TRANNE ECCEZIONI BEN PRECISATE, TUTTO QUELLO CHE E' QUI LEGGIBILE E' SCRITTO DA SILVANA PARUOLO – Ci si sofferma su Politica internazionale, UE, e Cultura (teatro, cinema, arte, moda, ma anche Letterature per l'infanzia)
Nella Sicilia, 1862 – mentre sull’Italia soffiano i venti del nuovo Regno che si prepara ad unificare la penisola – nei palazzi nobiliari l’artistocrazia decadente partecipa a balli e banchetti, come se niente potesse cambiare le sue abitudini..
Ma – mentre nei lussuosi saloni soprastanti si consuma l’ennesimo opulento banchetto – nelle cucine del palazzo si azzuffano i cuochi, si tirano padelle ma soprattutto si svelano amori impensabili.
Così, Amori e sapori nelle cucine del principe si dipana tra rivelazioni, e succulenti litigi, attraverso lo scontro di Teresa – la cuoca ( ex-prostituta prediletta del principe da cui e’nato un figlio) – e Monsù Gaston (cuoco mandato in aiuto dallo stesso principe).
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo
La vita davanti a sé di Romain Gary è la storia di Momò, bimbo arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani.
Commovente e attualissimo, il romanzo affronta, quindi, un importante tema tuttora all’ordine del giorno, e cioè, la convivenza tra culture religioni e stili di vita tra loro diversi. E si conclude con delle parole che – oggi più che mai – dovrebbero essere una bussola: Bisogna voler bene.
Con naturalezza, il grande Silvio Orlando diventa quel bambino nel suo dramma. Da qui…. un autentico capolavoro, caratterizzato da commozione e divertimento.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
I Mummenschanz – per festeggiare i loro 50 anni – hanno portato a Salerno uno spettacolo originale, difficile da classificare, ricco di poesia, bellezza, gioco. I fondatori del gruppo – Floriana Frassetto, Andres Bossard e Bernie Schürch – hanno conquistato il mondo intero con le loro storie esclusivamente visive, senza parole né musica nè sottotitoli
Nello spettacolo – ricerca di quel mondo bambino che è nel profondo di ognuno di noi – il pubblico è giocosamente preso per mano, e accompagnato in un viaggio fantastico. Grazie alla maestria e ironia di cinque attori, maschere d’argilla, volti realizzati con rotoli di carta igienica, fragili giganti d’aria, l’uomo tubo e altre forme grottesche diventano i personaggi di un mondo (senza confini) frutto di genialità e inventiva.
Mummenschanz – spiega Floriana Frassetto (cofondatrice, costumista e coreografa del gruppo) – rappresenta un “gioco di possibilità”, il tentativo di raccontare una storia attraverso la potenza creativa del linguaggio non verbale dei corpi e delle forme.
E sicuramente interessante è stata anche la possibilità di dialogare con il cast – presso il teatro – nel quadro degli abituali incontri “Giù la maschera” coordinati dal giornalista Peppe Iannicelli.
I Mummenschanz – vi ha precisato Floriana – è una parola tedesca, usata per descrivere giochi di strada, legati al carnevale. Tra gli ispiratori del gruppo, c’è stato Jacques Lecoq, il maestro che ha contribuito moltissimo a diffondere il mimo e l’uso delle maschere. Successivamente – differenziandosi da Lecoq – il gruppo ha inventato una maschera flessibile, che si trasforma, e che richiede un grande lavoro di preparazione ad ogni spettacolo.
Floriana definisce gli attori del gruppo giocolieri di maschere che coprono tutto il corpo.
E precisa: “Quando si è nelle grandi forme che si vedono sul palcoscenico, la corporeità è assoluta ed è in questo modo che si cerca di trasmettere emozioni, e di far sognare”.
Utilizzando il silenzio per comunicare, il loro spettacolo – caratterizzato quindi da un ritmo silente – vuole essere una critica all’eccesso di comunicazione nella società odierna.
I Mummenschanz fanno spettacoli in tutto il mondo. E – ha notato ancora Floriana – “i pubblici con i quali ci siamo confrontati sono tra loro molto diversi: molto partecipativi, e chiassosi, gli spettatori in Germania, Svizzera, America, molto silenziosi invece gli Italiani!”.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Gran bello spettacolo quello in scena a Salerno. E sicuramente d’effetto le grandi ombre multimediali con cui inizia e si conclude.
Il berretto a sonagli (1916) e’una commedia del grande Luigi Pirandello (1867-1936). Il titolo si riferisce al berretto del buffone che – nello stesso tempo – diventa simbolo dello scorno pubblico a cui viene sottoposto il protagonista Ciampa e metafora dell’impossibilita’ di mostrare il proprio vero io alla collettività.
In estrema sintesi, questa la sua trama. Beatrice Fiorica viene a sapere dalla cosiddetta Saracena che suo marito il cavaliere Fiorica ha una tresca con Nina, giovane moglie del suo scrivano Ciampa. Dopo una sua denuncia che non dara’gli esiti da lei desiderati, Beatrice sara’indotta a farsi credere per un breve periodo “pazza da chiudere” per porre fine allo scandalo, ed evitare morti.
Come le dira’ Ciampa: e’ “per il suo bene! E lo sappiamo tutti qua che lei e’ pazza. E ora deve saperlo tutto il paese. Non ci vuole niente sa, signora mia non s’allarmi! Niente ci vuole a fare la pazza creda a me! Glielo insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verita’. Nessuno ci crede,e tutti la prendono per pazza”.
Il berretto a sonagli – precisa Gabriele Lavia – “e’una tragedia della mente. Ma porta in faccia la maschera della farsa. Pirandello mette in scena uno di quegli uomini invisibili, senza importanza schiacciato nella morsa della vita e, poiche’ e’un niente e’ trattato come se fosse niente. E sul nostro palcoscenico “come trovati per caso”: un vecchio fondale “come se fosse abbandonato” e pochi elementi, “come relitti” di un salottino borghese e “per bene”, dove viene rappresentato un banale “pezzetto” di vita di una “famiglia perbene” che fa i conti con l’assillante angoscia di dover essere “per gli altri”, di fronte agli altri”.
E’proprio il “si dice” ad “essere” la stessa sostanza identitaria del proprio “io”. L’unica speranza e’la difesa dell’io.
Ma come difenderlo? Ciampa usa spranghe alle porte e catenacci. Ma e’ costretto a uscire ed esistere. E allora – precisa il regista – la “corda civile” e la “corda seria” non servono piu’. E’ la “corda pazza” che scatta. E scatta per tutti. Non si puo’ difendere il proprio io dagli attacchi del mondo. Non e’ possibile uscire dal mondo, uscire da noi stessi. Se lo facciamo siamo morti viventi”.
Interessante anche – dopo la prima – l’abituale appuntamento con pubblico e stampa (“Giu’ la maschera” coordinato dal giornalista Peppe Iannicelli) in cui il maestro Lavia, riferendosi alla poetica della sua messa in opera di un testo si e’ tra altro definito “infedelissimo nella fedelta’”.
Perche’mettere in scena Pirandello?
Normalmente – ha precisato Lavia (regista e interprete di Ciampa) – “non scelgo. Sono scelto. Giro per casa. Giro. Mi giro su me stesso. Punto un dito. E una volta deciso, mi chiedo: ‘perche’ questo testo?’. Il berretto a sonagli e’ un capolavoro della drammaturgia europea e, oserei dire, dell’impressionismo tedesco. Non a caso nel mio spettacolo uso le maschere. Pirandello ha studiato a Bonn e ha avuto rapporti con un teatro non fatto come veniva fatto in Italia. A differenza di Giovanni Verga (scrittore verista) e’ un impressionista. Fu molto colpito dal romanzo L’uomo che vendette la sua ombra. (1814) di Peter Schlemihl”.
“La dimensione ombra ‘ – ha precisato ancora Lavia – e’il nostro guaio. Il problema e’il corpo e non l’anima. Noi facciamo ombra. Siamo un corpo. E l’uomo e’condannato a rappresentarsi. Anche se cerca di esser naturale, nello stesso tempo, fatalmente per essenza si rappresenta. Ognuno, nel momento in cui si veste, ed esce di casa recita una parte”.
Il berretto a sonagli e’passato alla storia per le tre corde (la civile la seria e la pazza). Ma un ruolo importante vi assume la donna,vera e propria protagonista. Siamo davanti a un dramma amarissimo, e non una commedia. E’quasi una tragedia, che finisce con la morte civile di una donna, indotta a dichiararsi pazza perche’si e’permessa di contravvenire a una regola fondamentale della microsocieta’ – la famiglia – nella grande societa’. Il suo unico diritto e’quello di esser moglie di un altro. Come le fa notare il fratello dopo la sua denuncia non ha piu’uno status, non e’ne’moglie ne’vedova. Durante l’incontro, il regista ha enfatizzato anche questo aspetto.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Questa commedia fu scritta da Eduardo, all’età di 22 anni, per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e messa in scena nel 1924 con il titolo Ho fatto il guaio?Riparerò! Successivamente, il 23 febbraio 1933, fu rappresentata dalla compagnia di Eduardo “Teatro Umoristico I De Filippo” con il titolo definitivo di Uomo e galantuomo.
Opera corale estremamente importante nella produzione eduoardiana, si distacca dal teatro di Scarpetta, perché i suoi personaggi principali – come sottolineato da Geppy Gleijeses – “sono un’evoluzione di Sciosciammocca, a sua volta evoluzione di Pulcinella senza maschera!”. E – come precisato dagli attori – “è difficile da rappresentare perché parole e tempi comici sono scanditi da ritmi che seguono rigide regole matematiche”.
Sua protagonista è una scalcagnata compagnia teatrale scritturata per rappresentazioni in uno stabilimento balnerare.
Grazie al classico espediente della commedia degli equivoci è un vero e proprio teatro nel teatro. Così, ci si trova immersi in una serie di episodi irresistibilmente divertenti (in particolare, la scena del suggeritore maldestro che, continuamente frainteso dagli attori, ne combina di tutti i colori) in cui intrecci amorosi si incrociano con finta pazzia per evitare galera e duelli.
In scena – in questo spettacolo divertente e brillante – il grande Geppy Gleijeses (allievo di Eduardo dal quale ricevette il permesso a rappresentare le sue opere) e i bravissimi Lorenzo Gleijeses e Ernesto Mahieux. Al loro fianco altri valentissimi attori. Il regista è Armando Pugliese che ha diretto più volte opere di Eduardo.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
Questa commedia fu scritta da Eduardo, all’età di 22 anni, per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e messa in scena nel 1924 con il titolo Ho fatto il guaio?Riparerò! Successivamente, il 23 febbraio 1933, fu rappresentata dalla compagnia di Eduardo “Teatro Umoristico I De Filippo” con il titolo definitivo di Uomo e galantuomo.
Opera corale estremamente importante nella produzione eduoardiana, si distacca dal teatro di Scarpetta, perché i suoi personaggi principali – come sottolineato da Geppy Gleijeses – “sono un’evoluzione di Sciosciammocca, a sua volta evoluzione di Pulcinella senza maschera!”. E – come precisato dagli attori – “è difficile da rappresentare perché parole e tempi comici sono scanditi da ritmi che seguono rigide regole matematiche”.
Sua protagonista è una scalcagnata compagnia teatrale scritturata per rappresentazioni in uno stabilimento balnerare.
Grazie al classico espediente della commedia degli equivoci è un vero e proprio teatro nel teatro. Così, ci si trova immersi in una serie di episodi irresistibilmente divertenti (in particolare, la scena del suggeritore maldestro che, continuamente frainteso dagli attori, ne combina di tutti i colori) in cui intrecci amorosi si incrociano con finta pazzia per evitare galera e duelli.
In scena Geppy Gleijeses (allievo di Eduardo dal quale ricevette il permesso a rappresentare le sue opere) Lorenzo Gleijeses, e Ernesto Mahieux. Al loro fianco altri valentissimi attori. Il regista è Armando Pugliese che ha diretto più volte opere di Eduardo.
Con Come tu mi vuoi il regista De Fusco prosegue nella sua ricerca su Pirandello, ma lo fa (tra l’altro da direttore del Teatro Stabile di Catania) con l’intenzione di inaugurare un progetto volto a illuminare le aree meno consuete del repertorio pirandelliano. Allontanandosi da ogni connotazione caricaturale dei personaggi (in una scenografia ispirata alla galleria degli specchi de La signora di Shangai di Orson Welles) crea atmosfere quasi cinematografiche, da noir anni ’40.
E sottolinea la drammatica chiusura di tutti i personaggi, a cominciare proprio dall’Ignota.
In effetti il Come tu mi vuoi del grande Pirandello è un dramma scritto alla fine degli anni venti che prende lo spunto da un avvenimento di cronaca realmente accaduto. La vicenda riguarda un personaggio enigmatico di cui all’inizio non si conosce il nome, l’Ignota. Questa femme fatale abita presso una famiglia a Berlino. E’ l’amante del padre di famiglia e della figlia di lui. Con la conoscenza di un personaggio chiamato Boffi le si presenta l’occasione di rientrare in Italia. Ma non mancano colpi di scena…
FACCIA UN’ALTRA FACCIA, è un bello spettacolo di Tiziana Foschi e Antonio Pisu, che cerca di scatenare una risata, stimolare un pensiero, suscitare un ricordo, con l’antico gioco della parodia, e cioè, la trasformazione di persone in personaggi, e di situazioni quotidiane in ciò che vale la pena di raccontare.
Si ringrazia Elena Paruolo per questo suo contributo.
La signora del martedi – in scena al Teatro Verdi di Salerno con regia di Pier Paolo Sepe, e interpretata da Giuliana De Sio con Alessandro Haber, e Paolo Sassanelli, Riccardo Festa e Paolo Persi – è un bello spettacolo, intrigante e sorprendente, che alternando ironia passione e disincanto mette in scena un’ora settimanale di sesso e sentimenti.
Nel secondo atto, vi si alternano vari generi (il thriller, il vaudeville, il noir). Ci sono battute che sollecitano le risate degli spettatori. C’è ironia. Ci sono molte canzonette degli anni settanta che mirano a sciogliere un po’ la tensione. C’è il tango. Lo spettacolo si chiude con la protagonista che balla un tango.
La scena del mirabile tango finale – riflesso nello specchio – è splendida!
Nato dall’immaginazione di Massimo Carlotto, il testo – precisa bene il regista – “è intriso di torbida sensualità ma anche di dolcezza e di grazia, arricchito da un’ironia elegante e tagliente che produce leggerezza e sorriso. Uno stato di tensione, di trepidazione, attraversa tutto lo spettacolo e ci accompagna fino all’imprevedibile conclusione, lasciandoci senza fiato”.
Questa la sua trama. Una donna, Alfonsina Malacrida, detta Nanà, da nove anni, ogni martedì, tra le quindici e le sedici, va a comprarsi un’ora d’amore. Lui, Bonamente Fanzago – ex porno e gigolò – è rimasto con quest’unica cliente: la signora del martedì. Gli incontri avvengono presso una pensione il cui proprietario vive la sua condizione di travestito nascondendosi da un ambiente ipocrita e perbenista. Un giorno, in presenza di Nanà, alla porta di Bonamente, bussa Pietro Emilio Belli, giornalista di cronaca senza scrupoli. Il suo articolo – da cui emerge il passato oscuro di Nanà – potrebbe distruggerla. Bisogna agire…
Il 3 febbraio, nel foyer del teatro – nel contesto del ciclo di appuntamenti “Giù la maschera” – pubblico e stampa hanno avuto l’opportunità di discutere dello spettacolo con gli attori.
“Nanà è un personaggio tragico – ha sottolineato Giuliana de Sio – Scrive racconti per bambini, forse per riscattare la sua tragica infanzia. Da bambina è costretta a prostituirsi. E per farlo ascolta musica di tango. Poi viene accusata di omicidi, e pur essendo innocente si fa 20 anni di carcere”. E’ un personaggio in evoluzione che si trasforma.
Nel primo atto, De Sio indossa una maschera, una corazza per non lasciare trapelar niente di sé. Poi, nel secondo atto, pressata dalle domande di un sedicente giornalista (che è stato suo cliente e che avrebbe voluto vivere con lei) il suo personaggio si sfalda. E lei inizia a raccontare la sua storia, a partire dalla sua infanzia tragica. E, se nel primo atto si esprime con un linguaggio quasi forbito, nel secondo atto il suo linguaggio cambia, e si impoverisce sempre più.
E anche gli altri personaggi (il sedicente giornalista, la tenutaria dell’albergo in cui si svolge l’azione che è un uomo che si veste da donna, l’attore di film porno) si trasformano e – tirando giù la maschera – si rivelano per ciò che sono.
La bravissima Elena Sofia Ricci è la protagonista dello spettacolo – LA DOLCE ALA DELLA GIOVINEZZA di Tennessee Williams – in scena al teatro Quirino dal 31 gennaio al 12 febbraio.
Qual è la trama?
“Alexandra del Lago – sottolinea il regista, Pier Luigi Pizzi – star del cinema in declino, non più giovanissima, alcolizzata e depressa, in fuga da quello che crede un insuccesso del suo ultimo film, cerca un rimedio alla solitudine nelle braccia di un gigolò, giovane e bello, un attore fallito in cerca di rilancio, ma destinato ad una triste fine, una volta che ha perduto il suo unico bene, la gioventù. Ma Williams, da grande drammaturgo è capace sempre di stupirci, sovvertendo genialmente il destino della nostra eroina”.