LA FESTA DEL LAVORO (PRIMO MAGGIO) 2025: QUANDO E PERCHE E’NATA? E QUAL E IL SUO SENSO?

Maggio 1, 2025

Il primo maggio 2025 si svolge in un contesto terribile, caratterizzato da possibili guerre commerciali, e da guerre militari in corso – quindi – da quotidiane intollerabili violazioni dei diritti umani e del lavoro, della giustizia sociale, e della dignità umana.  Inoltre nazionalismi, e miopi sovranismi nazionali,  tendono a sottovalutare il multilateralismo, e una evidenza: per contrastare il dumping (sociale salariale ambientale e fiscale) servono regole e c’è da agire, a livello UE, e a livello internazionale.

Ma, ciò detto, quando è nata la Festa nazionale del lavoro, del primo maggio?  E qual è il suo senso?

  • Quando – e perché – è nata?  

La data della Festa dei lavoratori del 1° maggio, fu stabilita a Parigi nel 1889, prendendo spunto da un episodio avvenuto tre anni prima a Chicago.  

 In effetti, il 1° maggio del 1886, era stato indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti con il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro: a quell’epoca non erano rari turni anche di 16 ore al giorno, e i casi di morte sul lavoro erano abbastanza frequenti.  La protesta andò avanti per tre giorni.    Poi – il 4 maggio – ci fu uno scontro tra lavoratori e agenti di polizia.   Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Haymarket. 

Circa tre anni più tardi (20 luglio 1889) – a Parigi – durante il primo congresso della Seconda Internazionale (l’Organizzazione creata dai partiti socialisti e laburisti europei) fu lanciata l’idea di una grande manifestazione per chiedere alle autorità pubbliche di ridurre a 8 ore la durata della giornata lavorativa.   Questa iniziativa divenne un simbolo delle rivendicazioni operaie, di lavoratori che (in quegli anni) lottavano per conquistare diritti e condizioni di lavoro migliori.  

Così – varcati i confini francesi – nonostante la risposta repressiva di molti governi, il 1° maggio del 1890, la prima vera manifestazione internazionale registrò un’altissima adesione.

Dal 1947, la Festa del lavoro e dei lavoratori è diventata ufficialmente festa nazionale italiana.  E è ora giorno di festa nazionale in molti Paesi: da Cuba alla Turchia, dal Brasile alla Cina e poi Russia, Messico e diversi Paesi dell’Unione europea.     Non lo è negli Stati Uniti, il Paese da cui, in un certo senso, tutto è cominciato. Negli Usa la Festa dei lavoratori si celebra il primo lunedì di settembre.

  • Qual è il suo senso?

Come ben sottolineava anche Papa Francesco – sensibile ai diritti del lavoro (a partire da retribuzioni eque) – se va in crisi il lavoro va in crisi anche la democrazia.   Attualmente, la festa del lavoro è quindi occasione di una riflessione ampia e partecipata sulle condizioni sociali, e sui diritti di chi lavora e di chi un lavoro cerca: basti pensare al dibattito sul salario minimo, su istruzione/ formazione, sul precariato, sulla sanità, sull’intelligenza arrificiale e la digitalizzazione, ecc.    

Ma, tenendo conto del numero impressionante di morti sul posto di lavoro, anche nel 2025, CGIL CISL UIL hanno posto un accento particolare su proposte in merito alla sicurezza sul posto di lavoro, messa a dura prova da ignoranza e / o non applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro, ma anche dal precariato, e dai nuovi tipi di “lavoro” che vanno affermandosi.   

Basti pensare alla cosiddetta CIG economy – la cosiddetta economia dei lavoretti – termine che include crowdwork/lavoro on line  e  lavoro “on demand tramite app”.    E’ un tipo di lavoro facilitato dalle tecnologie digitali, che fa incontrare domanda e offerta, e può anche offrire ulteriori opportunità di lavoro.   Ma è anche un tipo di lavoro che implica dei rischi: nuove forme di lavoro invisibile, elusione dei minimi contrattuali e dei salari minimi (dove esistenti), decisione e modifica unilaterale delle condizioni di lavoro e di pagamento, abusi (lavoro forzato e lavoro minorile), discriminazioni (lavoro nero non standard), rating (valutazioni) ecc. ecc. ecc.  E che induce – tra l’altro – bassi redditi e debolezza della domanda e dei consumi.  

La Festa del lavoro può contribuire a una presa di coscienza dei problemi sul tappeto, e a una loro soluzione.

CRISI DI NERVI di Cechov al Teatro Quirino (Roma, 29 aprile – 11 maggio 2025)

aprile 25, 2025

Il grande regista tedesco Peter Stein, mettendo in scena CRISI DI NERVI di Anton Cechov, torna ad uno dei suoi autori di riferimento.  

“Dopo l’insuccesso delle sue prime due opere – precisa il regista – il giovane Cechov giurò di non scrivere mai più per il teatro drammatico e decise di dedicarsi esclusivamente ai vaudeville. Questa circostanza ci ha regalato una serie di atti unici, pieni di sarcasmo, di comicità paradossale, di stravagante assurdità e di folle crudeltà, e che a loro volta sono diventati il terreno fertile per l’esperienza e la preparazione delle grandi opere della maturità dell’autore”. Nei tre atti unici in scena al Teatro Quirino di Roma – L’orso, I danni del tabacco, e Domanda di matrimonio (tra il 1884 e il 1891) che lo stesso Cechov non ancora trentenne definiva “scherzi scenici – quali interpreti si alternano Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Fernando Maraghini, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno e Carlo Ballamio.

L’allestimento contiene tutti gli elementi che caratterizzano le opere di Peter Stein, a cura dei suoi collaboratori più fidati ovvero Ferdinand Woegerbauer per le scene e Anna Maria Heinreich per i costumi, oltre le luci di Andrea Violato.

NORMA di Bellini al Teatro Verdi di Salerno (25-27 aprile 2025)

aprile 23, 2025

Come ben sottolineato nel corso della conferenza stampa del 23 aprile presso il suo  il foyer,  la messa in scena  al Teatro Verdi di Salerno di NORMA (capolavoro di Bellini e pietra miliare del melodramma italiano dell’800) vuole anche essere un omaggio a Papa Francesco: per molti aspetti, questa opera è un inno universale all’amore,  e alla Pace (basti pensare alla celebre aria “Casta diva” in cui si eleva la preghiera “spargi in terra quella pace che regnar tu fai”) .

Lo spettacolo salernitano – con direzione di Michael Balke e regia di Sarah Schinasi, Francesco Aliberti quale maestro del Coro e Alfredo Troisi per scene e costumi – conta anche su un eccellente cast di interpreti: Gilda Fiume (Norma), Mert Sungu (Pollione), Carlo Striuli (Oroveso), Francesco Di Sauro (Adalgisa), Miriam Tufano (Clotilde).

Questa la sua trama.  Norma è una sacerdotessa del popolo dei Druidi nella Gallia sottomessa ai Romani che – innamorandosi del proconsole romano Pollione da cui ha segretamente due figli – viene meno ai suoi voti sacerdotali, e alla fedeltà al suo popolo.  Quando Pollione si innamora di un’altra sacerdotessa, Adalgisa, e vuole abbandonare Norma, questa (come la “barbara” Medea) premedita l’uccisione dei figli.  Successivamente – presa coscienza dell’orrore di questo suo proposito – sceglie di immolarsi come vittima sacrificale sul rogo per propiziare la vittoria del suo popolo sui Romani.   A questo punto, Pollione – riconquistato da Norma – sceglie di salire sul rogo con lei in una morte che diventa trasfigurazione e, forse, riscatto, e trionfo dell’amore!

Nella scrittura del libretto, Felice Romani si attiene in gran parte al  dramma francese di Soumet, ma ne cambia in particolare il finale: Norma risparmia i propri figli, e si accusa pubblicamente (al posto di Adalgisa) affrontando così il sacrificio supremo.

Tutti presenti i temi romantici!  La ribellione verso l’oppressore, la forza della passione amorosa a dispetto dell’ordine costituito, il conflitto in amore, il desiderio di vendetta e l’odio (qui dissolto da un superiore sentimento di pietas), la fusione di individuo e natura.   Ma, probabilmente, il fascino intramontabile di questo capolavoro belliniano nasce dalla sua mescolanza di classicità e romanticismo e – pur nella sua ricchezza musicale – da momenti di asciutta drammaticità che sembrano già guadare verso l’espressionismo.

Nello spettacolo del teatro Verdi, il tentativo – sottolinea Michael Balke – è quello di far coincidere musica ed emozioni.   La regia  – precisa anche Sarah Schinasi –  cerca di tessere una profondità di lettura tale che parole e canto si fondano nei corpi dei cantanti.  

 “La dimensione della mia lettura”  – osserva  la regista – “ è più legata al senso drammatico del laceramento interiore. Tutti i personaggi sono corredati di un profondo e dettagliato mondo interiore. La vita di madre e sacerdotessa della protagonista trova un rifugio di relativa tranquillità nella «domus del bosco».   La scenografia si intreccia con la dimensione psicologica, così come i costumi, meno onirici di come ci si aspetterebbe.   Negli interni, i dettagli richiamano affreschi di eleganti palazzi romani, come quelli campani e pompeiani.  Una quercia è simbolo di connessione con l’energia dell’acqua, dell’aria e della terra, funge da porta tra la vita e l’aldilà.  Questo elemento, frutto del bel lavoro di Troisi, ci ricorda il confine tra il naturale e il soprannaturale, l’apparire e lo sparire di situazioni e personaggi.  E le scene corali sono integrate nell’opera in modo diverso rispetto alla pièce originale dove non appaiono”. 

Insomma,  una NORMA – di splendidi chiaroscuri – da non perdere.

AUGURI DI BUONA PASQUA

aprile 20, 2025

Sinceri auguri, con la speranza che – in questo mondo alla ricerca di un nuovo ordine – prevalgano

PACE e rispetto reciproco.

Silvana e Elena Paruolo

Barocco globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini alle Scuderie Papali (Roma, 4 aprile al 13 luglio 2025): da vedere

aprile 18, 2025

La mostra Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini (curata da Francesca Cappelletti e Francesco Freddolin) vede esposti cento capolavori di grandi artisti del Barocco –  Bernini, Van Dyck, Poussin, Pietro da Cortona, Lavinia Fontana, Nicolas Cordier, Pier Francesco Mola ed altri – insieme a disegni, incisioni, arazzi, parati sacri e manufatti, provenienti da prestigiosi musei.

Ciò che mette in evidenza è la vocazione cosmopolita (e il suo dialogo con realtà diverse e lontane) della Roma del Seicento in cui, da tutto il mondo, arrivano viaggiatori, religiosi, missionari e ambasciatori, artisti. 

Visitarla significa – quindi – fare uno splendido viaggio in una Roma, al centro di una complessa rete di rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. C’era globalizzazione già nel seicento! L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca. E le opere esposte ci immergono in un mondo multietnico e multiculturale in cui (tra l’altro) sono visibili africani ambasciatori, ma anche africani ridotti a uno stato di schiavitù o vicino alla schiavitù.

Si parte da un monumento funebre (in Santa Maria Maggiore) di Francesco Caporale: un suggestivo busto in preziosi marmi policromi che raffigura il volto di Antonio Manuel NeVunda, diplomatico del Congo, morto al suo arrivo a Roma dopo un viaggio lunghissimo. Un’opera che di per sé indica un nuovo tipo di relazioni e connessioni internazionali, oltre che un’arte tra esotismo (v. abito di Ne Vunda) e antichità.

Seguono quindi opere quali Cesare che rimette Cleopatra sul trono (circa 1637) di Pietro da Cortona, Giovane africano (1607-12) di Nicolas Cordier, Allegra compagnia con cartomante (1631) di Valentin de Boulogne.  Da Caravaggio in poi, la gitana era una figura spesso rappresentata. E si riteneva che i gitani fossero una popolazione di etnia egiziana. L’Egitto – come quindi giustamente sottolineato dalla nostra brava guida – è presente in vario modo nell’arte dell’epoca.

Dopo una copia dell’obelisco in Piazza del popolo, sono visibili – tra altro – i bozzetti della Fontana dei Quattro Fiumi (in cui Bernini decide di rappresentare l’America con un africano) che ha dato forma ai rapporti che legavano Europa Africa Asia e America, il Ritratto di Peter Paul Rubens del gesuita  Nicolas Trigault (abbigliato da cinese – ma in nero – per distinguersi), la pala d’altare con l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani, le copie dell’icona della Salus Populi Romani di artisti cinesi, e della Santa Cecilia di Carlo Maderno dell’indiana Nini (nella sezione che indaga l’apporto degli ordini religiosi nel tessere relazioni transculturali).

Splendide tele più e meno esotiche (in cui si riscontra anche la presenza di schiavi – con abiti a righe – mostri e amate scimmiette) sono ispirate dalla natura e da piante sconosciute.

L’esposizione esplora anche i rapporti con culture islamiche (con l’inedito e maestoso ritratto di Ali-qoli Beg – ambasciatore persiano a Roma nel 1609 – di Lavinia Fontana) e con l’alterita’ in letteratura (con il ritratto di Maria Mancini Colonna travestita da Armida di Jacob Ferdinand Voet, Il Guerriero Orientale di Pier Francesco Mola e Andromeda di Rutilio Manetti). In mostra anche oggetti di paesi lontani e, a chiusura del percorso espositivo, i ritratti di Robert Shirley (inglese trasferitosi in Persia e rappresentante diplomatico del re Abbas) e di sua moglie (circassa suddita persiana morta a Roma dopo un difficile viaggio) di Anthony Van Dyck, e il dipinto di un elefante (anche esso giunto in Italia dopo un viaggio interminabile)  – Annibale che attraversa le Alpi – di Nicolas Poussin.

IL MEDICO DEI MAIALI al Teatro Quirino (Roma, 23-27 aprile 2025)

aprile 17, 2025

Il medico dei maiali  – testo e regia di Davide Sacco – sarà in scena al Teatro Quirino con gli straordinari Luca Bizzarri, Francesco Montanari, David Sebasti e Mauro Marino.

Questa la sua trama.

Il re d’Inghilterra muore all’improvviso Per constatarne il decesso, non c’è che un veterinario che – pur consapevole che il re non è morto d’infarto – regge il gioco dei consiglieri che lo sostengono. Nel frattempo, arriva in albergo il principe ereditario, un giovane scialbo e stupido. Il veterinario, attraverso una raffinata strategia, lo convince che l’unico modo per passare alla storia è incolparsi pubblicamente dell’assassinio del re e sciogliere la monarchia. E convince anche un consigliere che va ucciso il concetto stesso di monarchia.

Sembra che tutto proceda secondo i piani del veterinario.

Ma quando il principe ereditario rientra – avido di potere – non è più lo stesso. Ribadisce la differenza tra chi regna e chi serve. E, in questo gioco al massacro, il povero veterinario viene ucciso.

UE: ulteriore semplificazione del Regolamento sulla deforestazione

aprile 16, 2025

Facendo un altro passo indietro rispetto al Green Deal, la Commissione europea ha annunciato di semplificare – di nuovo – la legge sulla deforestazione. Il Regolamento entrerà in vigore alla fine del 2025 con un anno di ritardo. Circa i nuovi orientamenti per la sua attuazione, le principale misure di semplificazione prevedono che le grandi imprese possano riutilizzare le Dichiarazioni di due diligence esistenti quando le merci, precedentemente presenti sul mercato dell’Ue, vengono reimportate. Le imprese potranno presentare le Dichiarazioni di due diligence annualmente anziché per ogni spedizione o lotto immesso sul mercato dell’Ue. La Commissione ha anche semplificato il concetto “accertamento” dell’avvenuta esecuzione della due diligence. Queste misure, secondo la Commissione europea, porteranno a una riduzione del 30 per cento dei costi e degli oneri amministrativi – a carico per le imprese – collegati alla Legge sulla deforestazione.


Die Walküre al Teatro Verdi di Salerno (11-13 aprile 2025)

aprile 9, 2025

Per questo contributo si ringrazia Elena Paruolo.

L’8 aprile 2025, nel foyer del Teatro Municipale Giuseppe Verdi, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione dell’opera Die Walküre che inaugura la stagione lirico sinfonica e di balletto 2025 del Teatro Verdi di Salerno.  All’incontro coordinato da Peppe Iannicelli, erano presenti, con stampa ed esponenti del pubblico, il Sindaco di Salerno Vincenzo Napoli, il segretario artistico Antonio Marzullo, il regista Plamen Kartaloff.

Die Walküre (La Valchiria) – dramma musicale in tre atti, con libretto e musica di R.Wagner – costituisce la seconda opera (prima giornata) della tetralogia Der Ring des Nibelungen.  Fu rappresentata per la prima volta al Teatro di Corte di Monaco nel 1870.   Il dramma narra l’amore incestuoso tra i due figli di Wotan, Siegmund e Sieglinde, dal quale nascerà Sigfrido. La gelosia di Fricka, moglie di Wotan, determina l’uccisione di Siegmund  da parte di Hunding, marito di Sieglinde, ma questa e il nascituro sono salvati, contro l’ordine dello stesso Wotan, dalla valchiria Brunilde.   Per punizione, Brunilde viene sprofondata nel sonno su un’alta roccia, circondata di fiamme. Dal sonno la potrà ridestare soltanto un eroe che riesca ad arrivare sino a lei. Sarà Sigfrido.

Die Walküre – che non aveva ancora trovato spazio nella programmazione del Verdi – è un’opera che travolge, incanta, seduce.  Ed è una sfida per ogni teatro di opera. La produzione che si vedrà a Salerno, frutto della collaborazione tra il Teatro Verdi, e il Teatro di Sofia – realtà di grande prestigio in Bulgaria – in tempo di guerre vuole lanciare un messaggio di armonia e di pace.

La tradizione operistica bulgara – ha osservato Plamen Kartaloff – sin dal 1891, sebbene comprenda anche opere di compositori bulgari e francesi, ha guardato quasi esclusivamente ai compositori d’opera italiani, e molto raramente ad opere in tedesco.   Ma, tra il 2010 e il 2025, complice anche le celebrazioni del duecentesimo anniversario di Richard Wagner nel 2013, nel repertorio dell’Opera di Sofia, sono entrati nove titoli wagneriani.   E dal 2024 – per la prima volta – nel repertorio wagneriano, affianco a  cantanti bulgari, sono stati inclusi anche cantanti dall’estero. 

Per Kartaloff, la visione di Wagner del teatro è nell’orchestrazione.  Di conseguenza – per lui regista – orchestra e scena, parola e musica, devono andare insieme.  Tutto ciò che è scritto deve essere visualizzato nella musica.  La musica di Wagner parla.  Sulla scena, bisogna quindi assistere ad una interazione tra ogni parola e ogni frase musicale, ad una concordanza tra il testo e le note della melodia. E la voce deve essere qualcosa che esprime un canto ricco di sfumature, in grado di toccare l’animo del pubblico.

Questo è l’obiettivo che il regista si propone di raggiungere con la produzione, in scena al Teatro Verdi di Salerno.

PICASSO LO STRANIERO al Museo del Corso – Polo museale – Palazzo Cipolla Roma (27 febbraio-29 giugno 2025)

aprile 6, 2025

Allestita in collaborazione con il Museo Picasso di Parigi  e con il Museo Nazionale di Storia dell’Immigrazione, con una selezione di dipinti, disegni, sculture e incisioni (provenienti da musei di tutto il mondo) la mostra “Picasso lo straniero” – al Museo del Corso, Polo Museale, Palazzo Cipolla di Roma, – propone un viaggio in oltre 50 anni dell’attività creativa del grande Pablo Picasso.

Picasso è un artista visionario (espressione della libertà dell’artista moderno) – straniero in Francia ma anche rispetto a qualsiasi etichetta precostituita – e entrato in contatto con  ambienti, luoghi, persone e usanze tra loro differenti.  Tra radici iberiche e sperimentazione cosmopolita, ha rivoluzionato le regole pittoriche del Novecento, creando nuove sintesi tra colore e forma, e tra segno e strutture spaziali. 

E, senza rinunciare al suo essere spagnolo,  Picasso “cittadino di Parigi” –   è anche diventato un emblema della condizione moderna in cui identità e “alterità” possono convivere in modo proficuo. La Francia, in cui Picasso ha quasi sempre vissuto, ha dimostrato più volte una aperta ostilità nei confronti di questo artista “spagnolo” definito “straniero” “anarchico” e esponente di un’”arte incomprensibile”.  Sospettato di essere anarchico, e rifiutato dall’accademia di Belle Arti per la sua arte troppo avanguardistica e trasgressiva,  Picasso – non avendo mai ottenuto la cittadinanza  francese, fino al riconoscimento del 1948 – per diversi decenni ha percepito se stesso  come quasi un esule o uno straniero. Non a caso, quindi, questa bella mostra romana invita a chiedersi: in che misura le sperimentazioni di Picasso sono state ispirate dal suo senso di estraneità, oltre che dalla sua libertà intellettuale?   

Nato a Málaga, l’artista entrò, giovanissimo, in contatto con i fermenti culturali di Barcellona.   Ma sarà il suo trasferimento definitivo nella Parigi di Amedeo Modigliani, Chaim Soutine e Marc Chagall – in cui assorbì le suggestioni di Cézanne, Gauguin, Van Gogh e Matisse – il momento cruciale per la formazione del suo personale linguaggio: espressione di un dialogo continuo fra passato e futuro, tra linguaggi/e tecniche diversi/e (dalla pittura alla scultura, dalla ceramica all’incisione ) e da un rapporto con l’“alterità”, di certo, non solo geografico.  

Già agli esordi – con la fase blu e la fase rosa – Picasso ha mostrato la sua capacità di fondere narrazione intima ed empatia sociale: l’artista ha scelto di stare dalla parte del debole, del malato, del «degenerato» (l’ebreo, lo zingaro, lo storpio, l’omosessuale, il massone, il bolscevico). Con Georges Braque, Picasso ha dato vita al  Cubismo (1907-1914): caratterizzato dalla  scomposizione degli oggetti, dalla rinuncia alla prospettiva rinascimentale, e da un’attenzione particolare per la  forma e la percezione visiva (piuttosto che per una copia della realtà).   Dopo la Grande Guerra, l’artista ha  riscoperto i modelli classici, e l’arte Africana, oceanica, e non solo. Critico delle derive belliche e totalitarie, Picasso ha anche affrontato questioni politiche e sociali.

E – durante la Guerra civile spagnola – ha realizzato il suo capolavoro: “Guernica” (1937) di cui la mostra rende visibili  interessanti bozzetti. L’esposizione si sofferma anche sui cicli pittorici – ispirati da relazioni sentimentali – in cui l’artista celebra le sue muse, ma contemporaneamente le trasfigura, in un’ampia gamma di emozioni, tra passione, turbamento e fascinazione.

Come si sarà capito, chi varca le soglie di “Picasso lo straniero” intraprende un viaggio nelle avanguardie del XX secolo, ma anche in una riflessione sulla capacità dell’arte di unire persone e culture diverse.

aprile 6, 2025

creatività.