lei sceglie di cantarla in maniera triste anche se la piccola – e molto brava – orchestra che l’accompagna sul palco irrompe spesso, mentre lei canta, e cambia il ritmo.
Serena Rossi canta con passione le canzoni napoletane che raccontano la perdita precoce dell’innocenza nei vicoli bui della città (“guagliune ‘e mala vita”), le 4 giornate di Napoli, la nascita di bambini di colore (“tammurriata nera”), il viaggio dei bambini poveri nel dopoguerra verso il Nord con il treno della felicità (Uocchie c’arraggiunate”). E poi… classici intramontabili come “Munastero e Santa Chiara”, “Era dde maggio”, Io mammeta e tu”, “Dicintencello vuje”, “Reginella” ….
Una vera esplosione di voce e di sentimenti!
Serena ricorda anche la leggenda di Partenope! La sirena che si innamora di Ulisse, prova a sedurlo, ma lui passa indenne davanti al suo canto, legato all’albero maestro. Allora, per la disperazione, Partenope si uccide gettandosi in mare. Il suo corpo è portato dalle onde fino al golfo di Napoli dove si dissolve, prendendo la forma della città.
Nessuna donna dovrebbe uccidersi, per un uomo o per altro…: commenta l’artista!