Al Palazzo Barolo di Torino c’è stata una bella – recente – presentazione dell’ultimo libro di Elena Paruolo.
Gran bello evento. Complimenti a tutti!

Calendar Girls – commedia ispirata da un fatto realmente accaduto, in Inghilterra alla fine degli anni ‘90 – è un testo teatrale scritto da Tim Firth (tratto dall’omonimo film con la regia di Nigel Cole) per la prima volta allestito in Italia.
Questa la storia… Un gruppo di donne di mezza età (tra i 50m e 60 anni) – di un’associazione femminile legata alla chiesa – si impegna in una raccolta fondi destinati a un ospedale nel quale è morto di leucemia il marito di una di loro (Annie). Stanca di vecchie e fallimentari iniziative di beneficenza, Chris ha l’idea di fare un calendario diverso. Così …. convince le amiche del gruppo a posare nude, in normali attività domestiche, come preparare dolci e composizioni floreali. L’iniziativa riscuote un gran successo (nella realtà Il calendario -inglese – raccolse oltre un milione di sterline ed una straordinaria notorietà!). Ma l’improvvisa e inaspettata fama, mette a dura prova le protagoniste.
Eccellente il cast che darà vita allo spettacolo: a partire da un’inedita Angela Finocchiaro impegnata a dar corpo e voce ad una provocatoria femmina alfa di provincia, seppellita in un modesto negozio di fiorista, ma con smanie di protagonismo e slanci di generosità. Annie, casalinga a tinte pastello che rinasce alla vita dopo la vedovanza, sarà interpretata da Laura Curino, affiancata da un gruppo di attrici estrose e ardite, le Girls: Ariella Reggio (Jessie), Carlina Torta (Ruth), Corinna Lo Castro (Celia) e Matilde Facheris (Cora), la musicista che fa risuonare le mura della sala parrocchiale di musiche di chiesa virate in rythm and blues e rock sfrenati. Completano il cast Elsa Bossi, direttrice bacchettona dell’associazione e Titino Carrara, a dar vita al bellissimo personaggio di John, malato terminale che riesce sempre a scherzare su di sé e a sorridere fino alla fine, Stefano Annoni, il barelliere goffo che si trasforma in un fotografo di genio, e la smagliante Noemi Parroni impegnata virtuosisticamente con un poker di personaggi: la conferenziera noiosa, la nobildonna liftata, la giornalista col raffreddore allergico e l’estetista con retrogusto di escort.
“Le prime scelte su cui ho basato la regia – sottolinea Cristina Pezzoli – sono state la lingua e il cast, ingredienti indispensabili per mettere in scena questa commedia, che fa molto ridere ma la cui comicità evolve da un fatto drammatico (la morte di John per una malattia terribile quale la leucemia). Credo che sia indispensabile agganciare la forza comica del testo anche a questo: è una risata in faccia alla morte, è la vitalità dei girasoli che cercano la luce opponendosi al buio dello sparire. Ho cercato con Rinaldo Rinaldi, che firma le scene, e con Nanà Cecchi, che firma i costumi, di evidenziare la tavolozza delle stagioni che Tim Firth indica per cogliere e sottolineare la relazione tra le stagioni della natura e quelle della vita”. Con Riccardo Tesi (organettista di fama internazionale e compositore versatile) “le musiche originali dello spettacolo hanno tre anime: quella legata alla musica da chiesa spesso presente come indicazione dell’autore che connota l’ambiente religioso dell’associazione, quella che parte dall’anima nera del rythm and blues e l’ultima legata alla sinfonia delle stagioni”. Circa il calendario, con coraggio e ironia – motivate da una buona causa – le Girls si offrono allo sguardo della macchina fotografica e del pubblico anche per dirci che le stagioni della vita possono continuare a sorprendere.
Tim Firth – autore della sceneggiatura del film e del successivo adattamento teatrale – ha voluto che la messa in scena di Calendar Girls rimanesse sempre collegata ad una iniziativa di beneficenza, come all’origine è stato per il calendario. Lui stesso ha devoluto, all’Associazione Leukaemia Research UK, gran parte delle royalties a lui spettanti per la rappresentazione dello spettacolo. In linea con le scelte dell’autore, anche questa produzione ha voluto sposare anche durante questa terza tournèe (dopo il Grande Galà Benefico del 2015 e diverse iniziative dedicate alla raccolta fondi, come la vendita di gadget dello spettacolo, disponibili anche su Ailshop) una iniziativa benefica.
“Abbiamo scelto di dare il nostro sostegno ad AIL-Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma – racconta la protagonista, Angela Finocchiaro – perché è un’Associazione che stimiamo da sempre per i suoi valori, obiettivi e progetti. La possibilità che il nostro lavoro possa affiancare esperienze così importanti ci regala una grande motivazione”. Uno dei principali obiettivi della mission di AIL è quello di migliorare la qualità di vita del malato e della sua famiglia. Per questo motivo nel corso degli anni sono nate le Case AIL, case alloggio messe a disposizione dei pazienti e dei loro parenti. In Italia sono attualmente 35 le sezioni che offrono il servizio di Casa AIL ai pazienti e ai loro familiari; nel 2014 sono state 277 le stanze messe a disposizione con 546 posti letto e che hanno ospitato 3.120 persone, di cui 1.273 pazienti e 1.847 familiari.
Come lo spettacolo, anche AIL è un’Associazione ad alta rappresentanza femminile, in quanto buona parte dei volontari che la animano sono donne, così come la maggior parte delle volontarie presenti nelle Case AIL. E – come nel fatto accaduto in Inghilterra – tanti volontari AIL, così come le protagoniste della commedia rappresentata, sono spinti all’azione solidale da un’esperienza di vita vissuta.

Da un’idea di Antonello Avallone, “IN NOME DEL PAPA RE” – uno dei più grandi capolavori di Luigi Magni, secondo film di una trilogia che vide protagonista la Roma papalina del XIX secolo – si è trasferito dal grande schermo al palcoscenico del Teatro dell’Angelo, a Roma.
Splendido – e di grande pathos (umano, emotivo e d’impegno civico) – lo spettacolo romano! Ha ritrattato, con grande maestria ed efficacia, la decadenza del potere temporale dei Papi a Roma, nell’imminenza della sua trasformazione da sede di un impero, materiale e spirituale, in via di dissoluzione, a capitale di uno stato laico in via di formazione.
Il talentuoso Antonello Avallone ci presenta Monsignore Colombo: il suo disagio esistenziale (per la sua consapevolezza della crisi di un mondo che sta per crollare); e le sue lacerazioni di coscienza, tra ruolo istituzionale e adesione empatica alla modernità rappresentata da giovani rivoluzionari (di cui uno scopre essere suo figlio) in lotta per l’unità italiana.
L’arrivo degli italiani – sottolinea più volte Monsignore Colombo – non è la causa della fine del potere temporale del papa. E’ in realtà la fine di tale potere che apre la breccia nel muro dell’assolutismo papale.
Molto triste l’annuncio dato da Antonello Avallone alla fine di questo spettacolo. Per l’esosità della Proprietà (e relativo affitto) il Teatro dell’Angelo – di cui Avallone è stato fondatore e anima – chiuderà nel giungo 2018.
Se sarà vero, questo determinerà la perdita di un buon Teatro, il cui impegno social-culturale è stato sempre notevole. Spero si trovi qualche soluzione…
In simili condizioni lo spettacolo “In nome del papa re” è diventato esse stesso metafora della crisi del teatro..

È una commedia in tre atti derivata dalla novella Tirocinio (1905). Ancora una volta Pirandello si serve di un matrimonio «bianco» per creare situazioni che finiscono per svelare la vera natura dei personaggi divertendosi «pirandellianamente» a mettere in ridicolo la falsa rispettabilità degli altri.
Questa la trama.
Angelo Baldovino accetta la proposta di sposare Agata, messa incinta dal marchese Fabio Colli, che non può sposarla perché già ammogliato. Egli dovrà essere soltanto in apparenza un marito, per salvaguardare la rispettabilità di Agata e consentire al marchese di continuare a frequentarla. Ma – dopo il matrimonio – Agata, non vuole più avere contatti con Fabio.
Il marchese – esasperato – tende una serie di trappole a Baldovino; ma questi lo smaschera di fronte ad Agata, la quale capisce co me Fabio (e altri) siano uomini mediocri, e disonesti, rispetto a Baldovino, la cui onestà e la cui umanità l’ha conquistata.
Geppy Gleijeses, grande interprete pirandelliano affronta il ruolo di Baldovino. Al suo fianco Vanessa Gravina un’eccellenza del Teatro Italiano.
Liliana Cavani dirige l’opera filtrandola attraverso il suo realismo magico.

Chi meglio delle nuove generazioni può dialogare con le nuove generazioni? Oggi (22 marzo 2018) prende il via la seconda edizione dei Classici del secolo futuro, con cui gli allievi attori del Terzo anno della Stap Accademia di recitazione, drammaturgia e regia (format ideato dal Direttore Artistico dell’Accademia Stap Brancaccio Lorenzo Gioielli, prodotto dalla Sala Umberto di Alessandro Longobardi) si concentrano su riscrittura e interpretazione dei testi.
Si riscriveranno il Macbeth, le Baccanti, Questi fantasmi per approdare a Il gabbiano. Il Da “Le Baccanti” di Euripide (scritti e interpretati da: Carlotta Solidea Aronica, Jacopo Badii, Ludovica D’auria, Assunta Del Pomo, Lara Galli, Rose Marie Gatta, Federico Gatti, Valeria Iovino, Pietro Lasciato, Mattia Lauro, Chiara Lorusso, Vittorio Magazzu’ Tamburello, Antonio Muro, Clarissa Rollo, Susanna Valtucci.A cura di: Rozenn Corbel e Rosa Masciopinto) – in scena al teatro Brancaccino dal 22-23 marzo 2018 – sarà poi seguito da Da “Questi fantasmi” di E. De Filippo e da Soggetti per un breve racconto Da “Il gabbiano” di A. Cechov (10-11 maggio 2018) . In Da “Le Baccanti” di Euripide (a cura di Rozenn Corbel e Rosa Masciopinto), la terribile vendetta di Dioniso diventa la favola nera di un’epoca vintage. Questa la sua trama. In tempi laici non c’è posto per gli Dei A Tebe, il re Penteo vieta il culto di suo cugino Dioniso, e i suoi baccanali. Ma Dioniso non è d’accordo. Non essere riconosciuto – né come parente né come Dio – lo rende furioso e crudele (l’intolleranza è un vizio di famiglia). Da qui la sua vendetta..…

Vedere questo “MICHELANGELO” – raccontato dal prof. Sgarbi – significa vivere una marea di emozioni, suscitate da un viaggio affascinante, e brioso, nella sua originalita’ – e il suo prima /e dopo (ad es. la Vergine della sua Pieta’ non piange perche’ sa che non e’morto.. si conosce l’Urlo di Munch ma non il Compianto del Cristo morto che lo ha preceduto..); un viaggio nel grandioso talento, ed energia, di questo grandissimo artista, che ha saputo coniugare ricerca anatomica, pittura e scultura, levigato e non finito, facendo diventare concetti delle idee, scolpendo sculture di Dio, creando arte di Dio. Oggi, questa nostra cultura e’ sotto attacco. E’ quindi ben lecito chiedersi: stiamo passando da un Rinascimento a un Medioevo? Il racconto parte dalla prima Pieta’ – da Michelangelo realizzata a 23 anni – per poi soffermarsi su David e i suoi celebri nudi, sui alcuni suoi splendidi dipinti, i suoi capolavori nella Cappella Sistina, la sua stanchezza riscontrabile nella Cappella Paolina, la sua ripresa (a 70anni) con i suoi ultimi capolavori in cui levigato e non finito coesistono. Il non finito non significa incompiuto! Sono lavori che riescono ad esprimere (e fare immaginare) cose che il levigato non arriva ad esprimere!

La bastarda di Istanbul – tratto dal romanzo della scrittrice turca Elif Safak (2006) il secondo da lei scritto in inglese – è un’affascinante saga familiare multietnica, popolata da splendidi personaggi femminili, storie e segreti indicibili, che legano Istanbul all’America e la Turchia all’Armenia.
Questa la trama del romanzo… Dal matrimonio di Rose con un armeno nasce una figlia, Armanoush, ma il matrimonio va a rotoli. Consapevole dell’odio reciproco che anima turchi e armeni, quasi per ripicca, Rose si risposa con un turco.. Insieme si trasferiscono in Arizona, dove la bimba cresce divisa tra l’affetto oppressivo della madre e la famiglia del padre a San Francisco. A 19 anni, Armanoush decide di recarsi di nascosto a Istanbul per ritrovare le proprie radici armene, facendosi ospitare dalla famiglia del patrigno, una famiglia tradizionalista turca composta di sole donne. Qui farà amicizia con la cugina Asya, la ‘bastarda’ del titolo. Ma il destino intreccerà le storie delle due famiglie in modo ancora più complesso e le due ragazze, insieme, scopriranno che l’odio ancestrale tra turchi e armeni si può superare.